Goran Filipec: «Cerco di ricreare il Beethoven libero, creativo e pieno di vita»

A colloquio con il pianista virtuoso di fama internazionale

Goran Filipec nel Salone delle Feste della CI di Fiume. Foto Željko Jerneić

Lo tsunami pandemico e le conseguenti misure draconiane messe in atto dalle autorità preposte hanno modificato in maniera radicale il nostro modus vivendi, le abitudini, le tante attività socioeconomiche e, non ultima, la vita sociale e culturale. Cinema, teatri, caffé, centri commerciali risultano desolatamente inattivi. I salmi penitenziali sono stati sostituiti dal domicilio coatto, e il maggior tempo a disposizione forse indurrà qualcuno a bilanci di vita, riflessioni esistenziali… e a più miti consigli.
Che clima da Quaresima! Che penitenza! Ci sa tanto che durerà fino a Pasqua e oltre!
Manco a dirlo, il Teatro Nazionale Croato “Ivan de Zajc” di Fiume ha sospeso tutti gli spettacoli e i concerti sinfonici. Primo fra tutti il sinfonico marzolino che prevedeva come solista l’affermato pianista fiumano Goran Filipec con il Quarto Concerto per pianoforte e orchestra di Ludwig van Beethoven.
Poliglotta e “globe trotter” impenitente, Filipec, nel frattempo, ha lasciato la turbolenta e nebbiosa Parigi, dopo anni di permanenza, per volgere a lidi più solari e mediterranei e gettare l’ancora nella bella Valencia; ove, in una villetta tra palme e pini, in tranquilla zona residenziale, ha trovato pace e serenità. Elementi essenziali per un artista! Quale occasione migliore per gettare l’amo e coinvolgerlo in una pacata conversazione.
Tra un arpeggio e un passaggio, tra un risotto e l’altro, il nostro Maestro, che è anche un virtuoso del mestolo oltre che della tastiera (anche se non sa ancora preparare la paella!), ha trovato il tempo per concederci un colloquio. Muchas gracias.
Ma passiamo ad argomenti più seri. In occasione 250.esimo anniversario della nascita di Ludwig van Beethoven, Goran Filipec, per omaggiare il Genio di Bonn aveva scelto di interpretare, appunto, il citato concerto beethoveniano.
Vuole riassumere le caratteristiche salienti di questo concerto?
“A differenza dei primi tre, che rappresentano il tradizionale concerto del ’700, con il Quarto si gettano le basi del concerto moderno per pianoforte e orchestra. È un concerto di ampio respiro, che apre già al romanticismo. L’innovazione formale è palese. Infatti è il pianoforte solo a iniziare il primo tempo con un bellissimo tema d’intonazione romantica, che viene ripreso dall’orchestra, mentre il secondo tema, solitamente lirico, qui ha un carattere incisivamente ritmico. Anche la dialettica variegata e luminosa tra il pianoforte, tecnicamente smagliante, e la massa orchestrale, sta ad indicare il rapporto nuovo e paritetico tra i due soggetti”.
Che rapporto ha con Beethoven?
“Ho un rapporto strano. Egli si pone tra il pianismo romantico e il classicismo, se non addirittura prima. Busoni diceva che per suonare Beethoven bisognava saper suonare sia Liszt che Bach. Oggi si ha una visione abbastanza ‘ingessata’, ‘sterilizzata’ nell’interpretare la sua musica. In realtà, dalle testimonianze di Czerny e Leschetiyskz scritte, sappiamo che Beethoven era una persona piena di vita, esuberante, dotato di grande fantasia che non eseguiva mai un brano alla stessa maniera. Improvvisava moltissimo, molto spesso cambiava i tempi, infarciva la musica di variazioni dettate lì per lì dall’estro del momento. Ecco, io cerco di ritrovare, di ricreare questo Beethoven libero, creativo…”
Lei ha inciso tutta una serie di cd per la Naxos, che hanno ottenuto i più lusinghieri giudizi della critica internazionale, sia per le brillanti esecuzioni di Liszt che di autori croati, quali Ivo Maček, Blagoje Bersa, che lei ha valorizzato e presentato a una platea internazionale. Che cosa c’è nel suo orizzonte discografico?
