Nina Kudiš: «La storia dell’arte offre una nuova percezione di Fiume»

A colloquio con la prof.ssa a capo della Cattedra per l’Arte dell’Età moderna in seno all’Ateneo fiumano, sulle scoperte che hanno gettato una nuova luce sulla produzione artistica nel passato del capoluogo quarnerino

Il Parco archeologico di Fiume

Nei decenni passati Fiume era percepita come una città industriale, non troppo bella e pressoché priva di monumenti storico-culturali degni di nota, appartenenti a epoche passate, salvo alcune chiese. Un po’ più di attenzione era rivolta ai palazzi di stile eclettico e Liberty costruiti nel XIX e all’inizio del XX secolo, ma generalmente l’impressione era che Fiume non avesse molto da offrire e che effettivamente in città non ci fosse molto da vedere. Negli ultimi anni, però, questa percezione sta progressivamente cambiando, complice una serie di scavi archeologici che hanno portato alla luce una nuova dimensione della città – quella appartenente all’antichità, con la realizzazione del Parco archeologico dietro all’Arco romano e il rinvenimento dello splendido mosaico tardoantico ai piedi del campanile della chiesa dell’Assunzione della Beata Vergine Maria (Duomo) – e l’instancabile lavoro di ricerca degli studiosi del Dipartimento di storia dell’arte della Facoltà di Filosofia dell’Università degli studi di Fiume che, oltre a giungere a nuove e interessanti scoperte legate all’arte del XVII e XVIII secolo in questi territori, si danno pure da fare per presentarle ai cittadini interessanti nell’ambito di cicli di conferenze nell’Aula consiliare. Abbiamo interpellato la prof.ssa Nina Kudiš, a capo della Cattedra per l’Arte dell’Età moderna in seno alla Facoltà di Filosofia dell’Università di Fiume, per conoscere più da vicino le scoperte alle quali gli studiosi di storia dell’arte sono giunti negli ultimi anni e che offrono uno sguardo completamente nuovo sul patrimonio storico-culturale di Fiume dell’Età moderna.
Negli ultimi anni la Cattedra per l’Arte dell’Età moderna è giunta a delle scoperte molto interessanti legate all’arte del XVII e XVIII secolo a Fiume e nel suo circondario. Inoltre, avete avviato un progetto interessante di presentazione del patrimonio artistico fiumano intitolato “Fiume barocca” e delle nuove scoperte con un ciclo di conferenze all’Aula consiliare. Qual è il quadro dell’arte fiumana che emerge dalle vostre ricerche?
“Innanzitutto, mi consenta di definire il termine ‘cattedra’, in quanto ho notato che spesso non è del tutto chiaro di che cosa si tratti. Per definizione, nel sistema universitario croato il termine cattedra si riferisce a ‘un’unità scientifico-didattica, un gruppo di relatori, di una o più materie simili in seno alle Università’. Per questo motivo, ad esempio, il Dipartimento di storia dell’arte alla Facoltà di Filosofia di Fiume è suddiviso in quattro cattedre definite dal metodo d’insegnamento e dalla metodologia di ricerca. La Cattedra dell’Arte dell’Età moderna, i cui membri, oltre a me, sono il professore associato Damir Tulić e i giovani ricercatori Marin Bolić e Mario Pintarić, si occupa dell’arte nata nel periodo che va più o meno dal 1400 al 1800. Per quanto riguarda i corsi, il nostro interesse è orientato sull’arte europea, soprattutto su quella nata in Italia e in Europa centrale, mentre la nostra attenzione è volta in primo luogo alla produzione artistica della Serenissima, ovvero degli artisti veneziani e veneti che operavano in Terraferma, nonché in Istria e Dalmazia. I cosiddetti artisti locali della costa orientale dell’Adriatico acquisivano quasi esclusivamente le loro conoscenze e competenze artistiche a Venezia”. “Per poter portare avanti le nostre ricerche – continua la professoressa – abbiamo bisogno, come tutti gli studiosi, di sostegno finanziario. Attualmente questo ci giunge da due progetti: uno è ‘grande’, appoggiato dalla Fondazione nazionale per la ricerca scientifica (Hrvatska zaklada za znanost), intitolato ‘Et tibi dabo: i committenti e i donatori di opere d’arte in Istria, nel Litorale croato e nella Dalmazia settentrionale tra il 1300 e il 1800’, mentre quello più ‘piccolo’, ‘Fiume barocca’ (Barokna Rijeka), è appoggiato con fondi assai più modesti dall’Università degli studi di Fiume”.

