Gioie e dolori della sovranità popolare

Farfalla monarca o viceré? Distinguerle non è semplice: entrambe hanno ali color arancio scuro o ambra con strisce o venature nere. Ai bordi delle ali delle farfalle ci sono finiture nere e macchie bianche. Eppure capire la differenza è fondamentale. Il perché è presto detto: la prima è tossica – è considerata la farfalla più velenosa e letale da consumare –, la seconda è sostanzialmente innocua. La monarca dunque rappresenta un serio pericolo per i predatori che se ne tengono alla larga. La farfalla viceré, invece, si limita a sfruttare la somiglianza a suo vantaggio.
Ebbene, le forti somiglianze che possono trarre in inganno non sono una prerogativa esclusiva del mondo vivente. Tantomeno delle farfalle e pertanto il tema di certo non si esaurisce nell’esempio della farfalla monarca e di quella viceré. Ma può essere utile averlo a mente. Ad esempio nel momento in cui ci si trova davanti a una proposta di quesito referendario. A maggior ragione se questo è di tipo propositivo, ovvero volto a determinare principi e criteri per disciplinare con nuove norme la materia oggetto dell’iniziativa popolare.
Un bellissimo esempio di strumento pensato per consentire la partecipazione dei cittadini alle decisioni adottate dalla politica, viene da pensare immediatamente. Certo, la partecipazione diretta alla gestione della cosa pubblica di per sé è una bella cosa, il massimo della democrazia viene da dire. Una bella iniziativa referendaria su un argomento capace di attirare l’attenzione dei più potrebbe forse far rivivere l’Agorà dell’Antica Grecia: il luogo della democrazia per antonomasia. Ma…. Eh già, spesso e volentieri nelle cose c’è un ma. Nella famosa Agorà, nella piazza principale della polis, sede delle assemblee dei cittadini che vi si riunivano per discutere i problemi della comunità e decidere collegialmente sulle leggi, in realtà non erano rappresentati tutti. In questo bellissimo luogo che oltre a essere il centro politico era anche il luogo del mercato e centro economico si prendevano sì le più importanti decision,i, ma da queste erano escluse le donne. Anche la forma più sublime di democrazia aveva quindi un suo velo d’ombra. Non deve pertanto stupire la scoperta che anche negli odierni strumenti di democrazia popolare – Referendum propositivo incluso – ci siano delle insidie. Volete voi che una legge dica…? Certo che sì. Ognuno ha qualcosa che vorrebbe vedere scritto in una legge alla quale potersi richiamare. In teoria basta quindi individuare un tema sentito da un numero sufficiente di cittadini/elettori (il 10 p.c. dell’elettorato complessivo), formulare un quesito capace di superare le verifiche di costituzionalità et voilà, il gioco è fatto. Quello della legge elettorale appare per definizione un tema perfetto in questo senso. Volete voi cittadini scegliere liberamente i parlamentari che gestiranno la cosa pubblica? Volete voi togliere ai partiti la possibilità di determinare le vostre scelte facendo una certosina opera di creazione delle liste elettorali? È presumibile che la risposta sia sì. A tutti piace decidere in piena libertà, o perlomeno avere la sensazione di farlo. A maggior ragione in un’epoca in cui le informazioni sono accessibili a tutti, o così si crede. Sapere è potere, diceva Francis Bacon. Marshall McLuhan negli anni ’60 riscriveva l’assioma nell’ottica del villaggio globale. Da allora sono passati più di 40 anni e forse sarebbe utile chiedersi se nell’era di Internet che dà a tutti perlomeno la sensazione di avere il sapere a portata di mano il ragionamento valga ancora. Se tutti sanno, il sapere è ancora potere? Oppure il potere è nelle mani di chi gestisce le informazioni e gli algoritmi? Il quesito non è superfluo. Tutt’altro. 
È più che attuale considerato che la più recente iniziativa referendaria proposta da “Il popolo decide” riprende argomenti già proposti circa quattro anni fa da “In nome della famiglia”, quesiti che riguardano tutti noi. Ma in questo tam tam di informazioni che circolano e nel frastuono creato delle preferenze, dalla limitazione del potere dei partiti, dalla riduzione dei costi della politica attraverso la riduzione del numero di seggi parlamentari, dall’introduzione del voto per corrispondenza e di quello elettronico… c’è insito il rischio che finisca in secondo piano il fatto che l’iniziativa riguarda da vicino anche l’atteggiamento nei confronti delle minoranze. Vero è che sull’onda degli avvertimenti inerenti al possibile difetto di costituzionalità della proposta tesa a togliere ai deputati eletti in rappresentanza delle minoranze nazionali il diritto di voto per quanto riguarda la fiducia al governo e l’approvazione del Bilancio nazionale, l’iniziativa ha deciso di proporre non uno, ma due quesiti. La ratio è quella di evitare che un’eventuale bocciatura del quesito che punta a far convivere in un Parlamento unicamerale come il Sabor deputati ai quali vengono riconosciute competenze e diritti sostanzialmente diversi, faccia naufragare tutta l’iniziativa. Rimane però la questione del numero dei deputati. Stando alla proposta quelli delle minoranze potrebbero essere al massimo 6; il loro numero verrebbe cioè proporzionalmente ridotto in sintonia con il principio generale che porterebbe il numero complessivo massimo di parlamentari dagli attuali 160 a 120. 
In teoria la proporzionalità dovrebbe fare da argine alla discriminazione e garantire la parità. Nella prassi la missione è impossibile. Per spiegarlo ai più l’informazione non potrà essere quella dosata per dare giusto un’infarinatura di sapere. La sovranità popolare è una bella cosa. Il rischio è che la disinformazione di massa ci porti a scambiare una farfalla monarca per una viceré.

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