“All’inizio di aprile uscirà un cd con l’opera pianistica del raguseo Benito Bersa (discendente di famiglie nobili di origini italiane; la madre, zaratina, era una de’ Medici, nda). Nell’aprile dell’anno prossimo, sarà pubblicato un disco che ho realizzato con la Filarmonica Kodaly di Debrecen, diretta da Kollàr Imre, e la collaborazione dell’ingegnere del suono, e mio amico, Nicola Costa. Abbiamo registrato tre brani di Franz Liszt: “De profundis” Salmo per pianoforte e orchestra, pezzo poco noto che si ispira appunto al salmo penitenziale 130; quindi la prima versione di “Totentanz”; fu Ferruccio Busoni a scoprire nel 1918 la prima versione dell’opera (1849) e ad eseguirla a Zurigo l’anno dopo, anno in cui la stessa venne anche pubblicata, sempre da Busoni. Tale versione comprende alcune parti del citato “De profundis”, pezzo che Liszt non condusse mai a termine (fu soltanto abbozzata tra il 1834 e il 1835); parti che nella versione finale di “Totentanz” furono eliminate. Infine, la “Fantasia spagnola”, scritta intorno al 1863 e originariamente per solo pianoforte. Ferruccio Busoni, un profondo conoscitore ed interprete della musica lisztiana, ne ha curato un brillante trascrizione per pianoforte e orchestra. ll brano, dopo una breve introduzione in tempo lento, si articola in due episodi distinti, “Follie di Spagna” e “Jota aragonese”. Sono ritmi di danze vivaci e allegre, inframezzate da scherzose e piacevoli cadenze pianistiche; il dialogo fra solista e orchestra è animato e serrato con molti effetti di arpeggi ascendenti e discendenti. Di forte presa emotiva è il movimento maestoso in crescendo che chiude con accese sonorità la composizione, che è dedicata al pianista lisztiano di origine tedesca Arthur Friedheim (1859-1932). In futuro mi piacerebbe ritornare a Scarlatti, ovvero a incidere alcune sonate di Scarlatti organizzate però da Czerny, secondo la tonalità e a modo di suite, in cui ogni sonata porta pure un titolo a programma a seconda del carattere dei rispettivi pezzi”.
Oltre alla carriera di concertista è attivo anche come pedagogo.
“Infatti, insegno pianoforte all’Accademia di Musica di Osijek. È un ruolo che per un musicista viene da sé. Mi piace insegnare, è interessante, anche perché nel processo di trasmissione del sapere anche il docente stesso impara, scopre dimensioni nuove.
Ho sempre caldeggiato, dopo la chiusura della sezione di Fiume dell’Accademia di Musica di Zagabria, la riapertura di una classe di pianoforte presso l’Università di Fiume, oppure come sezione dell’Accademia di Osijek. Purtroppo, i nostri padri cittadini e le istituzioni competenti hanno sempre fatto orecchie da mercante. Non si riesce a capire questa totale indifferenza. E dire che l’interesse per lo studio del pianoforte a livello superiore è molto vivo e certamente i posti a disposizione sarebbero tutti coperti. (Lo stesso dicasi per una classe di canto, che potrebbe essere retta magari dal nostro Giorgio Surian, nda). Gli spazi ci sono – alla Filodrammatica – e così i pianoforti, acquistati dalla Municipalità”.
Lei ha tenuto concerti e recital in auditori e sale da concerto di tutto il mondo, e di tanti tipi; enormi, moderne, più contenute, classiche. In quale tipo di sala si trova più suo agio?
Mi sono trovato bene all’Auditorio di Milano, della Fondazione Cariplo. Uno spazio non troppo grande, con un’ottima acustica ed esteticamente piacevole. Ultimamente ho tenuto un recital nella Sala Dorada del Teatro Colon di Buenos Aires. È un’ambiente molto elegante, neorococò, decorato con motivi d’oro, appunto, abbastanza contenuta come dimensioni…un bel pubblico. Ritengo che una sala adatta per i recital dovrebbe andare dai 200-300 ai 500-600 posti. Un bel teatro di medie dimensioni…”.
Dove la porteranno gli impegni futuri?
Prossimamente sarò in tournée in Giappone, quindi in Cina per un serie di otto concerti e poi a Madrid con brani di Liszt ed autori spagnoli. Pandemia permettendo!”.

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