La prof.ssa Nina Kudiš. Foto Ivor Hreljanović

Grandi passi avanti
“Il collega Tulić ed io – prosegue – ci occupiamo ormai da diversi anni dei dipinti e delle sculture nel territorio di Fiume e del suo circondario eseguite nel XVII e XVIII secolo, pubblicando le nostre scoperte regolarmente nelle riviste scientifiche nazionali e internazionali e negli atti dei convegni. Ultimamente, però, grandi passi avanti nella conoscenza delle arti applicate nel territorio, più precisamente dei tessuti storici e dell’oreficeria, sono state fatte dalle nostre allieve e collaboratrici, specialiste nel campo, Iva Jazbec Tomaić, che ha conseguito il dottorato di ricerca nel 2019, e Mateja Jerman, che invece lo conseguirà tra qualche mese. I giovani ricercatori Marin Bolić e, soprattutto, Mario Pintarić, nelle loro ricerche svolte all’Archivio di Stato e in quello dell’Arcidiocesi di Fiume, nonché nel Museo di Marineria e di Storia del Litorale croato e nelle chiese fiumane, sono giunti a delle scoperte davvero preziose sul patrimonio artistico barocco fiumano”.
“In questo momento possiamo dire che le nostre conoscenze sulle opere d’arte fiumane eseguite tra il 1600 e i primi decenni del 1800 e sui loro autori divergono in modo significativo, sia dal punto di vista della qualità che della quantità, da ciò che è stato pubblicato nell’emblematico libro ‘Il Barocco in Croazia’ (Barok u Hrvatskoj, edito a Zagabria nel 1982), nel quale Radmila Matejčić scriveva dell’arte in Istria e nel Litorale croato. Tale sviluppo nell’ambito delle scienze umanistiche non è insolito, anzi, sarebbe strano e preoccupante se non fosse così. Fin dalla fine degli anni Settanta del XX secolo, le conoscenze non solo hanno subito cambiamenti grazie a nuove informazioni, bensì – il che è ancora più importante – è cambiata in maniera significativa anche la metodologia di ricerca nella storia dell’arte”.
“Qui non è possibile citare tutte le nuove scoperte a cui siamo giunti – rileva la studiosa –, ma chi è interessato può consultare la maggior parte dei nostri studi scientifici sulla pagina web della Bibliografia scientifica croata o sulla pagina Academia.edu. Inoltre, i nostri studi sono disponibili pure sulle pagine donart.uniri.hr, pietasetfama.uniri.hr o ribri.uniri.hr. In questo contesto è importante sottolineare che le opere d’arte fiumane del XVII e XVIII secolo si distinguono per la loro qualità e quantità, il che colloca la nostra città tra i centri artistici più interessanti non soltanto sulla costa orientale dell’Adriatico, bensì in tutto il territorio dell’allora Monarchia asburgica. Purtroppo, a Fiume si poneva troppo a lungo, spesso irrazionalmente e da posizioni motivate da interessi personali, oppure condizionate da una politica culturale un po’ miope, l’accento soltanto sul patrimonio artistico di determinati periodi. Mi rincresce dirlo, ma ne siamo testimoni anche oggi”.
A quali scoperte siete giunti nell’ambito del progetto Et tibi dabo?
