Il dialetto fiumano agli inizi del XX secolo

A settembre la pubblicazione di un’antologia della poesia in dialetto fiumano. Ce ne parla Maja Đurđulov, assistente al Dipartimento di Italianistica a Fiume

La bandiera storica fiumana con alle spalle la Torre civica. Foto Željko Jerneić

Il Dipartimento di Italianistica della Facoltà di Filosofia di Fiume ha presentato al Consiglio della minoranza italiana della Città di Fiume una richiesta di sostegno finanziario per la pubblicazione di un’antologia della poesia in dialetto fiumano corredata pure di una parte scientifica di studio della lingua. La richiesta è stata approvata e a settembre il volume dovrebbe uscire rivelando agli interessati quali sono le scoperte dal punto di vista linguistico alle quali si è giunti negli ultimi anni. Maja Đurđulov, assistente al dipartimento di Italianistica della Facoltà di Filosofia di Fiume, ha svelato almeno in parte di che cosa parla il saggio da lei scritto per il volume.
Ci è giunta voce che ha svolto (o sta svolgendo) una ricerca sull’uso del dialetto fiumano negli atti notarili. Sembra un tema interessante. Com’è nata l’idea di toccare proprio questo settore?
“La ricerca che ho svolto ha fatto parte del mio progetto di dottorato di ricerca presso l’Università degli Studi di Padova, che ho terminato nel 2018 sotto la supervisione del prof. Michele Cortelazzo. Il tema della mia ricerca è stato l’italiano popolare a Fiume tra il 1919 e il 1945 nelle lettere di scriventi semicolti, le quali sono riuscita a reperire tra i fascicoli della Questura di Fiume. Ho voluto occuparmi di un tema che riguardasse la mia città, Fiume, e che si potesse inserire in argomenti di linguistica italiana. L’italiano di Fiume è un campo ancora poco esplorato ma, proprio a causa della sua posizione in una città in cui si sono mescolate da sempre lingue e culture diverse, si profila come argomento interessante e produttivo. L’italiano popolare è una varietà linguistica utilizzata da scriventi con un basso grado di istruzione, la cui lingua materna, soprattutto per scriventi del passato, è il dialetto, e con una competenza scrittoria relativamente limitata. Questa competenza linguistica emerge nei rari momenti in cui gli scriventi sono costretti, per diversi motivi (guerre, migrazioni, detenzioni) a prendere la penna in mano e a scrivere. I testi che vengono prodotti in contesti del genere sono lettere, diari, ricevute, manifesti ecc, ovvero testi di tipo non letterario”.
Da dov’è partita la sua “caccia” ai documenti in dialetto?
“La mia ‘caccia’ si è svolta interamente nell’Archivio di Stato di Fiume. Dopo qualche colloquio con gli archivisti, in cui ho spiegato loro che tipo di documenti cercavo, e che i documenti dovevano essere ovviamente scritti in italiano, mi sono stati presentati diversi fondi dell’Archivio in cui avrei potuto trovare quello che cercavo. Sottolineo ‘potuto’ perché il materiale è catalogato, ma fino a un certo punto. Il mio lavoro iniziale è stato proprio quello di sfogliare, carta per carta, fascicolo per fascicolo, i documenti che mi sono stati presentati, per poi valutare se la strada fosse quella giusta”.
Aveva qualche preferenza tematica?
“Ho deciso di concentrarmi su un fondo specifico, quello della Questura di Fiume, operativa dal 1924 al 1945. In particolare, ho esaminato la serie A8, relativa ai fascicoli di persone pericolose per la sicurezza dello Stato (cioè sospettate o accusate di sovversivismo, antifascismo, comunismo o altro). Il motivo per cui mi sono concentrata su questo tipo di materiale è il fatto che la polizia, in quell’epoca, tendeva a perquisire le abitazioni dei sospettati e a sequestrare materiale potenzialmente compromettente, tra cui ci potevano essere anche lettere o diari personali che entravano poi a far parte del fascicolo di una data persona. Dato che, per poter svolgere la mia ricerca, avevo bisogno di testi scritti da persone ‘comuni’, che non erano abituate a scrivere se non in occasioni particolari, il fondo mi è sembrato particolarmente adatto, pur non sapendo quello che vi avrei potuto trovare. Oltre ai reperti di perquisizione, poi, ho trovato delle lettere (spesso anonime) di denuncia nei confronti di chi commetteva azioni sovversive o ritenute tali, ma anche numerose lettere indirizzate alle autorità (in genere al Questore o al Prefetto), nelle quali gli scriventi chiedevano, per esempio, la liberazione dal carcere o dai campi di concentramento per loro stessi o per un loro parente. Tutti i testi reperiti sono stati chiaramente esaminati dal punto di vista linguistico, mettendo in evidenza in particolare i tratti di italiano popolare e di italiano regionale che sono emersi nell’analisi. Nessuno dei documenti analizzati è scritto interamente in dialetto. Nonostante ciò, ci sono determinati elementi dialettali e regionali che emergono in una parte delle lettere esaminate. Alcuni scriventi, per esempio, inseriscono involontariamente dei verbi espressi nella forma dialettale all’interno di frasi scritte in italiano, mentre altri iniziano a scrivere in italiano, per poi passare gradualmente e inconsciamente al dialetto, man mano che il discorso si fa più sciolto e l’attenzione cala. Non avendo una solida padronanza della lingua scritta, gli autori di queste lettere si fanno guidare dall’oralità e da altri ‘sistemi’ che conoscono meglio (come, per esempio, il dialetto)”.

