Lontane incomprensioni col musical

Foto: IVOR HRELJANOVIĆ

È di questi giorni l’inizio di una nuova produzione che vedrà il suo debutto a luglio al TNC “Ivan de Zajc”. Il musical “Baciami Kate” è in coproduzione col Dramma Croato e porta le musiche di Cole Porter. I due personaggi Lilli e Fred interpretati da Leonora Surian e da me sono in litigio feroce per tutto lo spettacolo nel gioco del doppio, tra vita e scena, persona e personaggio, incastrati in un miscuglio di linguaggio “basso” e “alto”, quello di Shakespeare. Siamo all’inizio di un viaggio entusiasmante e già nella prima scena per un’intera pagina i due litigano e in quella successiva, attraverso i loro ricordi evocati da un duetto dal titolo “Bellissima”, si ritrovano a ritmo di valzer in un paio di minuti uno nelle braccia dell’altra per ritrovarsi innamorati nuovamente dopo anni durante i quali le loro vite avevano intrapreso altri cammini.

 

La canzone è in grado di sprigionare quel cambiamento emotivo che diversamente solo per mezzo di un dialogo richiederebbe diverse pagine. Come mai? Perché mi convince? È questo il tema che vorrei approfondire, rispetto a un genere di teatro che solo negli ultimi anni ho riconosciuto come di grande espressione artistica.

Il mio primo ricordo da spettatore di un musical è legato al pensiero che avevo quando da ragazzino ogni volta che l’attore da personaggio girava la testa verso il pubblico, sull’accordo cominciava a cantare. Mi domandavo: “Ma perché non continui a parlare invece di sbrodolare senza aggiungere nulla alla storia?”. La verità era che, come per l’opera lirica, non avevo pazienza, non mi mettevo davvero in ascolto e il mio interesse non andava oltre la storia. Nell’opera lirica, capire quello che dicevano i cantanti senza aver letto prima il libretto era quasi impossibile. A seguire un’opera si va preparati e le parole non hanno lo stesso peso della musica, non interessano nemmeno ai cantanti che hanno quel testo in repertorio da anni e magari in lingue diverse.

La voce… l’identità

In seguito, a forza di ascoltare musical e opere liriche, avevo notato che sempre più spesso venivo investito inaspettatamente da emozioni molto intense. Che cosa era cambiato? Penso che un nuovo modo di apprezzare la profondità del canto arrivò negli stessi anni notando come mia nonna paterna, a seguito di un intervento per un tumore, perse per sempre la sua voce. La sua voce potevi sentirla dalla scale di casa, era il suo tratto distintivo, un po’ rovinata dal fumo ma sempre energica. Si esprimeva in dialetto parmigiano ed era in grado di parlare per ore intrattenendo i suoi ospiti con storie, barzellette e canti tra una partita e l’altra a carte con gli amici. Avrei dovuto trovare un modo diverso per relazionarmi con lei in questa sua “nuova” esistenza, ma purtroppo il tempo da dedicarle fu molto poco. Non ci volle molto tempo per capire in seguito, da attore, quanto il pensiero e le emozioni siano un tutt’uno con la voce.

La simultaneità dei sensi

Ricordo di aver visto da ragazzo “Mamma mia” al Brancaccio di Roma e di aver assistito a un tornado di emozioni spingere il pubblico ad alzarsi dalle poltrone per cantare a pieni polmoni e danzare insieme agli attori il finale di “Waterloo”. Oggi mi sento pronto a dare la mia definizione di musical. Se provassimo a ricordare alcune righe di una storia che adoriamo del nostro romanzo preferito; in seguito a rivedere nella nostra mente la scena di un film con l’attore da noi adorato che ogni volta sa farci commuovere, a richiamare alla mente il passaggio di una sinfonia o di una canzone che ci emoziona, a immaginare di essere vestiti con un abito che ci fa sentire bene o quel costume di carnevale in cui da ragazzi ci sentivamo invincibili. Possiamo pensare a una di queste cose per volta, ma non a tutte queste cose nello stesso momento e invece assistere a un musical è esattamente questo. È come se nello stesso momento Marlon Brando leggesse per te il passaggio dal tuo romanzo preferito, con Charlie Parker che suona in sottofondo “blues per Alice”, mentre sei vestito da Batman comodamente steso su un divano di velluto scuro a forma di torta Sacher. Nello stesso momento, il meglio che tu possa desiderare viene magistralmente miscelato per rapirti i sensi e portarti altrove dentro il tornado di emozioni che a un certo punto ti porta ad alzarti e ballare cantando a squarciagola gli ABBA.

