Bunker di Dorčići, il triangolo dalle infinite gallerie

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Bunker di Dorčići, il triangolo dalle infinite gallerie
Una delle diramazioni della galleria principale (a cinque uscite). Foto: ŽELJKO JERNEIĆ

Dal 2013, presso il Museo di quartiere di Drenova, grazie all’interessantissima installazione interattiva permanente intitolata “Il tiremmolla del nonno” (“Nonićeva tiramola”), costituita da una serie di videotestimonianze di residenti locali relative alla vita di confine nel periodo in cui Fiume era divisa dallo stesso, è possibile conoscere tantissimi aneddoti e curiosità. Tra le svariate chicche, vi sono pure i racconti inerenti ai bunker e alle roccaforti di cui abbiamo già narrato negli appuntamenti precedenti (il Katarina B e il Monte Lesco), come pure quelli riguardanti la casamatta di Dorčići, ubicata, come le altre, nel succitato rione. Dalle interviste si scoprono una miriade di storie di attraversamento del valico di frontiera italo-jugoslavo (che passava proprio in quel punto), di contrabbando di beni di basso valore e della loro rivendita per la sopravvivenza, come pure quelle di convivenza con i soldati.

Il valore storico
Il sito di difesa di Dorčići, che abbiamo visitato in compagnia del nostro collega Igor Kramarsich (il quale ci ha fatto da guida), oltreché essere importante per la comunità locale, possiede altresì un valore storico e architettonico. Trattasi di una fortificazione militare sotterranea, risalente alla Seconda guerra mondiale (la costruzione iniziò verso la metà degli anni ‘30 del secolo scorso), che s’avvale di un intricato sistema di gallerie, ben cementate o murate, la cui funzione era di controllare e proteggere la suddetta frontiera e la vecchia camionabile di Drenova (Petrolejska cesta). La loro costruzione fu rallentata dopo il mese di aprile del 1941, nonché interrotta con la capitolazione dell’Italia, cosicché i lavori inerenti alle strutture fuoriterra non vennero mai completati (né vi è libero accesso a tutte le postazioni di combattimento). In base alla Circolare 15.000, emanata il 31 dicembre 1939 dal Capo di Stato Maggiore dell’Esercito Italiano, Rodolfo Graziani, la quale segnava un punto di svolta nel modo di concepire la fortificazione alpina, non più limitata sullo spartiacque, ma con un consistente sviluppo anche sul fondo valle, la particolare casamatta di Dorčići è stata classificata nella categoria delle fortezze, secondo la tipologia “Opera grossa”.
Infatti, la stessa prevedeva una protezione ai grossi calibri (con armamento di una dozzina di mitragliatrici pesanti e probabilmente 2 pezzi di artiglieria) munita di dieci postazioni collegate fra loro e con i locali di servizio da cunicoli in caverna, completa di tutti gli allestimenti che consentivano con una certa larghezza la vita e l’azione del presidio anche sotto tiro prolungato e, in caso di superamento e accerchiamento, comandata da un ufficiale. La maggior parte delle entrate nei tunnel era chiusa da pesanti porte d’acciaio, alcune poste ai tempi della loro edificazione, altre più recenti, che oggidì sono del tutto distrutte, se non completamente rimosse. Ciò che rende interessante la fortificazione da noi visitata è che, allo stesso modo del bunker “Katarina B”, è costituita da una galleria principale, lunga 130 metri, a forma triangolare, dalla quale se ne diramano svariate altre di dimensioni più piccole (con le quali la lunghezza raggiunge i 600 metri). A differenza delle altre casematte, quella di Dorčići dispone di alcuni spazi sottoscala, probabilmente adibiti a depositi per le munizioni, come pure di svariati altri atti alla stessa funzione, molto più ampi di quelli degli altri bunker. L’accesso, a metà murato, è sito nelle immediate vicinanze del nuovo abitato residenziale di Drenova (Drenovski put), per cui non sorprende il rinvenimento di numerose tracce di momenti spesi al suo interno, quali lattine e bottiglie di vario tipo, scatole di sigarette, mascherine, fazzolettini di carta, sedie rotte, mura abbattute, materassi ammuffiti e altri detriti. Nel volume “Alla ricerca della fortificazione alpina” Vladimir Tonić scrive: “L’importante ed esposta posizione della fortificazione di Dorčići richiedeva che tutti i blocchi di combattimento fossero scavati in profondità, che tutte le mitragliatrici fossero collocate in cupole di ferro e che i cannoni fossero posizionati dietro spessi scudi d’acciaio. Si può presumere che alla stessa se ne volesse affiancare un’altra più piccola, sita sopra il vecchio cimitero di Drenova. Il livello di (non)completamento della struttura aiuta a comprendere in che modo venivano costruite le posizioni di battaglia: al termine di uno scavo di circa 4 metri di profondità e 6 metri di diametro, al fine di creare le fondamenta della cupola, si rafforzava il tutto con del cemento armato. A impianto finito venivano installati due cilindri d’acciaio alti 1,57 o 1,05 metri, collegati da grosse viti, sui quali venivano montati gli ultimi due elementi della cupola corazzata, ovvero un cilindro con feritoia e la cupola stessa. Lo spazio tra la succitata struttura in acciaio e l’estremità dello scavo doveva essere riempito di cemento e completato in modo che la feritoia fosse appena visibile, ossia cammuffata con sassi, terra ed erba”. Nonostante l’unico periodo in cui il bunker sia stato utilizzato per scopi militari sia stato durante la Battaglia di Fiume, da metà aprile a inizio maggio del 1945, la fortificazione, spiega ancora l’autore, è rimasta sotto il controllo delle forze militari fino al 1995.

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