Quando in Scoietto arrivava il lunapark

Ricordi di Rodolfo Decleva

Una magnifica veduta del piazzale di Scoglietto prima della Seconda guerra mondiale

Ci voleva proprio un niente per arrivare a Scoietto, dove gli adulti andavano a divertirsi, ma c’era divertimento anche per noi bambini e adolescenti, perché c’erano tante specialità: dall’autoscontro alla giostra, dai pesciolini rossi ai tiri con la carabina. La gente che frequentava Scoietto era di tutti i generi, soprattutto molti erano militari.

 

Era divertente guardare l’autoscontro che sapeva di moderno, con grosse gomme attorno alle automobiline come se fossero dei rimorchiatori. Si scontravano le une con le altre e spesso si prendevano in pieno, muso contro muso e rimbalzavano. Le auto si muovevano sopra un pavimento di ferro grazie alla corrente elettrica che veniva intercettata da un’asta di metallo fissata posteriormente sull’automobilina, che faceva contatto col soffitto del baraccone dove c’era una rete metallica che spesso faceva grandi scintille.

Il divertimento non era quello di guidare ciascuno con prudenza per divertirsi nella marcia, ma al contrario era nella ricerca dello scontro con chi capitava magari colpendolo sul fianco e meglio ancora se a bordo vi era qualche signorina. Ogni giro durava sui tre minuti e bisognava comprare alla cassa il gettone perché durante la corsa passava a ritirarlo l’uomo addetto, saltando da auto in auto con l’agilità di una scimmia, non senza pericolo di venire investito e farsi male.

Un’antica giostra

Un giro in ringhespil
C’era poi lo spettacolo del giro della morte dove il motociclista con la sua motoguzzi rombante faceva giri su giri sulle parenti rotonde dello stand sostenuto dalla velocità e dalla sua bravura.

Un’altra attrattiva era la giostra detta in fiumano ringhespil dove ci si sedeva sui seggiolini trattenuti da capaci catenelle e si girava in tondo che girava anche la testa. Si doveva stare legati con un gancio di sicurezza. A volte due amici – quando cominciava il giro – si congiungevano con le mani e quando erano in volo quello di dietro dava uno spintone all’altro con le gambe ed entrambi volavano per la tangente. Un bel divertimento. Poteva essere pericoloso, ma non ricordo che ci fossero stati incidenti.

Chi preferiva la tranquillità e il premio sicuro, andava ai baracconi che avevano i fucili ad aria compressa Flobert con i piumini per sparare e fare centro direttamente sui pacchetti di biscottini, per chi si accontentava. Facendo vari centri o un dato numero di punti si vinceva una bella bambola o una scimmietta. Gli stessi premi si vincevano tirando palle di stoffa su delle lattine accatastate a piramide: erano dieci e bisognava abbatterle tutte con tre tiri e non era facile.

L’autoscontro

Gli stand con i pesciolini rossi
Oppure si andava agli stand dove c’erano i pesciolini rossi che nuotavano dentro vasetti di vetro e venivano da Cento in Emilia Romagna. Per 50 centesimi di lira si potevano fare 5 tiri di palline di celluloide direttamente sui vasetti che erano posati su un tavolo al centro del baraccone. Si vinceva quando la pallina entrava dentro al vasetto, ma era considerata vincita anche quando la pallina entrava nel vasetto rimbalzando dal tavolo. I pesciolini erano molto belli, ma quando li si vinceva si aveva il fastidio di portarseli seco tutta la serata perché l’addetto li infilava su un sacchetto di una specie di plastica con dentro dell’acqua.

Un altro gioco per vincere una bella bambola si faceva con una retina in cima a un manico lungo. L’addetto apriva l’aria compressa che stava al centro del suo stand e tutte le retine erano attorno alla fonte dell’aria che faceva volare le palline di celluloide che cadevano nelle reti dei concorrenti. Vinceva chi aveva più palline nel retino: non c’era bravura ma soltanto fortuna.

Un vecchio manifesto del circo Zavatta

Caramei, caramei, chi magna uno magna sei
I giovani robusti che erano accompagnati dalla fidanzata, si sentivano in obbligo di dimostrare la propria forza lanciando un peso a forma di siluro detto anche trenino, dotato di rotelline a sfere che scorreva su un binario continuo a forma ovale. L’addetto al gioco faceva la dimostrazione di come si lanciava il siluro e riusciva a fargli fare tre giri completi, ma non vidi mai nessuno di quelli che ci provavano a riuscirci. Anzi, il “fidanzato” la buttava in ridere con la sua ragazza cercando di nascondere il disappunto. C’era poi il labirinto con gli specchi e in qualche stand talora si potevano ammirare gli scherzi della natura cioè animali nati deformi con organi in più.

Noi mularia preferivamo lo Stand dove cucinavano le mandorle nello zucchero, il famoso croccante, che inebriava col suo profumo tutto il grande piazzale, e anche lo zucchero di orzo che costava poco e durava di più. Per attirare l’attenzione, l’addetto gridava: “Caramei, caramei, chi magna uno magna sei”.
Ma anche guardavamo il tiro del fucile con i pallini che – facendo centro – si restava fotografati. Erano abbonati a questo gioco i militari perché chi meglio di loro era capace di centrare la foto?

E noi ci stringevamo vicino al tiratore per restare anche noi immortalati. Per questo facevamo il tifo per lui, ma non era facile.…

Quando succedeva che si facesse centro, avveniva un abbagliante lampo di magnesio e così passavamo alla storia anche noi muleti che eravamo accanto al militare.

Aspettavamo di vedere questa foto e vederci anche noi, ci inorgogliva mentre il soldato già pensava al prestigio che gli sarebbe derivato in caserma quando avrebbe mostrato la foto-trofeo.

Scoglietto

Il Circus Zavatta
Nel Parco divertimenti c’era molta allegria sia per i molti giovani che lo frequentavano che per le nuove musiche che i grammofoni suonavano, che erano le canzoni più in voga di quei tempi come “Luna marinara”, “Vento” e “Illusione”.

Poi annualmente arrivava in Scoietto il Circus Zavatta, e per l’inclita mularia della Cittavecchia si presentava un’altra occasione per dimostrare la propria bravura nell’entrare senza pagare il biglietto d’ingresso. C’era sempre qualche difetto nella chiusura del tendone che consentiva di infilarsi passando sotto gli spettatori che stavano seduti sopra le nostre teste mentre gli addetti fingevano di non vedere. E allora ci godevamo i clown goffi e sornioni che martirizzavano le comparse al canto di “Era una notte nera, nera, nera. Era una notte nera, nera come el carbon”. E giù una papina di quelle che rimbombavano tra le ricche risate dei plaudenti spettatori.

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