Maja Đurđulov. Foto Željko Jerneić

Che cosa si aspettava di trovare e che cosa ha trovato?
“Uno dei risultati emersi è il fatto che i tratti regionali e dialettali si presentano maggiormente nelle lettere private, piuttosto che nelle lettere indirizzate alle autorità. Questo è indice di un certo grado di consapevolezza linguistica degli scriventi, che sanno adeguarsi alla situazione comunicativa e utilizzare una lingua più controllata quando si rivolgono al Questore per chiedere, per esempio, la liberazione dal carcere, rispetto a quando, invece, scrivono ai parenti dall’estero. È sorprendente, poi, quanto siano ben strutturate le lettere indirizzate alle autorità, in quanto nonostante si discostino sotto diversi punti di vista dall’italiano standard, ‘corretto’, presentano numerosi elementi dell’italiano burocratico di cui, quindi, gli scriventi sono a conoscenza e che, seppure con una certa difficoltà e incertezza, riescono a utilizzare”.
Qualche sorpresa?
“Al di là dell’aspetto linguistico, mi hanno colpita molto le storie personali, che ho scoperto sfogliando i fascicoli ed entrando nel mondo delle persone e delle famiglie di cui fanno parte. Lo studio del testo è necessariamente legato al suo contesto. È facile stupirsi di fronte a testi in cui, per esempio, manca completamente la punteggiatura, in cui vengono usate in modo scorretto le consonanti doppie o in cui ci sono interferenze dialettali, ma bisogna anche tenere conto del livello di scolarizzazione dell’epoca e del grado di italofonia, per cui, come qualche linguista ha sottolineato, l’italiano popolare è stato una conquista e una risorsa per coloro che lo utilizzavano per comunicare”.
In che direzione stanno andando le sue ricerche?
“Le mie ricerche stanno continuando lungo la strada intrapresa durante il percorso dottorale. Continuo a occuparmi dell’italiano di Fiume sotto diversi punti di vista, e, parallelamente, mi interesso di scritture di semicolti, prodotte anche al giorno d’oggi”.
Quando potremo leggere un resoconto più approfondito di questo studio?
“Quest’anno dovrebbe uscire un volume dedicato al dialetto fiumano, contenente, oltre a una parte antologica, anche alcuni saggi che trattano l’argomento da diversi punti di vista, tra cui anche un mio intervento, che mette in evidenza le interferenze dialettali nei documenti che ho analizzato“.

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