Hercule Poirot. I primi cent’anni del detective belga

L'investigatore inventato dalla regina del giallo, Agatha Christie, fece il suo ingresso nel mondo letterario come protagonista del romanzo «Poirot a Styles Court» nel 1921

David Suchet ha impersonato la versione più amata del famoso detective

Cent’anni fa, fece il suo ingresso nel mondo letterario un ometto basso dai baffi appariscenti che, con l’aiuto delle sue “piccole cellule grigie”, riusciva a risolvere anche il più complesso dei casi: il detective belga Hercule Poirot. La regina del giallo, Agatha Christie, introdusse per la prima volta questo personaggio, che diventerà uno degli investigatori più amati nella storia della letteratura, nel romanzo “Poirot a Styles Court” (The Mysterious affair at Styles) nel 1921. Secondo soltanto al celeberrimo Sherlock Holmes di Sir Arthur Conan Doyle, Poirot – l’ufficiale di polizia belga e rifugiato, originario di Bruxelles, giunto in Inghilterra durante la Prima guerra mondiale – è ormai parte indissolubile della cultura britannica. Come spiega Christopher Pittard, professore di letteratura inglese all’Università di Portsmouth, in un testo per “The Conversation”, scrivendo del detective belga che risolve casi in tutto il Regno Unito e in altre parti del mondo, Agatha Christie ebbe l’opportunità di esplorare, e a volte anche di canzonare, le complessità dell’inglesità e il rapporto dei britannici con l’Europa continentale.

 

Un detective elegantone
“Era un ometto dall’aspetto straordinario, alto meno di un metro e sessantacinque, con un portamento eretto e dignitoso. La testa era a forma d’uovo, costantemente inclinata da un lato. Le labbra erano ornate da un paio di baffi grigi, alla militare. Il suo abbigliamento era inappuntabile. Penso che un granello di polvere gli avrebbe dato più fastidio di una ferita, eppure questo elegantone, che zoppicava leggermente, era stato ai suoi tempi uno dei funzionari migliori della polizia belga. Come investigatore, aveva un fiuto straordinario. Poteva vantare al suo attivo numerosi trionfi, era riuscito a risolvere casi davvero complicati”, è la descrizione di Agatha Christie del suo detective.

Oltre che per l’intrigante personaggio di Poirot, e successivamente la perspicace Miss Marple, il fascino dei romanzi di Agatha Christie proviene anche da un senso di nostalgia per un mondo pastorale e tranquillo, in cui vengono osservati riti sociali che riflettono un senso di ordine e di calma interiore. Ma le apparenze ingannano, in quanto sotto la superficie e la proverbiale compostezza e riservatezza britannica spesso ribollono l’odio, la gelosia, l’invidia, l’avidità, passioni umane che di regola sfociano in delitti che Poirot è poi chiamato a risolvere. A differenza di Sherlock Holmes, che cerca e analizza prove “all’esterno”, Poirot è interessato alla psicologia, alle motivazioni interne e al carattere dei personaggi e il modo in cui questa influisce sul loro comportamento, ma anche sul suo. Infatti, osserva Pittard, nel romanzo “Poirot a Styles Court” la prova chiave viene rivelata nel momento in cui il detective comprende l’importanza del suo impulso a riordinare.

Il «buffo straniero»
Un’altra caratteristica dell’investigatore belga sono le sue occasionali difficoltà nella ricerca del corretto termine o modo di dire inglese. Ma sarebbe uno sbaglio osservare questi momenti come semplici errori – avverte Pittard – in quanto spesso Poirot recita consapevolmente il ruolo del “buffo straniero” usando la sua esitazione nella conversazione in inglese per disarmare il sospettato e fargli pensare che “una figura così comica non può affatto essere il migliore detective del mondo”. E infatti, nelle pagine conclusive del romanzo, quando Poirot svela la verità e il colpevole, il suo inglese diventa molto più sciolto. Il rapporto con gli stranieri è pure un elemento importante nei romanzi di Agatha Christie e riflette una punta di xenofobia che serpeggia nella società britannica e si nota anche in alcuni grandi classici dell’Ottocento (è, ad esempio, abbastanza ricorrente nelle opere delle sorelle Brontë): molto spesso, di fronte a un omicidio particolarmente grave, i personaggi commenteranno che non è possibile che il terribile delitto sia stato commesso da un cittadino britannico, il colpevole deve essere uno straniero.

