Identità. L’abito fa il monaco

I social consentono di inventarci e reinventarci, indossare la maschera che preferiamo e che ci regala sicurezza. Ma non vanno ignorati i rischi insiti di questo gioco che allontana dalle relazioni «faccia a faccia»

Sono uno di quelli che pensano che l’abito faccia il monaco. L’ho scoperto all’età di 10 anni, per carnevale, vestito da Ninja e armato di un buffo e corto spadino di legno. Un tipo più grande di me voleva “schiumarmi” e prendersi gioco del mio bellissimo costume. La mia comitiva composta da piccoli indiani, uomini ragno e principesse era riuscita a rifugiarsi dentro un negozio subito serrato dalla padrona; rimasto all’esterno avevo almeno tre possibilità: tentare la fuga, aggredire o restare immobile. A quei tempi propendevo per il dialogo, ma la fine sarebbe stata la schiuma in bocca. A distanza di anni ho capito che conciato in quel modo una punizione mi toccava d’obbligo; ma tornando a quel preciso momento, appena prima dell’aggressione, uno strano coraggio si impadronì della mia persona. L’arte invisibile del guerriero mi diede il coraggio di prendere di mira la bomboletta di schiuma dell’aggressore e dopo aver chiuso un occhio, se non entrambi, sferrai un chirurgico fendente col mio spadino. Colpii esattamente la sua bomboletta spray mettendolo fuori gioco e lasciandolo di stucco, in attesa dei miei inutili rinforzi che si godevano la scena dalla vetrina. Mi salvò dal subitaneo pestaggio un adulto uscito da un negozio vicino. Prendere tempo per vincere l’aggressore fu il risultato del mio costume che mi trasformò in un bambino coraggioso. Quel carnevale arricchì la mia identità con un nuovo attributo mai avuto fino a quel momento, che cercai di portare sempre con me e chissà che non sia stato il germe per il gioco della recitazione in teatro.

Confini, documenti e burocrazia

Quindici anni dopo, in un’altra situazione, ho provato “un altro colpo”, ma questa volta inferto a me: l’azzeramento improvviso della mia identità. Mi trovavo in uno dei miei primi attraversamenti di confine tra Italia e Croazia; il poliziotto trovando un difetto sul documento non ritenne valida la mia carta d’identità, obbligandomi a una sosta la cui durata fu scandita da lunghi accertamenti. Sospeso in un tempo che mi parve infinito, mi domandavo come far capire chi fossi veramente; ero in grado di potermi raccontare e mi pareva logico che non ci fossero motivi per sospettare sulla mia persona. Ancora una volta contavo sulla forza della parola, ma i miei racconti non servirono a nulla, se non a innervosire il poliziotto allungando la mia sosta. Quel documento m’iscriveva in un apparato tecnologico chiamato “burocrazia”, ma perso l’indirizzo per quel registro ora non ero più un individuo e non avevo il diritto a circolare perché potenziale clandestino o criminale. Eppure il poliziotto aveva molti indizi e anche buon senso ma senza quel contratto perfettamente leggibile tra me e la burocrazia ero uno, nessuno e centomila.

L’avvento dei social

Con l’arrivo di Internet iniziò una diversa possibilità di “movimento”, senza impedimenti e controlli. Rinascevo nell’account, un’identità digitale ancora molto superficiale dotata di un nome e cognome, anche a propria scelta e con la libertà di comunicare, in differita, attraverso le email. Ancora una manciata di anni e nel 2006 mi ritrovai protagonista dell’esplosione dei social. Ora potevo cercare amici in tutto il mondo con la promessa della felicità e di massima condivisione in tempo reale di contenuti multimediali. Ma non avrei mai potuto immaginare che il mondo dei social nel giro di pochi anni sarebbe diventato un passatempo con delle criticità di cui governi e istituzioni si sarebbero dovuti occupare.

Inventarsi in Rete

Guardando indietro nel tempo, nella polis greca l’identità è quella che si genera nella persona dal riconoscimento sociale, dalle relazioni che “risuonano” nella comunità in cui si vive e si agisce. Ma in un gruppo Facebook, mediato da un “device”, si può parlare di relazione come in un gruppo “faccia a faccia”? Sul social la mia identità digitale era camaleontica e mutevole, talvolta nascosta, e intrattenevo relazioni con persone e gruppi molto diversi tra loro, sparsi in ogni parte del mondo. Dopo aver creato un profilo anonimo decisi di uscire allo scoperto e misi la maschera più consona alla mia professione, quella dell’attore, scegliendo di esprimermi con pensieri e foto contraddittorie e artificiali, postate sulla bacheca, passando ora da rivoluzionario da salotto, ora da amante di un trash goliardico.

La misura del successo

Come misuravo il mio successo? Collezionando e misurando il numero dei “like” e quindi accettando e chiedendo l’amicizia a chiunque avesse un profilo Facebook. Cercavo di costruire un’identità che rispondesse alla logica del bello, del vincente e dell’attore sempre impegnato in qualche progetto. Talvolta si aprivano delle crepe che non riuscivo a controllare e si presentavano questioni più personali, dalle quali usciva il peggio, provocando offese e magari postando informazioni imprecise che finivano con l’alimentare inutili polemiche. Ero o non ero io!? Potrei cavarmela dicendo che mi ero dato in pasto alla mia parte d’identità più narcisistica e pettegola e che Facebook era il mezzo perfetto.

