«Provocazioni? Il progetto Fiume CEC ha fatto emergere una resistenza piccoloborghese»

A colloquio con il capodipartimento per la Cultura della Città di Fiume, Ivan Šarar, il quale ha riassunto l'anno 2020 e parlato dei progetti che attendono di venire realizzati nel 2021

Il 2020 sarebbe dovuto essere un anno straordinario per Fiume in veste di Capitale europea della Cultura. Il fitto e variegato programma culturale avrebbe dovuto portare in città migliaia di turisti e creare un viavai senza precedenti nel capoluogo quarnerino. Invece, dopo un inizio promettente nel mese di febbraio del 2020, lo scoppio della pandemia qualche settimana più tardi ha fermato tutto, mentre l’entusiasmo iniziale si è tramutato da oggi a domani in apprensione e delusione. Con l’arrivo dell’estate le cose sono migliorate, ma il persistere dei contagi ha costretto tutti a portare avanti il programma con prudenza, in formato ridotto, con pochissimi ospiti stranieri e in maniera sobria, rinunciando all’euforia pur di poter realizzare almeno in parte ciò che è stato pianificato. Per recuperare i due mesi di lockdown in primavera, il progetto Fiume CEC è stato prolungato fino alla fine di aprile prossimo, senza che i responsabili del progetto possano contare su ulteriori fondi che forse avrebbero contribuito a recuperare nella parte finale di questa strana edizione del progetto CEC alcuni elementi del programma ai quali è stato necessario rinunciare (e qui facciamo riferimento innanzitutto al segmento internazionale della mostra “Klimt sconosciuto” che con lo scoppio della pandemia è stato scartato). Abbiamo interpellato il capodipartimento per la Cultura della Città di Fiume, Ivan Šarar, per riassumere il 2020 pieno di sfide su tutti i fronti.

 

La pandemia ha spiazzato tutti
“Credo che in questo momento sia ancora troppo presto per riassumere tutto il 2020 in quanto sono dell’avviso che servirà un po’ di tempo per valutare in maniera realistica e oggettiva ciò che è stato fatto nel corso dell’anno scorso – rileva il capodipartimento -. In questo momento siamo ancora troppo ‘immersi’ in questa situazione, spiazzati dalla pandemia e attivamente delusi per il fatto che non è stato possibile realizzare il progetto Fiume Capitale europea della Cultura così come è stato pianificato inizialmente. Siamo consapevoli che sentirsi delusi in questo contesto, in cui la vita si è fermata in tutto il mondo, sia irrazionale, ma non è possibile non sentire una punta di tristezza pensando a tutti i bellissimi programmi che avremmo voluto presentare nel corso di quest’anno a Fiume.
D’altro canto, credo che i numerosi individui, associazioni ed enti che hanno lavorato al progetto hanno fatto dei grandi progressi, per cui mi auguro che la pandemia possa cessare al più presto per dare loro la possibilità di proseguire con il lavoro. Ho paura che nel caso in cui questa situazione epidemiologica si protraesse per ancora tanto tempo, l’entusiasmo e la voglia di fare di queste persone, associazioni ed enti non venga meno, in primo luogo a causa di questioni esistenziali che potrebbero costringere molte persone a cercare un nuovo impiego in tutt’altri settori per poter sopravvivere. Questo vorrebbe dire che non abbiamo capitalizzato nulla nell’ambito del progetto CEC per quanto riguarda le risorse umane nel campo della cultura. In riguardo alla nuova infrastruttura culturale, in primis il complesso Benčić, credo che soltanto tra qualche anno potremo valutare i risultati dell’attività nei nuovi edifici e un diverso modo di funzionare nel settore culturale”.

