«Bisogna sempre rimanere fedeli a sé stessi»

A colloquio con il presidente del Tribunale regionale di Fiume, Veljko Miškulin, prossimo al pensionamento

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«Bisogna sempre rimanere fedeli a sé stessi»
Foto: IVOR HRELJANOVIĆ

Un capo pretende credito, un leader offre fiducia. Mai citazione ci è sembrata più giusta dopo avere intervistato, o meglio, a lungo chiacchierato, seduti all’ombra di un ippocastano a un tavolino del Cont, con Veljko Miškulin, ventennale presidente del Tribunale regionale di Fiume, prossimo al pensionamento, dopo 40 anni di onorata carriera, prima da giudice e poi appunto da numero uno. Tante le domande che gli abbiamo posto durante un colloquio rivelatosi piacevolissimo, volte a ripercorrere il suo lungo e importante percorso lavorativo, ma più che il professionista, il nostro desiderio era conoscere innanzitutto l’uomo sedutoci di fronte. Abbiamo rotto il ghiaccio con la classica domanda di rito: come si sente in vista della quiescenza – che scatterà ufficialmente il prossimo 25 maggio –, e che cosa lascia in eredità al suo successore Vlado Skorup, impostosi nel marzo scorso, per un primo mandato quadriennale, sull’altro giudice candidato Vlado Bosner?

“Sto molto bene. Dopo tanti anni di lavoro, un po’ di riposo ci vuole – ha esordito –. Sono tranquillo e non ho rimpianti perché credo di avere dato il massimo e di lasciare al mio erede un tribunale più che ordinato e molto ben organizzato. Lo confermano i dati, ma anche la percezione generale che regna tra i miei stimati colleghi, un ottimo collettivo con il quale, me lo lasci dire, negli anni sono riuscito a diventare anche amico”. Amicizia e lavoro. Un connubio possibile? Il nostro interlocutore non ha avuto dubbi nel rispondere. “È stata la mia forza più grande nei lunghi anni di attività dirigenziale, e ora che sto per ritirarmi, questa consapevolezza mi fa sentire particolarmente bene e in pace con me stesso. Una dimostrazione in questo senso mi è stata data durante il rinfresco d’addio che ho voluto organizzare per salutare tutte le persone con cui ho lavorato. In quella circostanza mi sono state rivolte da parte loro, delle bellissime parole di stima e affetto, che conserverò per sempre. Il lato umano è la cosa fondamentale di cui bisogna tener conto, soprattutto quando si è alla guida di un organico così vasto. La cosa di cui forse vado maggiormente fiero dopo tanti anni di servizio, è l’essere riuscito a funzionare al fianco di queste persone senza mai aver dovuto, né voluto, usare metodi autoritativi. Non sono d’accordo con chi sostiene che un capo deve per forza fare la voce grossa per farsi ubbidire. Certo, generalmente questa è considerata la via più facile per ottenere ciò che si vuole, ma la mia concezione di autorità va a braccetto con stima e rispetto. Ho scelto il percorso forse più complicato, ma oggi so di avere fatto la cosa giusta. Il lavoro rappresenta un terzo della nostra vita e se lo trascorriamo stressati e col nodo in gola, è la cosa più brutta che ci possa capitare. Per un capo è molto più difficile riuscire a creare un’atmosfera lavorativa distesa e armoniosa, senza dipendenti tesi, frustrati e insoddisfatti. Personalmente credo, o meglio, spero di esserci riuscito ed è questa la mia vittoria più grande”.