Scoprii che non comparivo sempre nelle bacheche dei miei amici, ma venivo censurato secondo decisioni dettate dalla logica degli algoritmi. Appresi anche che alcune relazioni mi venivano suggerite con insistenza dallo stesso social. Mettermi a “dieta da Facebook” non servì a molto e mi sono sempre detto che devo essere consapevole che siamo il risultato evolutivo degli artefatti che noi stessi produciamo; in ogni artefatto si riconosce l’intenzionalità con il quale viene creato.

Chi stiamo diventando?

E se l’artefatto del social rispondesse prevalentemente a logiche di mercato? Se l’intenzione fosse quella di incollarci davanti a uno schermo? Google s’informa di continuo sui nostri gusti attraverso le ricerche che effettuiamo; Amazon conosce i nostri acquisti e quali frasi ci colpiscono tanto da farcele sottolineare sui dispositivi di lettura Kindle; Facebook conosce le persone che frequentiamo e i nostri spostamenti… Ogni traccia e comportamento che lasciamo online sono espressioni della nostra identità analizzate in chiave di consumatori. Mi pare sia una falsa libertà d’espressione quella che ci consente di esprimere certe relazioni di razza con gli emoticon colorati dai tratti negroidi, asiatici per non deludere in questo modo nessuna aspettativa. Come possiamo esprimere, in libertà, la nostra identità se non siamo nemmeno proprietari del software nel cellulare, del sistema operativo, del numero di telefono, dal momento che risulterebbe non attivo senza il pagamento. Che cosa pensare poi dei dati anagrafici, sociali, biometrici, geografici… Siamo dati aggregati per continue profilazioni da società sconosciute? A volte mi pare di vivere in un romanzo kafkiano in cui non so nemmeno con chi prendermela e come riprendermi i miei dati, pezzi della mia identità.

La tutela della privacy

Sul tema della privacy molto è stato fatto con il Regolamento generale europeo del trattamento dei dati operativo dal 2018, il GDPR, mettendo l’accento su come l’accesso ai dati personali permetta di identificarci come individui e persone e dunque debba essere tutelato. Più recentemente Amnesty International e diversi governi si stanno spendendo sulla questione dei “big data”, dei dati aggregati, non regolati dunque dal GDPR. La profilazione in gruppi, la creazione di dati aggregati che consentono di studiare consumi e comportamenti sono attività che devono essere sottoposte a monitoraggio. Lo si è capito, dopo lunghe discussioni con i quattro grandi colossi tech: Amazon, Apple, Google, e Facebook. Le prime distorsioni sono già molto chiare e in fatto d’identità ritrovarsi ridotti a dato medio di un gruppo, su cui basare alcune scelte o che un algoritmo di riconoscimento facciale potrebbe indicare come l’autore di per un crimine mai commesso, com’è successo a Detroit al signor Borchak William, sono rischi reali da non sottovalutare.

Persona e/o personaggio

Un elemento fondamentale nel determinare chi siamo e nell’esprimere la nostra relazione con gli altri in modo specifico è la corporeità. Ecco allora comparire timidamente agli albori del Web 2.0 “Second Life”, seconda vita, una piattaforma social che include anche questa dimensione corporea attraverso un avatar, un modello 3D che possiamo creare e personalizzare per interagire con altre persone digitali. Le persone possono raccogliere soldi o vendere gadget e la dinamica del reale comincia a infiltrarsi rendendo il social meno poetico, rivelando logiche contraddittorie, dove il confine tra amici e clienti è sempre più labile; anche un nuovo taglio di capelli sul nostro doppio può essere una spesa.
Sul concetto del personaggio-Avatar, lo studioso Spadaro nel libro “Web 2.0”, sottolinea come non è mai “altro” rispetto alla persona di cui è estensione, ma proiezione di desideri o l’immagine che vorrebbe avere, e così le sue azioni nel mondo virtuale hanno a che vedere con la sua responsabilità morale. La differenza tra ruolo e identità sembra sfumare. Nel 2020 con lo sviluppo dei visori per la realtà virtuale VR e della velocità di trasmissione del 5G nello sviluppo degli ambienti virtuali, l’OMS, l’Organizzazione mondale della sanità, ha sottolineato il “potere terapeutico” in tempo di Covid-19 rivedendo alcune critiche sui videogiochi. Le applicazioni di questi ambienti virtuali come “Second Live”, possono essere anche virtuose per entrare in relazioni online di lavoro o di altro tipo, con persone isolate e in tutta sicurezza o per fare formazione nella didattica a distanza.

Tra maschere usa e getta riscoprire il mondo reale

Se in passato i nostri genitori “mettevano e toglievano” un paio di “maschere sociali” nel mondo reale, perché non potevano costruirsi o incontrare situazioni molto diverse, oggi, con gli smartphone e i tablet saremmo in grado di “indossare maschere” e operare modificazioni sulla nostra identità a tempo pieno.
Gli effetti sul disordine mentale e il cyber bullismo sono nella cronaca quotidiana. Depressione, narcisismo, vendetta e odio trovano sui social terreno fertile con la possibilità di compiere malefatte restando nell’anonimato. Non essere in presenza, quando si assiste o si compie un atto di violenza psicologica di questo tipo, è un incentivo ad abbassare anche il senso di colpa. La mia preoccupazione si rivolge agli adolescenti, ma senza permettermi di fare ipotesi allarmanti, osservo, come nei loro momenti privati, il tempo dedicato alla vita connessa superi spesso quello speso nel mondo reale. Cosa può accadere all’identità di un adolescente quando l’io pubblico e quello privato diventano inesistenti?. Il confronto sociale nel mondo reale si va riducendo così come meno frequente un autentico momento introspettivo, perché restando incollati agli schermi, si rischia di non poter continuamente ricercare, riaffermare cosa significhi essere “umani”.

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