Un personaggio di grande umanità
La popolarità di Poirot coincide con l’espansione dei viaggi all’estero, che vide gli inglesi trovarsi sempre più spesso in altri Paesi e, nei romanzi di Agatha Christie, in posti esotici come l’Egitto e altre colonie britanniche.

Il piccolo detective divenne tanto amato che fu protagonista di 33 romanzi, due drammi teatrali e più di 50 racconti tra il 1921 e il 1975. Non si contano le trasposizioni sullo schermo delle intriganti storie con Hercule Poirot, tra cui la migliore e la più elaborata è senza ombra di dubbio la serie di adattamenti dell’ITV con protagonista l’eccellente attore inglese David Suchet che impersonò il piccolo detective belga dal 1989 al 2013. Suchet descrisse il detective come un personaggio di grande umanità che ama le persone e possiede uno spiccato senso del giusto. Poirot non farà mai una cosa che ritiene sbagliata e ogni affronto alla vita di un essere umano lo turba fortemente.

Agatha Christie trovò l’ispirazione per il personaggio di Poirot nei numerosi rifugiati belgi che vivevano a Torquay, luogo natio della scrittrice, e dai soldati belgi che aiutò a curare come infermiera volontaria durante la Prima guerra mondiale. Durante la Seconda guerra mondiale, Agatha Christie scrisse l’ultimo romanzo con protagonista Poirot, ma questo rimase riposto in una banca per oltre trent’anni assieme all’ultimo romanzo con protagonista Miss Marple. Entrambi vennero pubblicati solo alla fine della sua vita, quando era ormai consapevole di non poter più scrivere altri romanzi.

Necrologio per Poirot
Con il passare del tempo, la scrittrice divenne sempre più stanca di Poirot e alla fine degli anni Trenta scrisse nel suo diario che lo stava trovando insopportabile. Negli anni Sessanta lo definì “un cagnaccio egocentrico”, ma resistì alla tentazione di “uccidere” il suo detective all’apice della sua popolarità, a differenza di Arthur Conan Doyle. Una curiosità: Hercule Poirot è l’unico personaggio di finzione a essere stato ricordato su un necrologio sul New York Times dopo che il romanzo Sipario (Curtain), l’ultimo caso del detective belga, venne pubblicato. Il necrologio apparve sulla prima pagina del giornale il 6 agosto 1975.

Rigida gerarchia sociale
I romanzi di Agatha Christie riflettono la rigida stratificazione della società britannica che, anche se forse un po’ meno pronunciata, si può individuare anche oggi. “I romanzi e racconti di Agatha Christie con protagonista Poirot, come la maggior parte dei gialli scritti nei primi decenni del XX secolo riflettono una visione conservatrice del mondo e soprattutto della struttura gerarchica della società britannica – spiega Antonija Primorac, prof.ssa straordinaria in seno alla Cattedra di letteratura del Dipartimento di Anglistica alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Fiume -. Poirot, uno straniero, non appartiene a questa gerarchia, per cui in veste di ‘outsider’ si trova nella posizione ideale per dare un giudizio oggettivo e apparentemente neutrale delle vicende. Dico apparentemente perché il personaggio si muove esclusivamente nei più alti circoli sociali e lavora per loro; anzi, nel caso in cui il colpevole sia un appartenente all’aristocrazia o all’alta borghesia, raramente o mai non finisce in prigione proprio grazie a Poirot. Ogni romanzo e adattamento cinematografico comincia con un mistero – prevalentemente un omicidio – che bisogna risolvere. Infine si scopre che il colpevole è una persona che appartiene a una classe inferiore rispetto a quella che vuole rappresentare o alla quale ambisce di appartenere. Questo desiderio di appartenere a una classe superiore, l’ambizione di raggiungere una posizione nella società, nel mondo di Agatha Christie è di per sé un crimine: con la soluzione del mistero queste persone vengono eliminate dalla società, mentre la struttura sociale britannica nella quale ‘ognuno conosce il suo posto’ rimane immutata”, conclude la prof.ssa Primorac, contattata per l’occasione.

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