LA RECENSIONE Il cibo, un forte elemento identitario

Nel suo nuovo volume, lo scrittore napoletano Erri De Luca ripercorre sapori, odori e piatti legati alla storia familiare, tra affetti, tradizioni, memorie e credenze

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LA RECENSIONE Il cibo, un forte elemento identitario

È un libro sul cibo l’ultimo di Erri De Luca. Chi se lo sarebbe aspettato? Oplà, è capitolato pure lui, il grande Erri. Pubblicista, scalatore di vette, traduttore di alcune parti dell’Antico Testamento dall’ebraico, impegnato in Lotta Continua, camionista, muratore, magazziniere, ambientalista con esperienze di volontariato e di sostegno al movimento No Tav, pacifista ma sostenitore dell’invio di armi a scopo di difesa in Ucraina. Un vero cavaliere senza macchia e senza paura, sempre dalla parte degli ultimi della terra. Con una pulsione irresistibile alla scrittura. Scrittore e poeta tra i più bravi, un sacco e una sporta di libri pubblicati e premiati un po’ ovunque, un piccolo grande uomo gigante del lavoro e dell’impegno sociale.

E ora sforna un libro alimentare nel solco di una letteratura straripante di libri gastronomici? C’è di che meravigliarsi, insomma. Ma la meraviglia dura poco. Fin dalle prime pagine, anche tra i fornelli, riconosci fascino e stile inconfondibili, ritrovi quel suo tratto poetico, anche lirico, con simboli, metafore e finali aperti che impreziosiscono la prosa. Il suo è un repertorio sentimentale di ricette che hanno a che fare con l’infanzia napoletana, la cui memoria è racchiusa nel naso e nelle papille gustative. Basta stuzzicarli un poco ed ecco fiorire i racconti partenopei che si alternano alle spiegazioni dell’amico di Erri, il biologo nutrizionista Valerio Galassio che, di ricetta in ricetta, chiarisce quanto gli errori – eccessi di carboidrati, zuccheri, proteine, sale – incidano sulla nostra salute e offre una chiave per un sano comportamento alimentare. Raccomanda, tra l’altro, i digiuni, per scelta o necessità.

Il libro “Spizzichi e bocconi” fa un percorso a zig zag nel vasto mondo di De Luca, tra montagne scalate, case di famiglia abitate, mense universitarie, trattorie con tovaglie cerate e vino Barbera, pagnotte divorate nei cantieri con gli operai, nelle osterie con compagni di militanza politica e non manca nemmeno l’aggiunta di un piatto a tavola quando non si aspetta nessuno. È una testimonianza come un’altra di ciò che è stato visto, vissuto, compreso, goduto – mangiando. Perché il cibo procura incontri, scambi, scoperte, amicizie, condivisione, legami, piccole felicità che solo a tavola si possono consumare. Per questo il cibo è fattore di aggregazione sociale nonché forte elemento identitario.

Il ricettario comincia con il ragù che a casa di nonna cuoceva per due notti a fuoco lentissimo, che metteva nel naso un odore celestiale simile all’incenso quando svapora sopra le navate. Intorno alla tavola della domenica, la pasta grossa o le lasagne intinte nel sugo invogliavano ad un silenzio da chiesa, solo rumore di forchette, solo raccoglimento spirituale. Da lì, dalla cucina della nonna, iniziava la trasmissione generazionale, l’educazione alimentare e sentimentale. C’era poca scelta a tavola, sempre gli stessi piatti, ma nel ricordo continuano ad avere un gusto speciale non solo per gli ingredienti con cui venivano preparati, ma anche per il conforto che trasmettevano all’idea che qualcuno li avesse preparati con amore. Le ricette della nonna Emma e della zia Lillina venivano tramandate di madre in figlia e poi trascritte dalla cugina Alessandra Ferri.

Ma il cibo ha anche una storia eroica, spaventosa. Il sazio non crede al digiuno. Appetito e fame non sono sinonimi. Quel primo rimanda a un languorino fra due pasti, la fame, invece, rimanda ai morsi allo stomaco. Fame è la parola più temuta al mondo, più temuta della parola guerra, della parola peste, più temuta dei terremoti, degli incendi, delle inondazioni. La fame è la peggiore persecuzione che l’umanità ha subito nei secoli, quella che ha costretto l’uomo a trasformare il corpo in una macchina da guerra per resistere alla mancanza di cibo, è quella che ha spostato milioni di esseri umani da un continente all’altro. La fame è una maledizione, è la privazione dell’indispensabile. Autista di convogli umanitari, De Luca ricorda la fine della Jugoslavia e i suoi viaggi in Bosnia, in piena guerra, a portar aiuti nei campi profughi, dove i vecchi soffrivano la fame più degli altri per via della mortificazione di dover togliere un boccone di bocca ai più piccoli. Ma tutte le guerre prima o poi finiscono, anche quelli che combinano guerre, viene il giorno che le devono chiudere. E dove mai si chiudono se non intorno ad un tavolo? E da lì obbligatoriamente si passa ad una lunga tavola imbandita di mille pietanze prelibate.

In appendice c’è un archivio che contiene una decina di ricette napoletane: ragù, cianfotta, peperoni ripieni, frittata di maccheroni, baccalà fritto, crocchè di patate, parmigiana di melanzane, friarielli, strufoli, pastiera, nocino. I piatti preferiti dall’autore sono la parmigiana con le melanzane asciugate al sole, i carciofi alla Giudia, il tacchino alla Canzanese e la coda alla vaccinara, cioè la coda di vacca (o di manzo) macellata e spolpata fino all’osso.

Conclusione: ogni sapore passato per le nostre cucine e per le nostre papille gustative è parte della nostra storia personale. E se la buttiamo sul personale, mi vien da dire: viva la pasta e fasoi d’inverno e viva la minestra de formenton d’estate! Tanto per intenderci, oggi dicono minestra de bobici.

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