Il nuovo kit di sopravvivenza del moderno umanista

Matteo Renzi parlò di “patto di umanità” e “nuovo umanesimo” in veste di presidente del Consiglio

“Noi siamo populisti, anti sistema: ascoltiamo la gente”, disse il 5 giugno 2018 Giuseppe Conte, nel suo primo discorso per chiedere la fiducia in Parlamento. Circa un anno dopo, il 9 settembre 2019, disse che era giunto il tempo di “un nuovo umanesimo: il primato della persona, alla quale la Repubblica riconosce diritti inviolabili”. Non fa una piega. Molti hanno visto una contraddizione tra la prima e la seconda dichiarazione, ma a guardarle bene, c’è un senso comune a raccordo di entrambe. Anche se da angolature diverse, è chiaro che al centro dei pensieri del premier (o meglio, del suo entourage) ci sia l’individuo. Con la differenza che, se da un lato è necessario prima ascoltarlo, per comprenderne gli umori e schedarne con perizia chirurgica convinzioni, preferenze e desideri, dall’altro si deve procedere (quanto prima) alla sua (ri)educazione, così che possa maturare una nuova visione del mondo, conforme a quanto gli si farà credere che sia cosa buona e giusta. L’evoluzione dell’uomo moderno sarà anche cosa buona e giusta (il ventaglio tematico è ampio e felicemente generalista: ambiente, diritti umani, libertà d’espressione, larga fruizione dei beni di consumo, mobilità transnazionale), ma la domanda resta “a vantaggio di chi” e per “quale fine”. Non c’è quindi contraddizione nelle parole di Conte (che, di fatto, è la maschera di una compagnia teatrale ben più larga), piuttosto consequenzialità programmatica. Doveroso ricordare che di “patto di umanità” e “nuovo umanesimo” parlò già Matteo Renzi, in veste di presidente del Consiglio il 24 novembre 2015, in diretta da Palazzo Chigi. Un caso? In un video del 30 agosto 2019 (“Il nuovo umanesimo in salsa anticristica”), padre Livio Fanzaga, direttore temerario di Radio Maria, ricordava come il concetto di “nuovo umanesimo” si debba al filosofo e sociologo francese di stampo marxista Edgard Morin, pseudonimo di Edgar Nahoum. Dichiarato ateo, pedagogista impegnato con una licenza in diritto, allontanato dal mondo accademico francese per via delle sue turbolente partecipazioni alle rivolte studentesche (un affronto cui però hanno fatto ampia ammenda le 21 lauree honoris causae conferitegli in Italia, Spagna, Sudamerica e Sudafrica), Morin ha dedicato gran parte della sua opera all’analisi della “riforma del pensiero”, mirando alla ridefinizione di un’epoca “che sia capace di educare gli educatori a un pensiero della complessità”. Tra programmi educativi che dai vertici hanno il compito di propagarsi verso la base, e l’istituzione di commissioni di controllo (come quella che porta il nome della senatrice Segre, per ora più che altro formale visto che si sovrappone a leggi già esistenti), c’è da chiedersi che piega stia prendendo la libertà di quella che si voleva fosse una società plurale (che di per sé è cosa buona e giusta). Norberto Bobbio amava ripetere che in una democrazia il monopolio della forza (il potere della politica, le leggi, le forze dell’ordine ecc.) non può e non deve coincidere con il monopolio della verità, perché la prima, è inevitabile, sopraffarà la seconda piegandola alle proprie necessità e interessi. Chi distinguerà tra democratico e antidemocratico, tra odio e amore, tra sentimento e risentimento, come si chiede Giancristiano Desiderio, se non colui che deterrà l’autorità (indiscussa e inattaccabile) per giudicare, esercitando un duplice monopolio sia sulla forza che sulla verità? Lo spettro del totalitarismo s’aggira ancora per l’Europa, quest’Europa che ancora non ha compreso come dichiararsi “antifascisti” non basti affatto per definirsi “democratici”. Democratico è chi rifiuta qualsiasi forma di totalitarismo, a prescindere che sia di destra o di sinistra. È un’Europa che non decolla nemmeno con l’elegante sorriso della Von der Leyen, tenuta ostaggio da motivazioni tecniche (così dicono), a bordo di una nave che sta per colare a picco. Perché in assenza di maggioranza, e in assenza del predecessore Jean-Claude Juncker, non solo in regime di proroga resta in carica la Commissione uscente, ma il timone adesso è pure passato in mano al suo vice, che guarda caso è proprio quel socialista Frans Timmermans, bocciato non solo dalla maggioranza degli elettori europei, ma persino da Merkel e Macron per far posto a Ursula. Ma ci stanno prendendo in giro, asserendo che questa sia democrazia, o ci stanno educando? Nel 1548, in pieno rinascimento, Cristoforo Armeno tradusse dal persiano il racconto orientale “Viaggi e avventure dei tre prìncipi di Serendippo”, il che più tardi destò l’interesse di scrittori come Horace Walpole e Voltaire. Oggi, il termine, si riferisce alla capacità di fare scoperte inaspettate (come quelle dei prìncipi lungo il loro cammino) mentre si sta cercando qualcosa di completamente diverso. Un gruppo di ricercatori della Sapienza di Roma, coordinato nel 2015 dal docente di Neuropsicologia Fabrizio Doricchi, passò il termine alla capacità dell’osservatore di non focalizzarsi solo su ciò che, in base all’esperienza di eventi passati percepiti dalla coscienza, ci si aspetta di osservare in futuro. È il mantra dei cittadini del futuro, quelli di una democrazia che dovrebbe essere genuinamente liberale: non credere a nessuno (tanto meno a chi ci viene a riesumare un umanesimo che, sotto mentite spoglie, vuole rieducarci riducendo i nostri diritti e livellando i nostri valori), ma restare curiosi su tutto (il che significa approfondire oltre all’apparenza delle cose). È il kit con cui smascherare e scoprire verità sorprendenti, che ai più (a quelli educati) parranno solo frutto del caso, ma che in realtà sono le propaggini di un sistema-fantasma pensato a tavolino. Come dargli scacco matto, mentre ci studia? Imparare altro, dicendo ai suoi insegnanti che stavolta siamo stati noi, a scoprire loro “per caso”.

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