“Al progetto partecipano 14 collaboratori, di cui sette ricercatori esperti e sette collaboratori all’inizio della loro carriera. Finora, nell’ambito del progetto sono state discusse con successo tre tesi di dottorato, mentre ne attendiamo ancora cinque. Inoltre, sono stati pubblicati diversi libri, decine di articoli nelle riviste specializzate, i nostri collaboratori hanno preso parte in veste di relatori a numerosi convegni scientifici in Croazia e fuori dai suoi confini. È molto difficile parlare di nuove cognizioni conseguite da 14 ricercatori in tre anni, in quanto sono molto numerose e variegate. In questo momento stiamo preparando sulla pagina web del progetto un elenco di libri, articoli, interventi e vari altri testi che ne sono il risultato, corredati da link, per cui chi è interessato può consultare la pagina donart.uniri.hr. C’è, però, un aspetto della nostra ricerca, in parte ‘coperto’ anche dal progetto Fiume barocca, che sta assumendo dei contorni sempre più chiari: ora abbiamo la possibilità di integrare le conoscenze sul patrimonio artistico del XVII e XVIII secolo a Fiume e nel suo circondario, di contestualizzarle e di modificare notevolmente le ipotesi e le interpretazioni che fino a poco tempo fa erano generalmente accettate”.
Immagino che per portare avanti le ricerche sul patrimonio artistico nei nostri territori è necessario conoscere la lingua italiana e trascorrere molto tempo negli archivi e nelle biblioteche in Italia.
“Considerato che lavoro ormai da anni come professore universitario e come ricercatrice del patrimonio artistico dell’Età moderna, mi consenta di rispondere a questa domanda in maniera un po’ più ampia. Purtroppo, devo dire che oggigiorno il livello di alfabetizzazione in generale è molto basso, a prescindere se questo riguardi persone mature o studenti e alunni o se si tratti della loro madrelingua o di una seconda lingua; il che è preoccupante. Qui non faccio riferimento soltanto alla situazione in Croazia. I miei colleghi e amici nel Veneto, che sono in prevalenza docenti universitari o studiosi, si lamentano del medesimo fenomeno. Essendo di professione anche anglista, mi stupisce quanto sia basso il livello di competenza nell’uso della madrelingua, ad esempio, del cittadino medio degli Stati Uniti”.
Dubbia qualità dei contenuti scolastici
“La responsabilità per questa situazione va ricercata anche nei sistemi scolastici nei quali accade che i giovani concludano la loro formazione scolastica senza conoscere bene le regole grammaticali della loro madrelingua o di una seconda lingua che studiano da diversi anni. Non sono qualificata per individuare le cause di questo fenomeno o per suggerire in che modo motivare i giovani ad acquisire queste competenze con più successo, ma ho l’impressione che anche qui, come in diversi altri ambiti, sia chi insegna che coloro a cui viene impartito l’insegnamento sono un po’ vittime di un sistema condizionato dalla politica, il quale richiede dei risultati formali, mentre al contempo non tiene affatto conto della qualità o addirittura della funzionalità dei contenuti. In questo contesto non sorprende che, purtroppo, sempre meno abitanti di Fiume o studenti dei corsi umanistici dell’Università parlino o possano almeno servirsi di testi in lingua italiana”.