Un anno strano
“Volendo riassumere il 2020, si tratta senza dubbio di un anno strano perché dall’entusiasmo che sentivamo all’inizio, e soprattutto dopo la spettacolare ed energica inaugurazione del progetto Fiume CEC, siamo piombati in quarantena per due mesi. Il programma si è fermato, abbiamo dovuto licenziare tante persone coinvolte nel progetto CEC e tutto ciò è stata una grande delusione. Nonostante ciò, credo che abbiamo gestito bene e in maniera realistica la situazione in cui ci siamo trovati. Con il miglioramento della situazione epidemiologica abbiamo ripreso le attività, anche se con un programma ridimensionato. I programmi venivano svolti nel rispetto delle misure epidemiche, vi poteva prendere parte un numero ridotto di persone, ma nonostante ciò la vita culturale proseguiva. La culminazione estiva del programma è stata l’apertura delle mostre ‘Fiume Fantastika’ e ‘Usijano more’, mentre in autunno abbiamo inaugurato la mostra ‘51000 Balthazargrad’ e aperto la nuova sede del Museo civico nel Palazzo della direzione dell’ex Zuccherificio. Purtroppo, il nuovo lockdown è un’altra pugnalata nel cuore del progetto Fiume CEC e ha rovinato l’atmosfera sia tra i fautori del progetto che tra i cittadini. Il mese di dicembre del 2020, che avrebbe dovuto essere il mese più allegro dell’anno, è trascorso in un’atmosfera mesta. Il 2020 è stato un anno di tremende oscillazioni.
Se dovessi comparare ciò che siamo riusciti a fare con ciò che è stato pianificato, certo che non posso essere troppo soddisfatto. Qui non faccio riferimento ai programmi realizzati e alla loro qualità – infatti, credo che alla fine sarà realizzato circa il 60-65 p. c. dei programmi previsti inizialmente e tutta l’infrastruttura -, ma il punto non sono (soltanto) i programmi, bensì anche l’atmosfera che li caratterizza. Non è la stessa cosa esibirsi dinanzi a una platea piena ed euforica o dinanzi a 150 o 200 persone con le mascherine, nel perenne timore di contagio. Purtroppo, non abbiamo potuto godere al massimo di tutti gli eventi che sono stati preparati e che avrebbero dovuto essere un fattore di unione tra i cittadini di Fiume e i turisti che avrebbero dovuto soggiornarci. La cultura avrebbe dovuto essere lo stimolo di una vita sociale coi fiocchi e ciò, purtroppo, non si è avverato. In tutto questo tempo ho l’impressione che quanto viene fatto sia comunque sterile senza la componente umana, nonostante tutto il nostro impegno”.

D’altro canto, è sempre meglio che i programmi si tengano comunque, anche se in condizioni di “sterilità”…
“Certo. In questo contesto vorrei puntualizzare che la pandemia ha minacciato il progetto Capitale europea della Cultura in generale. La città di Galway (la seconda Capitale europea del 2020, nda), ad esempio, non è riuscita a realizzare praticamente niente del suo programma. Nemmeno la cerimonia d’inaugurazione. Da questo punto di vista, noi possiamo essere più che soddisfatti di quanto realizzato. Le Capitali del 2021 hanno chiesto che il tutto venga rimandato al 2022 e al 2023 ed è probabile che quest’anno in Europa non ci sia una Capitale europea della Cultura. A questo punto, il progetto si troverà in una situazione molto delicata. Infatti, questo aveva già bisogno di essere ripensato dal momento che, trattandosi di un progetto longevo, con il tempo diventavano Capitali città anche più piccole di Fiume che, secondo me, non potevano sostenere questo progetto per motivi economici, ma anche di carenza di personale qualificato. Forse questa sarà un’occasione per ripensare il progetto CEC”.

Il progetto CEC è stato prorogato fino alla fine del mese di aprile 2021. Dal momento che la maggior parte dei programmi è stata comunque realizzata nel corso dell’anno scorso, salvo pochi eventi di maggiore spicco come la mostra “Klimt sconosciuto”, non mi sembra che sia stato necessario prolungare lo svolgimento del progetto Fiume CEC.
“Abbiamo chiesto la proroga già durante il primo lockdown pensando che avremmo potuto recuperare in un secondo momento i programmi cancellati e rimandati, nell’ingenua convinzione che la pandemia sarebbe terminata in poco tempo. Ora, quando è chiaro che non usciremo dalla pandemia almeno fino a primavera, sono d’accordo che non abbia molto senso prolungare il tutto in quanto abbiamo realizzato gran parte del programma adeguato alle nuove circostanze. Speravamo pure di ottenere ulteriori mezzi per poter realizzare ancora qualche programma durante i mesi aggiuntivi, ma in questo momento non sappiamo se ci verranno assegnati. Confesso che sono poco ottimista a tal riguardo, mentre il Ministero della Cultura non ha dimostrato grande interesse per garantire altri mezzi, anche perché la crisi economica e il terremoto che ha colpito Zagabria hanno costretto il dicastero a ripensare le proprie priorità. D’altro canto, credo che nei tre mesi che ci sono stati regalati potremo pensare a un’eventuale cerimonia di chiusura, verranno sistemate le ultime installazioni nell’ambito della direttrice programmatica Lungomare Art, verrà inaugurata la mostra ‘Klimt sconosciuto’, ecc. Abbiamo ancora a disposizione sette-otto eventi di rilievo che sarà meglio realizzare in marzo o in aprile che durante questo mese, ma non si tratta di appuntamenti che cambieranno in maniera significativa l’immagine del progetto Fiume CEC”.

