IL CALAMO Sì-ma: l’alto prezzo della minimizzazione massima

Foto: Zeljko Lukunic/PIXSELL

Minimizzare al massimo il rischio di contagio e diffusione del Covid-19 nella popolazione, per scongiurare la pandemia ed evitare ricadute future. Che, nel caso ci fossero, richiederebbero l’introduzione di ulteriori lockdown, necessari per evitare un danno irreversibile all’economia, già in crisi di suo (prima e durante), il collasso delle strutture sanitarie (già messe a dura prova in quanto a spazi, strumenti e personale medico), e l’aumento dei decessi (alti, ma comunque in calo). Questo il progetto congiunto dei governi su scala globale. Dal 4 maggio le misure adottate in Italia si stanno però allentando, piano piano. Troppo piano secondo imprenditori, partite IVA ed esercenti, che, se protestano, non è per il fatto di doversene stare chiusi in casa davanti alla TV, quanto perché, cosa assai più grave, la prospettiva di dover licenziare i propri dipendenti e fallire per mancanza di fatturato, si fa sempre più concreta, ogni giorno che passa. Le tasse, infatti, fatta eccezione per alcune, posticipate a discrezione delle Regioni, sono pronte a essere riscosse dall’Agenzia delle entrate tra giugno e luglio.
Su questo fondamentale punto, nei confronti dei cittadini, non c’è stata né omogeneità né comprensione nelle direttive di governo. Consigliare agli italiani di rivolgersi alle banche per un prestito, se la paghetta dei 600 euro non dovesse bastare, per gli istituti di credito, almeno, non è affatto “una scelta d’amore”, dato che si tratta di elargizioni non certo concesse a fondo perduto. Povero Amore, se esiste: nell’ottica di oggi è solo interessato. L’Italia è stata la prima, in Europa, ad essere travolta dal virus, ma non è altrettanto la prima a tornare alla normalità, ammesso e non concesso che questa parola abbia ancora un senso.
L’impellenza con cui a fine aprile l’ex ministro delle Finanze e presidente del Bundestag tedesco, Wolfgang Schäuble, comunicava al Tagesspiegel quanto la “dignità delle persone” fosse da anteporre alla salvaguardia della loro vita, ha in apparenza ben poco da spartire con quello che Conte, invece, dichiarava dover essere un obiettivo comune: fondare, in Europa, il “nuovo umanesimo”. A pensarci bene, però, di questo si tratta: rimodellare l’individuo nella sua accezione cristianamente umana, perché, se con le cose dello spirito ormai non si fa più cassa, dalle altre si può ancora trarre profitto. Sui morti ci sono solo spese; sui vivi, invece, ci si può guadagnare. Basta spremerli nel modo giusto. Non conta più la fede, nella società globale, ma l’economia. Del resto, non è stato lo stesso Papa a lanciare il progetto “The economy of Francis”, previsto a fine marzo ma poi andato a mare per colpa del virus? Doveva essere un evento internazionale, una 3-giorni in cui giovani economisti di tutto il mondo sarebbero stati preparati al futuro, con workshops e seminari presentati da vecchi economisti di un certo mondo – tipo Jeffrey Sachs, noto per le sue forniture di backbones (“dritte”, in parole povere) a governi e G20 in fatto di accrescimento della prosperità economia, politica e ambientale. Ad Assisi, “città simbolo di umanesimo e fraternità”, la compagnia decameroniana avrebbe discusso di un nuovo paradigma economico.
Questo, secondo Bergoglio, andrebbe ri-fondato su scala globale e in particolare europea, basandosi su punti chiave quali la ristrutturazione di un’ecologia integrale (qualsiasi cosa ciò significhi), più giustizia per gli emarginati (veramente Sachs ne parla e scrive dal lontano 2011, ma dopo 9 anni, di frutti, ancora non se ne vedono da nessuna parte) e il debellamento della povertà come pure della fame nel mondo (come è solita dire ogni Miss Mondo cui viene concesso di aprire bocca, per quei 10 secondi di gloria davanti ai media). Cosa tutto questo c’entri con S. Francesco, mica è chiaro. Sì, volendo forzare la lettura della sua biografia, come pare abbiano fatto il Pontefice e i suoi prossimi, il santo ha abbracciato una “nuova economia” spogliandosi dei suoi beni materiali, ma, appunto, se ne è spogliato. Mica si è reinventato un modo per tornare ad accumulare ricchezze, ora col saio e i sandali ai piedi. Tutta la dimensione prettamente spirituale del mandato di S. Francesco, derivata dal suo atto di spogliazione, è stata saltata a piedi pari a favore di un panumanesimo dai contorni poco nitidi. Singolare come di simili cose parlasse pure Chaplin, nel suo celebre discorso all’Umanità del 1940, nel film “Il grande dittatore”. Parole nobilissime, riprese in audio originale da un recente spot pubblicitario della Lavazza, per altro dissociato dai contenuti tipici del brand. Nel video si vedono infatti diversi tipi di individui ripresi in frangenti di vita quotidiana “normale”, senza alcun riferimento diretto o indiretto al caffè. Ma l’importante è infondere agli italiani un senso di appartenenza comune, anzi globale. Rafforzarli nella “fede nel progresso dell’umanità” invitandoli a promuovere più sostenibilità e più tolleranza, eliminando i confini. Dura da immedesimarcisi, quando i confini in cui ti ritrovi sono quelli della tua stanza e il tuo giardino quei 4 fiori sul balcone, mentre fuori dalla porta ti aspettano altri confini imposti dalle ordinanze e, tra poco, pure quelli della finanza. Siamo sicuri che il dittatore di Chaplin, da singolo non sia oggi diventato plurale? Siamo franchi: noi, per l’economia alla guida dei nostri Paesi, siamo solo numeri. Di umanisti veri, in giro, non ce n’è nemmeno l’ombra.

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