Inizi complessi
Quando nel dicembre del 2001, Veljko Miškulin prendeva in mano le redini del Tribunale regionale di Fiume, a che cosa andava incontro? Com’era, all’epoca, lo stato delle cose? Quali difficoltà ha dovuto affrontare, una volta occupata la poltrona di presidente? “Era un periodo in cui il sistema giudiziario croato in generale, era oberato da un enorme arretrato civile e penale. A livello di Paese, le pendenze erano vicine ai 2 milioni di pratiche, il cui numero oggi è stato ridotto di oltre quattro volte. Un altro problema importante, era rappresentato dal numero dei giudici, insufficiente per adempiere a tutte le necessità del momento. Io ho iniziato con complessivi 21 giudici, per arrivare agli attuali 34. Uno scenario simile, in cui non si riescono a soddisfare tutti i criteri richiesti, non è frustrante soltanto per i clienti, che si aspettano disciplina e velocità, ma anche e soprattutto per i giudici, che si ritrovano ad avere 400-500 pratiche a testa, da dovere risolvere nel minor tempo possibile e con la massima efficienza. È terribile non potersi dedicare a una causa nella maniera più giusta, con la dovuta qualità e rapidità, sapendo che il tuo verdetto andrà a incidere sulla vita di una o più persone, su questioni di carattere patrimoniale, finanziario e, nel peggiore dei casi, sulla libertà dell’imputato, sul suo destino. Oggi le cose vanno decisamente meglio, ma siamo ancora lungi dal poter vantare un sistema giudiziario snello”. In effetti, spesso sono proprio i lunghissimi tempi dei processi oggetto di forti critiche. Al nostro interlocutore abbiamo chiesto se questo sia un problema ricorrente in tutta l’Europa o riguardi soltanto la Croazia?
“No, all’estero le cose sono un po’ diverse. Il nostro problema è rappresentato dal tipo di ordinamento giudiziario, che non permette di accelerare lo svolgimento delle singole udienze. Il metodo da noi usato, che costringe il giudice a dettare a verbale la deposione di un teste, è un rudimento del passato di cui si sono liberati da tempo quasi tutti i tribunali europei. L’ho capito parecchi anni fa, nel periodo di preadesione all’Ue quando c’era da risolvere il capitolo 23 e che mi vedeva incluso nel gruppo di giudici croati che visitavano i vari tribunali in giro per l’Europa per conoscerne il funzionamento. Una volta in Austria, nota per avere un sistema giudiziario molto rapido, avevo chiesto quante udienze venissero affrontate in media al giorno dai loro giudici penali. La risposta è stata una decina. Da noi una cosa simile è inconcepibile. I nostri giudici riescono a tenerne quattro, al massimo cinque. A differenza nostra, ormai nei tribunali di tutto il mondo, le deposizioni dei testi vengono registrate e conservate come trascrizione ufficiale, che poi il giudice preposto analizza con calma nel proprio ufficio e, in caso di necessità, fissa una nuova udienza oppure procede con la stesura della sentenza. Siamo indietro in rapporto agli altri per il semplice motivo di non essere tecnologicamente dotati. Spero, comunque, che le cose possano cambiare con la nuova riforma giudiziaria, che dovrà prendere in considerazione anche e soprattutto un investimento di questo tipo per i tribunali. Certo, sarà una spesa non indifferente, ma comunque inevitabile per compiere, non uno, bensì dieci passi avanti. La Legge procedurale deve cambiare se vogliamo che il nostro sistema giudiziario diventi più veloce ed efficace”.

La forza della volontà
Giunto al traguardo di un’invidiabile carriera, quanto Veljko Miškulin si ritiene soddisfatto? Ha dei rimpianti? C’è qualcosa che avrebbe voluto fare e che invece non ha fatto? Che voto si darebbe? “È un po’ una domanda trappola. Potrei sembrare vanitoso se dicessi di essere perfettamente soddisfatto e di avere sempre fatto le cose al meglio. D’altra parte, se affermassi di non essere del tutto contento, mentirei a me stesso risultando un falso modesto. Scelgo una via di mezzo. Credo di essere riuscito a riorganizzare molto bene il tribunale, velocizzando i processi, soprattutto quelli civili, e facendo in modo di non dovere ricorrere a procedimenti disciplinari nei confronti dei giudici. Sotto quest’aspetto, in Croazia succede più spesso l’inverso, checché se ne pensi. È uno strumento che i presidenti dei tribunali sono costretti a usare per omissioni o errori procedurali commessi dai giudici, per mancata obiettività o per altro. Io non ho mai dovuto applicare misure del genere, anzi, se qualcuno dei miei giudici riteneva a volte di rischiare di risultare di parte in un dato processo, veniva tranquillamente da me chiedendomi di ricusarlo. Il non aver dovuto… castigare i miei uomini, è una delle mie maggiori soddisfazioni. Inoltre, non mi è mai piaciuto convocare riunioni. Ritengo che i giudici di un tribunale regionale siano dei grandi professionisti, che non si trovano lì per caso, e che pertanto non abbiano bisogno che qualcuno venga dire loro che cosa fare e come comportarsi. Ho sempre avuto e continuo ad avere grande stima e rispetto per il loro lavoro, che è difficilissimo, e non ce n’è uno, che in vent’anni, abbia tradito la mia fiducia. Il mio successo è anche il loro. L’avere fatto sempre squadra, mi ha aiutato tantissimo nel raggiungimento degli obiettivi che mi ero posto. Non posso che ringraziarli per questo”.
Come rimanere impassibili e obiettivi di fronte al destino delle persone? “Con la forza della volontà – ha affermato il nostro interlocutore, che per vent’anni ha svolto anche il ruolo di giudice –. Il segreto sta in un approccio professionale. Se ha scelto di fare questo lavoro, un giudice dev’essere pronto a condurre una vita un po’ diversa dagli altri, deve imparare a mantenere un’aplomb anche nei momenti più improbabili, abituarsi al fatto di essere sempre sotto i riflettori e un esempio per gli altri. L’integrità professionale è la cosa più importante e bisogna sempre rimanere fedeli a sé stessi, anche quando magari sai di avere dovuto assolvere un imputato chiaramente colpevole, ma per la cui condanna non c’erano prove sufficienti. Quest’aspetto è particolarmente frustrante e da giudice penale mi è anche capitato di emettere una sentenza ingiusta. Bisogna imparare a gestire pure situazioni simili, rimanendo allo stesso tempo integri”.

