LA RECENSIONE: L’adozione e l’eutanasia ieri e oggi

Il libro pubblicato da Einaudi

Siamo in un paesino della Sardegna, a Soreni, nei primi anni Cinquanta del XX secolo. Un piccolo mondo antico, una comunità chiusa, con le sue regole e i suoi tabù, la sua lingua atavica e i tanti problemi da affrontare. La piccola Maria Listru, ultima e indesiderata di quattro sorelle orfane di padre, viene adottata da Bonaria Urrai, nubile e benestante, sarta di facciata. Quindi non figlia biologica ma figlia dell’anima, una filla de anima, come “i bambini generati due volte, dalla povertà di una donna e dalla sterilità dell’altra”.

 

Pure in Istria si praticavano queste adozioni non canoniche. Diego Zandel nel romanzo “Una storia istriana” (Edit 2009) narra una vicenda simile a quella sarda, che si svolge negli anni Trenta in un paesetto situato tra Arsia ed Albona, dove gli uomini sono spinti da istinti primordiali, mentre le donne accettano il ruolo di serve docili e obbedienti ai mariti. Zandel racconta il caso di Sime e Giovanna che non hanno avuto la benedizione di una creatura loro. Un giorno il marito si porta a casa un figlio d’anima, Ludvig, un nipote, il penultimo bambino dei Miculian che ne hanno sette. Per i Miculian sarà una bocca in meno da sfamare. Ma Giovanna, sterile di ventre e di cuore, non sa amare quel figlio adottivo, lo accoglie malvolentieri, lo maltratta e il ragazzino soffre troppo per il distacco dai suoi fratelli, da Fiume e dalla mamma, tanto che la vicenda finisce tragicamente con il suicidio.

Ma ritorniamo all’”Accabadora” (dal termine spagnolo acabar “terminare”, “finire”) di Michela Murgia, pubblicato da Einaudi nel 2014, che ha sviluppi solo positivi, perché Tzia Bonaria sa essere “più madre” di chi l’ha partorita. Infatti, la piccola Maria crescerà in un clima completamente diverso da quello che aveva a casa sua. La zia le offrirà un tetto e un letto, le darà affetto e rispetto, saggezza e severità, cultura e futuro. Le insegnerà l’umiltà di accogliere sia la vita sia la morte, la crescerà nella consapevolezza che alcune cose possono essere fatte, mentre altre no, ma soprattutto la lascerà vivere a modo proprio e alla fine la nominerà sua erede, chiedendole in cambio la presenza e la cura per quando sarà lei ad averne bisogno.

C’è però qualcosa di misterioso che la vecchia zia nasconde alla figlia adottiva. Bonaria Urrai – in paese lo sanno tutti – è un’accabadora, è colei che finisce, una che “termina”, un terminator ante litteram, una donna che interviene per aiutare il destino a compiersi. Lei conosce le superstizioni, le stregonerie e le fatture di una cultura arcaica e quando è chiamata nella casa di un moribondo senza speranza, è pronta a dargli una morte pietosa, sempre che il poveretto sia in condizioni di sofferenze tali da portare i familiari o lui stesso a richiederla. Insomma Bonaria libera le anime (con un cuscino o con strumenti anche più macabri) quando si sentono imprigionate, le traghetta verso l’altro mondo, oltre il dolore e la paura. È un atto non retribuito, farselo pagare è contrario alla religione, è semplicemente il gesto amorevole e finale dell’ultima madre, figura accettata perfino dal prete di paese che, col suo silenzio-assenso, di fatto accetta la missione dell’accabadora.

Per caso un giorno Maria, in seguito alle confidenze dell’amico Andrìa, scopre il segreto di Tzia Bonaria. Una notte la zia era accorsa a compiere la sua opera caritatevole al letto del fratello di Andrìa che, amputato di una gamba, l’aveva supplicata di aiutarlo a concludere la sua vita. Sentendosi tradita, dopo un duro confronto con la zia, Maria decide di lasciare il paese per andare a Torino, portandosi dietro una cultura del tutto sconosciuta ai continentali, nonché la certezza che lei non sarebbe mai stata “…capace di uccidervi solo perché è quello che volete”. Ma l’accabadora l’aveva ammonita: “Non dire mai: di quest’acqua io non ne bevo”.

Dopo quasi due anni di lontananza dalla Sardegna, Maria riceve una lettera della sorella che le comunica le gravi condizioni di salute di Tzia Bonaria. Nonostante la diagnosi che la dava per morta da un momento all’altro, la vecchia Urrai continuava a sopravvivere tra dolori lancinanti sempre più insopportabili. Maria è costretta a riconsiderare le sue frettolose convinzioni sull’eutanasia e decide di tornare al paese per adempiere ai suoi doveri di riconoscenza e accudire la donna che solo giuridicamente non è sua madre. Il romanzo si conclude lasciando al lettore l’interpretazione se Maria abbia o meno aiutato Tzia Bonaria a passare a miglior vita.

È un piccolo libro coraggioso (160 pagine), in cui Michela Murgia affronta due temi attualissimi e delicatissimi: l’adozione e l’eutanasia. Li affronta con destrezza e delicatezza collocandoli in un universo di valori lontani dalle prospettive moderne, ma riesce a renderli naturali e condivisibili: se una donna non ha di che sfamare il proprio figlio, è normale che un’altra lo prenda come proprio; se alle sofferenze di un malato non c’è più rimedio, è naturale aiutarlo a mettervi fine con la morte dolce. Oggi tali pratiche si fanno in un’altra maniera: per l’adozione, attraverso percorsi burocratici interminabili e costosi per controlli medici e supporti psicologici; per l’eutanasia, attraverso leggi che difendono il diritto alla libera scelta di restare in vita o di andare in una clinica svizzera. Comunque, adozione e eutanasia sono pratiche che in qualche modo sono sempre esistite e che ancor oggi scuotono le coscienze e animano i dibattiti creando inevitabilmente spaccature e discussioni. La Murgia fonda le due tematiche su valori che a noi sembrano sorpassati, ma il nostro progresso ha saputo sostituirli con valori altrettanto forti?

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