Fin dall’inizio, il programma Fiume CEC era criticato da alcuni per essere basato in un segmento sulla provocazione (la stella rossa sul Grattacielo fiumano, il libretto Jugo-yoga, la mostra su D’Annunzio…), mentre altri lo consideravano troppo ermetico, elitista e indirizzato a un gruppo ristretto di persone.
“Non sono d’accordo con questa caratterizzazione del programma, ma è possibile che i cittadini avessero altre aspettative. Posso trovarmi d’accordo eventualmente per quanto riguarda il segmento musicale che, secondo me, sarebbe potuto essere rivolto a un pubblico più vasto. In effetti, lo sarebbe stato se non fosse stato per la pandemia che ci ha costretti a ridurre il programma. In generale, credo che il progetto CEC rispecchi effettivamente la produzione culturale a Fiume, mentre i cittadini forse si attendevano che questa diventi popolare e facilmente fruibile. Spesso viene potenziata la sensazione che qualcuno al vertice, un gruppo ristretto di persone, abbia deciso come sarà articolato Fiume CEC, ma le cose non stanno così. Il programma è stato realizzato in modo da includere una realtà molto vasta e proprio questo fatto è stato valutato in maniera molto positiva dai circoli culturali europei.
Infatti, il programma non è stato messo insieme da Emina Višnić, Slaven Tolj o da me, bensì è stato realizzato da produttori culturali che operano a Fiume e in altri centri, decine e decine di associazioni, enti culturali e centinaia di individui che hanno fatto ciò che volevano fare e nel modo in cui volevano farlo. Ad esempio, il TNC ‘Ivan de Zajc’ ha realizzato spettacoli e concerti che credeva rientrassero nel concetto di Fiume CEC, mentre associazioni di Praputnjak, Malinska o Mattuglie si dedicavano a progetti con i quali volevano presentare la loro cultura. Pertanto, l’idea che qualcuno abbia deciso di realizzare un progetto d’élite è sbagliata perché si tratta di un programma realizzato in maniera molto democratica. Inoltre, sono stati messi a punto decine e decine di programmi completamente inclusivi che sono soltanto marginalmente legati alla cultura: i progetti ecologici, partecipativi e via dicendo. Per questo motivo non capisco perché sia emersa l’immagine di un progetto ermetico e destinato a pochi. Forse avremmo dovuto realizzare più eventi di richiamo, ma non credo che ciò avrebbe cambiato granché.
D’altronde, i numeri smentiscono queste critiche. La scorsa estate, infatti, le mostre nell’Export (‘Fiume Fantastika’, ‘Le macchine isteriche’, ecc.) sono state visitate da più di 50mila persone, nonostante la pandemia e le restrizioni antiepidemiche. Già ora, le mostre ‘Fiume Fantastika’, ‘51000 Balthazargrad’ e l’allestimento del nuovo Museo civico sono state visitate da quasi 20mila persone. L’immagine che viene perpetuata è pertanto sbagliata.