Sistemi giudiziari modello (e non)
In che cosa si differenzia ancora il nostro sistema giudiziario in confronto ad altri, ritenuti più efficaci? “Tornando al periodo di preadesione della Croazia all’Ue, mi è capitato di visitare anche dei tribunali tedeschi, molto severi sotto alcuni aspetti, soprattutto quello finanziario. In Germania, sollevare una causa e perderla può risultare molto costoso. C’è gente che si vede costretta ad accendere un mutuo per poter pagare le spese processuali. Da noi i costi sono molto più contenuti e questo è uno dei motivi per cui la gente si fa causa a volte per motivi davvero futili. Con una correzione delle tariffe, in tanti ci penserebbero due volte prima di adire le vie legali. Anche questo potrebbe risultare un buono strumento per snellire il sistema”. Che cosa ne pensa, invece, Miškulin di quello americano?
“È una realtà completamente diversa, che non vorrei venisse mai applicata da noi. Non conosco molto bene il loro sistema giudiziario, ma quante volte è capitato di leggere sui giornali o di sentire in tv che un detenuto è stato liberato dopo 20-30 anni di prigione, in quanto si è scoperto fosse innocente? La colpa è della Corte, composta da persone comuni, dai laici, che non hanno studiato diritto. Un abile avvocato può influenzare il loro verdetto manipolandoli senza battere ciglio. Non ricordo quando in Croazia sia stata condannata una persona non colpevole. Credo non sia mai accaduto. Un errore simile non può succedere proprio grazie al fatto che ci sono diversi gradi di giudizio e c’è la possibilità di fare ricorso a più livelli rivolgendosi, nell’ultimo dei casi, alla Corte costituzionale o addirittura a quella di Strasburgo”.

Il rapporto con i media
Durante il suo incarico di presidente del Tribunale, ha avuto spesso a che fare con i media. Che rapporto ha avuto negli anni con i giornalisti e qual è la sua opinione sul loro lavoro? “I media possono aiutare tantissimo, ma possono anche rovinarti dopo averti gettato fango addosso. Tutti noi abbiamo a volte la tendenza a mollare la presa e ad adagiarci sugli allori. I giornalisti, in questo senso, sono fondamentali perché non ti danno un attimo di tregua e stanno lì, ad aspettare ogni tuo passo falso per poterti… rimettere in riga. E fin qui, non ci vedo nulla di male. Anzi. Ti aiutano a non rilassarti troppo. Ma quando iniziano a generalizzare, senza conoscere a fondo la materia e senza informarsi per bene, qui non ci sto. La reputazione è sacra e non mi piace dover essere additato soltanto perché la stampa ha generalizzato il contesto. Se un presidente di Tribunale o un giudice sono corrotti, ciò non vuole dire che lo sia tutta la categoria. Mi piacerebbe che il lavoro giornalistico venisse svolto con maggiore cognizione di causa e non in maniera superficiale, come spesso succede, per il semplice gusto di fare scoop”.
Le è mai successo di venire accusato per una cosa mai fatta e di dovere dimostrare il contrario? “No, nel senso che non hanno mai scritto che io fossi corrotto, ma mi è capitato di sentire che certi colleghi avvocati chiedessero il pizzetto ai propri clienti affermando che quei soldi servissero per corrompermi e ammorbidirmi. La cosa è rimasta lì, in sospeso. Con questi stessi colleghi ho chiuso ogni tipo di rapporto, ma non sono mai riuscito a digerire questo rospo. Il mio temperamento non me l’ha permesso. Nonostante l’esperienza e l’età ormai matura, non ho mai imparato a farmi scivolare certe cose addosso e spesso, anche recentemente, ho avuto difficoltà a dormire la notte per i troppi crucci. Non ci posso fare nulla. Sono nato così e non sono mai riuscito a modificare quest’aspetto del mio carattere. Ho sempre reagito e continuo a reagire con grande temperamento alle ingiustizie”.