«Un posto per tutti»

Il musical nasce dalla cultura USA e rappresenta quel miscuglio di razze, religioni e pensieri che hanno contribuito a costruire l’America. Rispecchia una forma, un modo di vivere e di pensare che possiamo ritrovare in gran parte anche noi europei. Una parte che attraverso il numero cantato, ballato o recitato diventa non una sequenza di canzoni e dialoghi, ma qualcosa di più grande della parte stessa perché inserito in una costruzione perfetta, un meccanismo che spesso per la creazione di alcuni capolavori ha richiesto anni per essere messo a punto. “Ci deve essere un posto per noi, tienimi la mano e io ti ci porterò, un giorno, in qualche modo”. Toni e Maria cantano questa frase musicale in “West side story” nel brano “Somewhere”. Diventa riconoscibile per tutti noi, perché ogni esperienza finisce e trova il suo posto nei musical.

La canzone come sintesi massima

Tardi ho inteso che le canzoni sono parte della storia, anzi che sono il momento culminante, il punto di svolta all’interno dei dialoghi dei personaggi. La loro forza consente di andare oltre le parole, nel canto. Il bisogno di cantare dei personaggi nasce dal contenuto e precede la forma quando non sono più in grado di esprimersi solo con le parole ecco che sentono la necessità di esprimersi col canto. La canzone è messa allo zenit dell’intenzione di un personaggio e la forza della musica è in grado di portare quel cambiamento importante richiesto nella scena.

Gestire gli impulsi

Il corpo e la voce richiedono un coinvolgimento e un carico emotivo immediato, intimo. Anche se non sempre il cantante o l’attore si mettono a nudo per rivelare la vita emotiva del personaggio, ma questo è il loro lavoro ed è la loro scommessa da vincere come interpreti. Schermarsi dietro a delle note è possibile, ma con esercizi appropriati lavorando sulla sillabazione delle canzoni, alcuni pedagoghi come Strasberg o Jack Walzer hanno messo a punto l’esercizio del “song and dance” o “ canta e balla”. Una specie di “radiografia dell’interno” dell’attore-cantante che impara a stabilire un contatto con sé stesso e a gestire gli impulsi, stando sempre in apertura sul pubblico. L’attore sa bene che da adulti il condizionamento porta a censure. La musica con note, ritmo, dinamica, armonia, melodia, timbro e testo può sicuramente apportare molto di più all’espressione di qualche semplice parola anche ben detta.

Da parlato… a cantato

Quando tutte le parole sono state spese e quando non hanno prodotto alcun cambiamento l’unica opzione è cantare. Le parole non hanno lo spazio sufficiente a contenere le grandi e forti emozioni di rabbia, frustrazione, gioia, amore ed ecco che arrivati al culmine più alto della situazione l’attore-cantante deve stare attento nel preparare il passaggio dal parlato al cantato. Un momento molto difficile che deve essere preparato con attenzione, al punto tale che il bisogno di cantare deve precedere la presenza della canzone. Questo meccanismo prima che per l’interprete deve valere per l’autore dell’opera il cui contenuto a un certo punto, impone l’uso di una nuova forma adeguata per esprimere l’inesprimibile.

