Anche il libro ha bisogno di essere toccato

Foto Dusko Jaramaz/PIXSELL

Autori che attendono e forse non ci sarà risposta. In questa primavera cancellati più di ventimila titoli che avremmo potuto trovare nelle librerie in Italia. Certamente si scrive molto e in questa moltitudine a volte si fa fatica a distinguere la qualità dal prodotto furbo, che cavalca il momento. Ma non è forse questa la sfida, sapere pescare nel mare grande il pesce più prezioso, attraverso strumenti culturali che dovrebbero crescere grazie alle nuove tecnologie, la sete di sapere, lo studio, l’approfondimento?
Ciò che invece non è una sfida è assistere all’implosione di un settore che avrà bisogno di molto tempo per tornare nuovamente sui giusti binari. Da giorni circolano predizioni sui lunghi tempi della ripresa, che per l’editoria e la cultura in generale si trasformeranno in attese senza tempo, infinite, e molti non torneranno più ad animare un panorama spesso bistrattato ma forse anche per questo così vivace e battagliero. Riusciremo a farcela senza una cultura che entri finalmente a far parte dei pori più profondi della società, come atto fondante e fondamentale? In questo momento – sentiamo rispondere – ciò che conta è rimettere in piedi l’economia, alla cultura si penserà a tempo debito. Ma forse la verità è altrove. Anche in tempi di pandemia ci portiamo dietro, amplificandoli, i problemi pregressi. Vediamo qualche dato che riguarda i giornali, evidenziato dalle analisi economiche.
Risulta che nel 2018 il calo del giro d’affari dei gruppi editoriali in Italia era già consistente, fenomeno che si riscontrava, se pur meno evidente, anche in Francia (-1,4%) e nel Regno Unito (-3,2%), mentre la Germania vedeva un segno positivo (+1,0%) sul 2017. I ricavi delle società editoriali europee esaminate, cui fanno capo i quotidiani d’informazione, segnavano mediamente un -3,8% nel 2018-2017, in controtendenza i ricavi delle società europee che editano testate economiche (mediamente +4,5%). Italia fanalino di coda per tasso di investimento (1,1% nel 2018), meno della metà del Regno Unito (2,6%) e un terzo di quello francese (3,4%); Germania best performer (7,2%). Per quanto concerne i maggiori gruppi editoriali europei per fatturato nel 2018, la prima posizione spettava alla divisione News Media del Gruppo Axel Springer, editore dei quotidiani Bild e Die Welt con 1,5 miliardi, con, a seguire, le britanniche Associated Newspapers (729 milioni) e News Group Newspapers (449 milioni), editrici rispettivamente del Daily Mail e del The Sun.
E non sono da meno editori e librai, i guai erano palesi ma si continuava a considerarli ipotetici, possibili ma forse evitabili. Già prima del lockdown si registrava un -23% sul mercato nazionale italiano dei libri e addirittura un -55% su quello milanese, come era stato evidenziato da La Repubblica.
Il resto è venuto da sé con la chiusura delle librerie in tutto il Paese, decretata il 9 marzo. Poi all’improvviso, l’attenzione si è spostata altrove. L’appuntamento con le notizie della protezione civile sull’andamento del contagio, hanno preso il sopravvento. Nessuna voglia di leggere per immaginare altri mondi e altre strade, anche la fantasia ha bisogno di serenità per navigare. In un primo momento s’era sperato che gli acquisti on line avrebbero fatto il miracolo, così non è stato. Le librerie restano il canale di vendita principale. Nei primi quattro mesi del 2019 (dati dell’Associazione Italiana Editori) i libri sono stati venduti per il 43,5% nelle librerie di catena e per il 24% nelle librerie indipendenti; le vendite negli store online valevano il 25,9% sul totale, mentre la quota della grande distribuzione organizzata (i supermercati) era sceso al 6,6%. La gente è stanca di stare male anche senza il contagio, per le tante preoccupazioni, perché è difficile immaginare il futuro, perché dalla crisi è emersa la vera emergenza, ovvero la crisi preesistente che sapevamo reale ma che non si voleva vedere fino in fondo, la stessa che non se ne andrà con la definitiva riapertura: i nodi sono venuti al pettine. Come per i prodotti alimentari, anche il libro ha bisogno di essere toccato prima dell’acquisto, è cibo, come il pane. Finiremo per rinunciarci? Tutto da reinventare. Quali saranno i canali e le nuove direttrici per il futuro non lo sappiamo, ma la speranza è che la fame di lavoro, ammortizzatori sociali, parrucchiere e bar non ci facciano perdere di vista che ci nutriamo anche di cultura. E se non possiamo goderne ora, almeno parliamone.

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