Per quanto riguarda le cosiddette provocazioni, sono stati percepiti come tali la canzone ‘Bella ciao’ alla cerimonia d’inaugurazione del progetto CEC, la stella rossa di Nemanja Cvijanović sul Grattacielo fiumano, la bandiera jugoslava in Corso (è strano che la stessa bandiera non infastidisca nessuno nell’ambito dell’allestimento permanente al Museo civico) e la mostra su D’Annunzio al Palazzo del governo. Si tratta di tre programmi dei complessivamente 800. Credo che sia completamente sbagliato vedere questo programma come una continua provocazione e non capisco il perché. L’unica spiegazione è che se un segmento del progetto viene caratterizzato come una provocazione, questo suscita interesse e viene maggiormente diffuso tramite i vari media e i social e di conseguenza l’etichetta di ‘provocazione’ viene applicata a tutto il programma.
Il programma non è stato concepito con l’intento di provocare. È stato invece ricco di programmi incentrati sul patrimonio culturale di tutta la nostra Regione, sulla musica classica, sulle usanze popolari e via dicendo. Il fatto che determinati eventi siano stati visti come una provocazione è una prova del nostro grado d’immaturità. Mi ha deluso molto il fatto legato alla stella rossa di Nemanja Cvijanović – che è innanzitutto un’opera d’arte realizzata con un preciso messaggio commemorativo – che nei circoli culturali era stata apprezzata come un’opera di alta qualità, ma nessuno dei suoi colleghi e associazioni artistiche ha reagito pubblicamente quando l’artista veniva denigrato, insultato e minacciato di morte. Tutti si sono comportati da codardi e in generale credo che come città che ama definirsi tollerante e aperta abbiamo dimostrato di non essere all’altezza. Ogniqualvolta qualcuno si permette di analizzare temi, per così dire, ‘controversi’ – dai partigiani, a D’Annunzio e all’Isola calva -, il rumoroso desiderio di lasciare le cose come stanno e di non rivangare il passato è testimonianza di provincialità e mediocrità. Infatti, fin dal primo giorno del nostro lavoro alla candidatura al progetto CEC, nel 2014, era di dominio pubblico la decisione che uno dei temi sarà il tumultuoso passato di Fiume. Anche Linz, durante il suo anno di Capitale, si era occupata della scomoda storia legata ad Adolf Hitler, Marseille ha elaborato il tema degli immigranti africani e via dicendo. Nessuna Capitale europea della Cultura non ha potuto evitare di parlare della sua storia e così nemmeno Fiume.
Purtroppo, credo che Fiume non abbia superato questo esame così come avrebbe dovuto, considerata la sua fama di città aperta e progressista. Ritengo che il progetto CEC abbia fatto emergere una specie di resistenza piccoloborghese che si è rivelata una corrente dominante a Fiume.
È singolare che tanti erano interessati a conoscere l’esatto costo della realizzazione della stella rossa, ma al contempo non hanno avuto niente da ridire per il fatto che nella tematizzazione dell’Isola calva, con l’elaborazione di tutte le conseguenze negative di questa parte della nostra storia, sia stata investita una somma molto più ingente. Il fatto che questo tema sia stato elaborato in maniera oggettiva è rimasto in disparte. Posso soltanto concludere che ognuno ha visto nel programma ciò che riflette la sua opinione socio-politica”.