«Ho più volte subito minacce»
Nel suo lavoro, ha mai subito minacce? “Sì, varie volte. C’è stato un tizio che ha continuato per mesi a mandarmi per fax foglietti minacciosi. Non sono uno che si lascia intimidire facilmente, ma la volta in cui mi ha mandato la foto di mio figlio a scuola, mi si è gelato il sangue nelle vene e ho deciso di rivolgermi alla Polizia. È stato condannato a undici mesi di carcere dopo di che, una volta uscito, ha continuato a tartassarmi fino a quando non lo hanno costretto a pagare un risarcimento danni. Dopo questo fatto si è finalmente calmato. In un’altra circostanza ho dovuto ricorrere per un periodo alla protezione delle guardie del corpo. Non sono sempre state rose e fiori”.

Caso più difficile? Un omicidio…
Qual è stato il caso più difficile con il quale ha dovuto confrontarsi? “È stato un omicidio di una trentina d’anni fa a Selce, che avevo seguito in qualità di giudice istruttore. Per un’omissione nelle indagini, ci sono voluti mesi per scoprire che si era trattato di un assassinio. Anzi, scoprirlo è stato un vero colpo di fortuna dopo che un detenuto aveva parlato troppo, raccontando al suo compagno di cella dei dettagli per noi fondamentali per scoprire l’omicida, ma soprattutto il mandante, in questo caso la moglie, che era ricorsa a un sicario”.

Nel «Kvarner» per 17 anni
In tanti forse non sanno che Veljko Miškulin è un ottimo cantante e che per anni ha prestato la sua voce nell’otteto Kvarner. “Ho trascorso con loro 17 anni in qualità di baritono, e all’occorrenza anche come tenore. Il repertorio era classico ed eravamo anche molto bravi. Ci siamo sciolti quando è venuto a mancare il nostro maestro Krunoslav Kajdi e da allora non ho più cantato da nessun’altra parte. L’amore per il canto, però, è ancora molto vivo in me”.

«Mi alleno regolarmente»
Che cosa Veljko Miškulin ama fare nel tempo libero? “Ho sempre praticato sport e lo faccio regolarmente anche oggi, almeno 4 o 5 volte alla settimana. Mi piace però anche leggere, di tutto. Un’altra passione è il teatro, o meglio l’opera, che ha spinto me e mia moglie ad andare spesso all’arena di Verona o a La Scala di Milano per assistere a spettacoli lirici. Gli italiani, in questo, sono dei veri maestri. D’altronde, prima ancora di scoprire l’opera lirica, da ragazzo grazie a mia zia che viveva in Italia e che ogni estate ci portava in casa il giradischi, ho scoperto la musica leggera italiana e cantanti quali Mina, Celentano, Milva…”.

Commendatore dell’Ordine della Stella d’Italia
Nel 2009 Veljko Miškulin è stato insignito del titolo di Commendatore dell’Ordine della Stella d’Italia da parte del Presidente italiano, Sergio Napolitano, onorificenza che viene conferita per il tramite delle rappresentanze diplomatico-consolari in Croazia.

Una famiglia unita
Veljko Miškulin ha due figli. Hanno seguito le sue orme in quanto a studi e lavoro? “Mio figlio no. Ha studiato architettura e oggi lavora in uno studio ad Abbazia. A differenza sua, mia figlia si è laureata in giurisprudenza come me, ma non ha mai voluto lavorare nel settore. Dopo avere fatto post-laurea al Trinity College di Dublino, ha trovato lavoro presso il Ministero degli Esteri in rappresentanza permanente della Croazia nell’Unione europea. Oggi è passata alla Commissione europea”.
E sua moglie? Lavora ancora? “Sì, mia moglie è psicoterapeuta e lavora in proprio. È inoltre docente presso la filiale lubianese della Sigmund Freud University di Vienna. Anch’io avrei potuto lavorare per altri due anni, ma ho preferito ritirarmi ora, anche se non intendo fermarmi del tutto una volta che avrò raggiunto la pensione. Ho ricevuto delle proposte che sto ancora valutando. Di certo non starò con le mani in mano”.

La voglia di viaggiare
Che cosa farà una volta ritiratosi in pensione? “Innanzitutto, mia moglie ed io ci faremo qualche bel viaggio. Ora che la pandemia è un po’ in ritiro, possiamo finalmente tornare a spostarci. Una delle prime tappe sarà sicuramente Madera, ma non ci dispiacerebbe nemmeno andare nell’America del Sud. Se non altro, andremo spesso a Bruxelles da nostra figlia”.

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