Danza: il corpo si racconta

E se la canzone dovesse fallire nell’intenzione del personaggio cosa potrebbe chiedere l’autore al suo interprete? Nel musical è chiaro che si aggiunge la possibilità di danzare. Un esempio che ancora mi fa venire le lacrime agli occhi è la scena del musical di “Corus Line” in cui Cassie, nella versione del film, l’attrice Alyson Reed, cerca di convincere il regista Zach, Michael Douglas, a prenderla come interprete per il musical. La scena passa da un dialogo pacato al litigio, trasformato in canto che diventa poi ballo e convince il regista a darle il lavoro. Sappiamo così quanto all’aumentare del coinvolgimento del corpo, corrisponda la possibilità di esprimere momenti di massima espressione, così come si è visto per la voce. Questi due elementi vanno “incanalati” per soddisfare l’intenzione del personaggio e superare gli ostacoli della storia. Queste due forme con i loro codici sono essenziali per convogliare e sostenere l’energia che altrimenti sarebbe spesa inutilmente sul palco trasformando il protagonista si in un “povero attore che si agita e si pavoneggia sul palcoscenico per il tempo a lui assegnato e poi nulla più s’ode” per voler citare il Bardo.

Contenuto e forma adeguati

Continuando con il parallelo, Shakespeare usa all’interno delle sue opere teatrali diverse forme di linguaggio. In Romeo e Giulietta, atto I scena V, si passa dalla prosa con cui si esprimono i servi, al “blank verse” di Padre Capuleti alternato alle quartine di Tebaldo, fino al sonetto tra Romeo e Giulietta. Questa scelta è legata come già visto per il musical alle intenzioni, al contenuto emotivo che aumenta con il crescere di tensione della scena. La festa, infatti, inizia in prosa con la servitù che si lamenta, poi si aggiunge in versi liberi Padre Capuleti che fa presente così il suo differente status sociale: l’ingresso di Tebaldo, il nipote, alza la posta in gioco con qualche battuta in rima aumentando così la tensione e comunicando la sua intenzione allo zio di aver riconosciuto e voler affrontare il rivale di famiglia Romeo che s’aggira per la festa mascherato. L’intenzione di Tebaldo è smascherarlo e punire l’affronto: “Per la nobiltà e l’onore del mio casato, colpirlo a morte non lo ritengo un peccato!”, ma lo zio propone poi un verso libero a un linguaggio più pacato e comune: “Che c’è adesso, nipote, cosa ti rannuvola?” e Tebaldo ribatte: “Zio, questo è un Montecchi, un nostro nemico, un maledetto, che è qui venuto stanotte a dissacrare la nostra festa”, e riporta nuovamente la forma a una tensione più alta. Nella stessa scena avviene l’incontro di Romeo con Giulietta e le intenzioni d’amore richiedono l’uso del sonetto considerato la forma espressiva più alta in quel periodo. Il Bardo utilizza diverse forme espressive, per aiutare l’attore e il pubblico a meglio differenziare il contenuto più o meno coinvolgente della trama. Rispetto alla prosa la poesia riesce attraverso il verso con le sue figure retoriche della sintassi come l’enjambement, le legature, le elisioni e le rime trasferire meglio un contenuto emozionale in maniera precisa. Allo stesso modo il musical usa le canzoni per aumentare la forza espressiva quando la prosa non basta più e l’unica opzione a dare forma all’espressività rimane la musica e la voce elevata a canto.