In quale misura è rilevante il progetto CEC a livello europeo? Ci sono stati commenti immediatamente dopo la cerimonia d’inaugurazione secondo i quali questa non sarebbe stata segnalata dai media di rilievo e per questo motivo la sua importanza sarebbe limitata.
“Questa affermazione è completamente slegata dalla realtà. Gli effetti della promozione della città soltanto una settimana prima e una settimana dopo la cerimonia equivalgono a dieci anni di promozione svolta dalla Città negli anni precedenti al progetto CEC. Capitale europea della Cultura è il progetto culturale più rilevante in Europa. Ovviamente, una città può sfruttare o meno questo status, ma è difficile e disonesto valutare gli effetti del nostro programma nel contesto della pandemia con quelli realizzati in tempi ‘normali’.
La nostra città è stata pubblicizzata in tutta l’Europa e nel mondo dai maggiori media, tra cui la Reuters, Francepress, Bbc, New York Times e altri. Mai nessun prodotto fiumano, e questo vale per tutti i settori, non soltanto per la cultura, ha avuto una promozione simile nei media mondiali”.

La crisi economica ha costretto i responsabili del Museo civico a ridimensionare la mostra “Klimt sconosciuto”, che ha dovuto rinunciare alle opere custodite nei musei di Vienna e Romania. Inoltre, l’allestimento verrà sistemato nel Palazzo dell’ex Zuccherificio, invece che nell’ex sede del Museo civico. Esiste almeno una remota possibilità che il percorso espositivo ripristini almeno una parte delle opere di Klimt pianificate in origine?
“In seguito alla pandemia, non è ancora completamente chiara la concezione finale della mostra. Posso soltanto dire che questa sarà senza dubbio realizzata e verrà inaugurata l’8 aprile. Non sappiamo ancora se sarà possibile ripristinare almeno in parte le opere originali di Klimt custodite dai nostri partner romeni e austriaci. La situazione è ancora troppo fluida per dare informazioni concrete sull’aspetto finale di questo progetto”.

Quale sarà il destino del cosiddetto Cubetto, l’ex sede del Museo civico?
“La palazzina sarà riportata al suo aspetto originale al suo interno, dal momento che è stata messa sotto tutela dai conservatori. Infatti, durante il suo sviluppo come Museo civico, gli interni dello stabile erano stati modificati per poter accogliere tutti i contenuti previsti, per cui il suo aspetto originale dovrà essere ripristinato. Ciò vuol dire che l’edificio sarà trasformato in una galleria d’arte nella quale verranno organizzate mostre di maggiori dimensioni. Trattandosi di ulteriori investimenti che la Città in questo momento non è in grado di sostenere, il progetto legato al Cubetto verrà realizzato in un secondo momento”.

Il palazzo che ospita il Museo di Arte moderna e contemporanea (MMSU), appartenuto in passato all’azienda PIK, è ora completamente di proprietà della Città, il che vuol dire che l’ente ha ora a disposizione anche il secondo piano e il sottotetto per i propri programmi (una volta che questi verranno sottoposti a un’opera di ristrutturazione). Per anni si è parlato della possibilità che nella nuova sede venga realizzato un allestimento permanente in quanto il Museo dispone di una straordinaria collezione di opere d’arte che vengono raramente esposte e che meriterebbero di essere valorizzate meglio. È possibile che questa idea venga ad un certo punto realizzata?
“In questo momento si stanno creando i presupposti per il riassetto del secondo piano, in quanto è in corso la stesura del progetto di ricostruzione dei due ponti che collegano il primo e il secondo piano della sede dell’MMSU con la Casa dell’infanzia. Al momento non mi è possibile confermare se sarà possibile realizzare un allestimento permanente, oppure se l’incremento di spazio utile permetterà ai curatori di realizzare un allestimento che sarà possibile modificare occasionalmente. È un dato di fatto che soltanto i grandi musei mondiali vantano allestimenti permanenti che non vengono modificati per anni. Personalmente, sono più incline a una variante intermedia, ovvero a una combinazione tra un allestimento parzialmente permanente e parzialmente modificabile, ma lascerei ai curatori del Museo di decidere come gestire il fondo museale. Ad ogni modo, credo che nell’arco di due anni la situazione sarà più chiara. Ovviamente, bisognerà rinnovare anche il manto esterno dell’edificio, soprattutto dopo che tutti gli edifici nel complesso Benčić saranno completati”.

L’opera di riassetto dello spazio pubblico che circonda i palazzi del complesso Benčić ha subito un notevole ritardo, anche se era stato detto che questa seguirà l’opera di restauro dei singoli edifici…
“In effetti, la pandemia ha rallentato l’andamento dei lavori, ma ultimamente è stato fatto un passo avanti in quanto è stato deciso che l’architetto Saša Randić realizzerà il progetto di assetto dello spazio pubblico. L’idea è di realizzare un parco nella zona, il che è un cambiamento rispetto ai piani originali. Tutto ciò sarà più visibile nei prossimi mesi, soprattutto in relazione con l’inaugurazione della Casa dell’infanzia, la quale richiede che venga realizzato un percorso d’accesso alla palazzina che parte da via Krešimir e passa accanto all’MMSU, per raggiungere l’ingresso della Casa dell’infanzia. Questo lavoro dovrebbe iniziare tra poco, ma l’immagine completa dello spiazzo la avremo appena al termine dei lavori nella futura Biblioteca civica. In questo momento non sappiamo ancora quando verrà aperta la Casa dell’infanzia, tutto dipenderà dalla situazione epidemiologica. La palazzina è ad ogni modo completata”.