Il Duomo di Fiume. Foto Goran Žiković

Essenziale la conoscenza dell’italiano
“Questo è un notevole problema per gli studenti di storia dell’arte per due ragioni: in primo luogo, quasi il 50 per cento del patrimonio artistico mondiale si trova in Italia, mentre in secondo luogo il Dipartimento di storia dell’arte di Fiume, per la sua posizione geografica e per l’interesse scientifico dei docenti, è orientato soprattutto sul patrimonio artistico dell’Italia nord-est, a prescindere se si tratti del patrimonio della Serenissima o di altre entità politiche che l’hanno preceduta o che si siano formate successivamente in quei territori. Di conseguenza, i ricercatori che desiderano occuparsi di arte dell’Età moderna in Istria, in Dalmazia e nel Litorale croato non possono ottenere risultati significativi senza conoscere la lingua italiana. Infatti, per fare questo lavoro è necessario poter consultare la bibliografia, come quella basilare così anche quella molto specifica: in Italia la produzione scientifica in questo campo è estremamente vasta e in prevalenza di eccellente qualità, sia dal punto di vista metodologico sia per quanto riguarda le conoscenze. Infine, giungiamo alla questione della lettura di documenti d’archivio, sia quelli ecclesiastici che laici, che sono nella maggior parte scritti in italiano; anche quelli che riguardano Fiume all’epoca degli Asburgo. In questo caso, oltre alla conoscenza dell’italiano standard, è di estrema importanza conoscere anche il dialetto o almeno la terminologia tipica per i dialetti veneti. Infatti, la sintassi e la grammatica della lingua italiana non è cambiata così tanto dal XVII secolo, per fare un esempio, per impedirci di comprendere gli scritti prodotti a quell’epoca. In questo campo tutti coloro che conoscono il linguaggio locale, ovvero i dialetti italiani e quelli croati, saranno avvantaggiati, perché riconosceranno facilmente gli oggetti, le attività o le frasi che vengono utilizzate ancora oggi”.
Lettura dei manoscritti
“Un problema completamente diverso, anche se attinente per gli storici dell’arte, è la lettura dei manoscritti: questa è una competenza che si acquisisce trascorrendo ore e ore a decifrare innumerevoli documenti. Qui bisogna sottolineare che i manoscritti dei secoli precedenti, come ad esempio quelli del XIV e del XV secolo, sono molto più ‘ordinati’ e si leggono più facilmente, a condizione che uno conosca il latino. Un vero problema sono gli scritti negligenti e coperti di macchie del XVIII secolo, che molto spesso lasciano a desiderare anche dal punto di vista del contenuto, dal momento che i notai qualche volta sbagliavano nell’annotare i nomi di persone, Santi, località e numeri. Un ricercatore esperto deve tenere particolarmente conto di questi errori”.
In che modo l’isolamento influisce sul suo lavoro e sulle sue ricerche?
“Oltre al fatto che porto avanti tutte le lezioni via Skype, nel momento in cui è stata proclamata la quarantena avevo pensato, probabilmente come tanti altri studiosi, che questa sarà un’ottima occasione per portare al termine tanti progetti in sospeso, come il completamento di articoli e testi per i quali avevo raccolto il materiale tanto tempo prima, il riassetto della biblioteca e dell’archivio fotografico, un’occasione per riordinare il computer. Purtroppo, si è visto che avere la famiglia a casa per un lungo periodo esige molta più energia e più tempo del previsto. Inoltre, che questa sia un’ottima occasione per intraprendere nuovi progetti o per concluderne altri lo hanno pensato anche i miei colleghi in Croazia e all’estero, per cui in questo momento sto lavorando in parallelo ad alcuni articoli scientifici, cerco di scoprire l’autore di diversi dipinti, sto concludendo delle recensioni commissionate tempo fa… Il lavoro è davvero tanto”.
Blog sulle epidemie
“Nonostante tutto, la pandemia da coronavirus mi ha ispirata a scrivere per il blog del progetto Et tibi dabo almeno due testi, uno sull’influsso delle epidemie di peste, che scoppiavano quasi ogni dieci anni dal XIV al XVII secolo, l’altro sulla storia della pittura veneziana. Di peste sono morti Giorgione nel 1510, ma anche Tiziano 66 anni dopo. Particolarmente terribile è stata l’epidemia di peste bubbonica, che seminò morte nell’Italia settentrionale e centrale dal 1629 al 1631. Molti suoi connazionali ricorderanno che si tratta dell’epidemia che Alessandro Manzoni descrisse nel suo romanzo ‘I promessi sposi’. Soltanto a Venezia, nell’arco di due anni la peste causò la morte di ben 50mila persone e così pure di diversi artisti. A Vicenza, ad esempio, l’epidemia spazzò via la maggiore dinastia pittorica dell’epoca, la famiglia Maganza. Nonostante sia tragico, questo fatto portò alla ribalta una nuova generazione di pittori innovativi – tra cui il geniale Francesco Maffei –, che conseguirono più facilmente il successo”.
“Per potere scrivere questi testi, al momento sto consultando tutta la bibliografia disponibile relativa alle epidemie di peste a Venezia e nel Veneto, al modo in cui la Repubblica di Venezia lottava contro i contagi, sulla prima quarantena e il primo lazzaretto in Europa aperto a Ragusa/Dubrovnik, su come appena di recente è stato rinvenuto l’inventario del patrimonio di Giorgione compilato dopo la sua morte… Ma non devo permettere che la curiosità mi distolga da compiti più urgenti, perché nel momento in cui la produttività rallenta, aumenta il livello di stress. Ad ogni modo, non riesco proprio a comprendere coloro che dicono di annoiarsi in questo periodo di isolamento”.

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