La violenza e l’intimità

Mi sono anche chiesto dove collocare i combattimenti e la presenza di violenza presente così spesso in Shakespeare, ma anche in alcuni musical. Trattandosi di un coinvolgimento del corpo e avendo in teatro delle forme codificate, nella musica come nella danza o nella scherma, il combattimento di scena ritengo sia da mettere alla stregua della danza. Se penso a “West Side Story” di Leonard Bernstein nel pezzo “cool” tra i personaggi di Jeff e Riff, la forma alla loro aggressività appare chiara guardando alcuni passaggi di diverse edizioni postati su YouTube. Le esplosioni di violenza, infatti, vengono trasformate in un balletto con dei momenti onomatopeici in versi del tipo “pow” e “bang”, trattenuti e rilasciati per mantenere la loro “calma”, la parola inglese “cool”. La canzone e la danza hanno le loro regole astratte, surreali mentre la violenza si esprime a un livello “più basso”, interno al mondo del personaggio. Tuttavia grazie al movimento teatrale, si può trovare uno stile che esprima la violenza in modo non realistico ad esempio usando l’effetto al rallentatore, il “ralenti” prestato dal cinema.

L’intimità come la violenza

Nel musical “The music man” l’intimità amorosa è altrettanto espressa dalla canzone “Till there was you”, in italiano “Finché c’eri tu”. In Italia si può trovare nella versione filmica dal titolo “Capobanda”. Nella scena, ambientata su un romantico ponte di un parco, la protagonista Marian canta a Harold che la vita è diversa da quando lui è entrato a farne parte. A un certo punto la musica cresce mentre si baciano sul ponte, la tonalità si alza e possono finalmente cantare assieme. Fino a un momento prima, Harold era rimasto ad ascoltarla. Ma il punto d’apice del bacio legato alla musica li pone in perfetta armonia e subito dopo il bacio un cambio ritmico segna l’inizio di una nuova relazione e di un battere del cuore comune. La scena poteva essere fatta con una semplice affermazione del tipo: “Ti amo”, ma l’impatto emotivo sul pubblico sarebbe stato molto diverso anche in presenza di grandi interpreti.

Il passaggio da una forma all’altra

A differenza di quanto avviene nell’opera, nel musical con l’uso del microfono gli interpreti sono meno legati a una tecnica vocale che toglierebbe ai loro corpi la possibilità di muoversi con una certa disinvoltura, così come di passare dal parlato al cantato con una certa agilità. Ma come nel recitare Shakespeare, questi cambiamenti di forme devono essere introdotti nella drammaturgia del testo e della musica quando il momento lo richiede. I passaggi da una forma all’altra, come dal parlato al cantato, sono estremamente delicati per gli interpreti e rappresentano un momento di rischio per il personaggio e di conseguenza è necessario che l’attore metta la corrispettiva attenzione e renda necessario al pubblico percepire come inevitabile il passaggio da una forma all’altra. Così il bisogno di combattere deve essere preceduto da una presenza di violenza, il bisogno di ballare deve essere preceduto da un sentire di “dover ballare” e il momento in cui la scena ha bisogno di essere intima deve essere preceduto, appunto, da intimità.

Attraversare il ponte…

Una volta scelto il percorso, quando incontrano “il ponte” gli interpreti devono attraversarlo per poter passare alla nuova forma espressiva e se ci sono delle resistenze fisiche o psichiche, non si è convincenti e si perde in credibilità. L’immagine è quella di una scalata: in cima si trova il punto massimo di climax. La classica scena d’amore parlata, la canzone appassionata, il solo di danza. Ogni frase, ogni parola è un piccolo avanzamento lungo la salita. A volte il percorso è agile e veloce, altre invece lento e magari richiede di fare una pausa prima di percorrere l’ultimo tratto che porta in cima. Se ci si prende troppo spazio, se si esita o si torna appena indietro prima di compiere il balzo in avanti per raggiungere la vetta, il pubblico non starà più al gioco e nel migliore dei casi penserà ad altro. È proprio quel momento in cui il nostro eroe estrae la spada dalla fodera, chiude per un momento gli occhi, magari si gira verso il pubblico. Al suono delle prime note appare inevitabile anche al pubblico che parlare non basterà più per contenere quel tornado che sta arrivando sulla scena. Solo una canzone potrà consentire al nostro titano di affrontare la situazione in modo credibile e regalare al pubblico un’emozione, quella che gli fa esclamare all’unisono: Bravo!.

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