Annessione o ritorno?

Il porto di Capodistria

Dopo le accese discussioni alla Camera di Stato di Lubiana, relative alla denominazione della ricorrenza coincidente con l’entrata in vigore del Trattato di pace del 1947 (15 settembre), e il veto sospensivo del Consiglio di Stato, i deputati saranno nuovamente chiamati al voto. Da “Ritorno del Litorale alla Madrepatria” (slovena) la proposta prevedeva la sostituzione con “Annessione”. La modifica potrà essere approvata o respinta, senza dibattito. Che il provvedimento teso a mutare parzialmente il nome della festività risponda ad una corretta lettura della storia lo dimostreremo sommariamente nel prosieguo. Rimane però sempre aperta la palese contraffazione del passato, giacché include anche il Capodistriano, territorio non interessato dal trattato medesimo.
Anzi l’Istria nord-occidentale fino alla foce del Quieto nonché la città di San Giusto e l’area fino alla foce del Timavo costituirono il Territorio Libero di Trieste (che mai vide la luce formalmente), le cui trattative diplomatiche, tra alti e bassi, proseguirono fino all’autunno del 1954, lasciando aperta ogni possibile soluzione, come lo testimoniano gli articolati negoziati del lungo secondo dopoguerra.
Sul vulnus rappresentato dal concetto di ‘madre patria’ si potrebbe ragionare in lungo e in largo, diremo solo che rispecchia la posizione slovena e racchiude il retaggio degli obiettivi e delle aspirazioni politico-nazionali e dei limiti immaginati per la nazione slovena a occidente. In quei bordi erano incluse anche le propaggini orientali della nazione italiana, la cui popolazione non si riconosceva in quella madrepatria. Nel corso del secondo conflitto mondiale il leader comunista Edvard Kardelj sosteneva la priorità di unire tutte le regioni slovene o presunte tali, come la Carinzia e la Venezia Giulia, inclusi i centri urbani che a suo dire erano circondati da territori compattamente sloveni (ad esempio Klagenfurt e Trieste). Ma se per la città giuliana prevedeva uno status particolare per tutelare la componente italiana, diametralmente diversa era la sua posizione nei confronti delle località costiere dell’Istria settentrionale (Capodistria, Isola, Pirano), infatti negava il loro carattere italiano in quanto riteneva fosse fittizio, cioè dovuto a immigrazioni avvenute nel corso dei secoli che avrebbero alterato la vera essenza di quei contesti.
Le istanze slovene manifestate nel 1848, cioè il programma della ‘Slovenia unita’, non poterono concretizzarsi nel corso dell’età asburgica e con la dissoluzione dell’Impero austro-ungarico si ritenne fosse stato possibile dare corpo a quel progetto mai abbandonato. Con la fine della Duplice monarchia il regio esercito vittorioso non solo entrava a Trento e Trieste, ma progressivamente occupava i territori previsti dalle clausole del Patto segreto di Londra del 1915. Benché la definizione dei confini fosse stata una preoccupazione costante dell’effimero Stato degli sloveni, croati e serbi e parimenti l’impegno militare, il Regno dei serbi, croati e sloveni, sorto il 1° dicembre 1918, ottenne solo parte degli obiettivi. Nel 1920 con il plebiscito per la Carinzia quella regione andò alla Repubblica d’Austria, mentre il Regno d’Italia, con il Trattato di Rapallo, acquisì Gorizia, Trieste, l’Istria e un’ampia porzione di territori compattamente sloveni. Dopo l’invasione della Jugoslavia da parte delle forze del Patto Tripartito e la spartizione della Slovenia (il nome ufficiale era Dravska banovina), nel 1941, il Fronte antimperialista (che dopo l’attacco all’Unione Sovietica sarebbe divenuto Fronte di liberazione) si prefiggeva di combattere gli occupatori, liberare e unificare tutti gli sloveni. Quella finalità nazionale amalgamò le varie anime della Resistenza slovena. La crisi militare italiana del 1943, i rovesci registrati in Africa e gli sbarchi alleati facevano presagire una prossima uscita dal conflitto dell’alleato germanico. In quel torno di tempo il Fronte di liberazione sloveno iniziò a organizzarsi per conquistare i territori rivendicati, che a occidente comprendevano la Venezia Giulia con Trieste, il cui porto era individuato come lo sbocco della Slovenia, nonché la Slavia veneta. L’11 settembre 1943, il Consiglio di liberazione nazionale della Slovenia litoranea (primorska Slovenija) divulgò la notizia della mobilitazione generale nell’esercito di liberazione, per terminare vittoriosamente la guerra e permettere agli sloveni del Litorale di raggiungere la “definitiva e completa libertà nonché l’unione agli altri sloveni nella Slovenia unita e indipendente, inclusa nella nuova e vigorosa Jugoslavia”. In conformità a quella decisione, il 16 settembre 1943, nel corso della seduta plenaria del Fronte di liberazione fu proclamata unilateralmente l’annessione del Litorale (sloveno) alla Slovenia unita e alla nuova Jugoslavia. L’unione di quei territori non costituiva più un obiettivo ma una realtà de facto, che andava difesa sia con l’esercito sia con la diplomazia. Nel secondo dopoguerra si aprì una nuova stagione d’incertezza. Il Trattato di pace con l’Italia cedette buona parte dei territori del confine di Rapallo, che furono inclusi alla Jugoslavia. La copertina del settimanale “Tovariš”, del 26 settembre 1947, riportava l’immagine dell’imponente manifestazione tenutasi a Lubiana per commemorare “l’unione di buona parte del Litorale sloveno e dell’Istria alla Repubblica Federativa Popolare di Jugoslavia”.

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