Il Teatrino nell’area dell’ex Benčić?
“Per il momento dovrà essere ‘camuffato’. Un anno fa pensavamo di cederlo in concessione, ma il Covid ha scombussolato anche questo piano. Personalmente, credo che ci siano due soluzioni: la prima è commercializzarlo come un esercizio di ristorazione o come spazio di produzione artigianale o industriale, oppure vedere con i conservatori e l’Ufficio turistico se sarà possibile trattarlo come uno spazio aperto, un padiglione, che non presenti un’ulteriore spesa per la Città.
Vorrei aggiungere che stiamo pensando pure a come presentare il famoso mosaico di Edo Murtić che originariamente decorava il pianterreno dell’ex palazzo della Posta e che oggi è riposto nell’MMSU. Stiamo lavorando a un progetto nel contesto degli spazi pubblici del Benčić per vedere se sarebbe possibile esporlo all’aperto. L’ultima parola sta, ovviamente, ai conservatori e alla famiglia dell’artista”.

Il Teatro Nazionale Croato “Ivan de Zajc” si trova in difficoltà finanziarie, mentre la nuova stagione è stata denominata “Sopravvivenza” (Opstanak). Ebbene, sopravviverà?
“Certo che sopravviverà. Il debito attuale del Teatro è minore rispetto a quello che si registrava alla fine del mandato di Nada Matošević. La direzione attuale ha ereditato il debito fiscale, che in questo momento è minore rispetto a quello di cinque anni fa. In questo contesto non ci sono gravi problemi. Onestamente, credo che sia più rilevante il fatto che la Città non ha saldato questo debito (che ammonta a cinque milioni di kune), avendo dovuto finanziare il progetto CEC e altri investimenti. Ritengo che anche la Città sia uno dei soggetti da ‘incolpare’ invece di creare tensione addossando tutta la responsabilità all’attuale direzione del Teatro. Insomma, la Città sarebbe stata più puntuale nella copertura dei debiti se non fosse stato per gli obblighi finanziari legati al progetto Fiume CEC”.

La pandemia ha annullato anche la possibilità che venisse rilevato Teatro Fenice? L’anno scorso la somma richiesta dal venditore sembrava accettabile per la Città.
“Questo è possibile, anche se attualmente non è fattibile. Teatro Fenice è il monumento culturale più prezioso che abbiamo in città e dal punto di vista architettonico è più rilevante della sede dello ‘Zajc’. Palazzi simili a quello del TNC di Fiume si trovano in tutta l’Europa, mentre Teatro Fenice è unico da diversi punti di vista. Sono molto scettico in riguardo alla possibilità che il palazzo venga gestito dalla Città perché non abbiamo bisogno di un edificio così grande per organizzarvi contenuti culturali. L’edificio richiede ingenti investimenti ed è difficile da utilizzare perché non dispone di contenuti indispensabili per lo svolgimento di programmi culturali come spettacoli e concerti. Teatro Fenice potrebbe ospitare eventi per 3mila persone, ma credo che tutto possa funzionare soltanto nel caso in cui ci fosse un partner privato che possa sfruttarlo commercialmente.
Secondo me, Fiume non ha un pubblico così numeroso che possa riempire Teatro Fenice, mentre la gestione del palazzo risulterebbe molto costosa. Pertanto, credo che una partnership con il capitale privato sarebbe l’opzione ottimale per quanto riguarda Teatro Fenice”.

Il 2021?
“Questo sarà l’anno in cui riassumeremo tutto ciò che è stato fatto nell’ambito del progetto Fiume CEC. Verranno completati gli investimenti, mentre gli enti e le associazioni proseguiranno con i propri programmi. I fondi stanziati per la cultura sono rimasti invariati, nonostante la crisi economica. Ritengo, comunque, che il primo anno ‘normale’ sarà il 2022, quando completeremo tutti gli investimenti nell’infrastruttura e sarà possibile partire da zero. Sarà l’anno in cui sapremo se abbiamo lasciato la pandemia alle spalle. Durante quest’anno lavoreremo a nuovi progetti e la Città investirà nel programma CEC soltanto due milioni di kune, in confronto con il 2020 quando sono stati investiti 30milioni.”

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