Michela Vitali porta a Borgo San Mauro il «triestin» verace della grande Jole Silvani

L’avanspettacolo mantiene intatte la forza del dialetto e le immagini di un mondo pieno di ironia e risate

Michela Vitali propone al pubblico testi rivisitati di una triestinità senza tempo

Un pomeriggio di fine estate, quando il sole ancora resiste, all’ombra di un cerchio magico di glicini, lasciamo fluire la musica del dialetto, gira come un insetto dispettoso a punzecchiare la memoria di frasi già sentite e poi dimenticate, gracchianti, sparse da un mangianastri scassato sul quale passava e ripassava la comicità di Angelo Cecchelin. E al suo fianco, il tono di voce calda, avvolgente e tagliente nello stesso tempo di Jole Silvani. Reminiscenze di racconti lontani di nonne divertite, restituite nell’aria ancora calda da Michela Vitali.

“E’ un esperimento? Direi una scelta ben precisa di riportare il dialetto dal teatro nelle strade, quel dialetto di qualche decennio fa che misurava una realtà diversa ma piena di episodi gustosi, di modi di dire, di comicità sottile e persuasiva”.

Qualcuno ricorda ancora Jole Silvani?

“Ah io lo spero tanto, o almeno vorrei evocarne il ricordo. E’ stata un personaggio incredibile, forte, donna di teatro e di cinema: potremmo citare il ruolo sostenuto nel film La Città delle donne. Vestiva i panni dell’amazzone in motocicletta che salva il latin lover Mastroianni dall’assedio di amanti e ninfomani, riempita di gomma piuma da Fellini per essere ancor più rotonda e surreale nelle forme già generose. Ma in sostanza della sua memoria, come di gran parte del mondo dell’avanspettacolo, poco o nulla resta oggi, se non qualche sbiadita copiaccia caratterizzata piuttosto dalla volgarità di pose e ammiccamenti al limite della decenza, come ricordava Guido Botteri nel suo libro dedicato all’attrice. Eppure – commentava l’autore ormai andato avanti – su quelle platee sovraffollate di militari e adolescenti saturi di testosterone molti si innamorarono della signorina Silvani, la soubrette amata da Angelo Cecchelin, Paolo Poli e Federico Fellini”.

Il tutto si svolge a Borgo san Mauro, nello spazio all’aperto del Bar “Ai sportivi” di Edda Jurissevich, istriana di San Lorenzo del Pasenatico, che si fa spesso promotrice di iniziative culturali. Su suggerimento di Annalisa D’Errico, consigliere comunale di Duino Aurisina, è stata invitata Michela Vitali, dell’Associazione il Pozzo di Giustina, a proporre una volta al mese, un incontro per far sentire pagine di autori dialettali, proporre testi, canzoni…in triestin.

L’ultimo appuntamento della seria, nel mese di settembre, era dedicato a Niobe Quaiatti, classe 1910, in arte Jole Silvani. Figlia di Guido, linotipista, cioè tipografo specializzato del Piccolo, fece la sua prima apparizione in un’operetta intitolata Dagli Appennini alle Ande. Nel ’29 incontra Angelo Cecchelin, bisognoso di una soubrette per la propria compagnia, “la Triestinissima”, la convince a debuttare, inventandosi seduta stante il nome d’arte che l’accompagnerà per il resto della vita. Diventerà la regina dell’avanspettacolo.

“Il teatro è stato anche per me un amore giovanile – racconta Michela Vitali – avevo 16 anni quando iniziai. Ho lavorato con la Contarda, con Grado teatro di Tullio Svettini, per vent’anni ho dato voce ai radiodrammi di Tv Capodistria collaborando con Bruna Alessio. Ho amato moltissimo l’Antonio Freno di Francesco Macedonio che mi volle nello spettacolo e poi la collaborazione con Ugo Amodeo, la grande passione per Carpinteri e Faraguna. Ho sempre seguito con interesse gli spettacoli del Dramma Italiano. Superati i cinquant’anni ho deciso che volevo fare qualcosa di mio nel centenario di Jole Silvani, mi sono messa in cammino, riesumando testi bellissimi di una triestinità spassosa ma non banale. Ed eccomi qua a darle voce, ancora una volta, con lo steso entusiasmo e quella freschezza che permane…”.

Jole Silvani con Paolo Poli. L’attrice debuttò in uno spettacolo a Pola

L’avanspettacolo è stato considerato un genere negletto, perché?

“Forse la risposta migliore è citare i nomi di chi è cresciuto nell’avanspettacolo, come Totò, Aldo Fabrizi e Anna Magnani. Oggi è un importante pezzo di cultura italiana che ben delinea l’epoca ed i suoi personaggi. Jole Silvani iniziò nel 1929, al teatro di Pola: in quell’occasione impersonava una bagnante a cui in seguito sarà dato il nome di Giulietta Stelladoro e tra barzellette e boutade intona anche una canzone intitolata Lolita. Il resto è una lunga strada di successi”.

Perché Jole Silvani?

“Quando ero piccola andai a teatro con mio padre a vederla recitare, credo abbia segnato il mio destino. Ora attraverso questo personaggio incredibile racconto la storia della città, degli arrivi e delle partenze, delle attese di confermata italianità, delle delusioni che ogni nuovo arrivo assicurava, dell’educazione sentimentale delle giovani, delle altre delusioni del caso. Insomma una vita fatta di immagini, filastrocche esilaranti e riflessioni amare, perché la vita è così, dona e prende. E noi? Ridiamo insieme”.

E’ per questo che intende esibirsi nelle strade, suscitare una risata?

“Ne abbiamo bisogno e la gente ha bisogno di questa vicinanza, di vedere l’attore in faccia, sentire le parole che riempiono l’aria e invadono l’anima. Sono disposta a girare, con il mio testo ed il leggìo posso esibirmi ovunque ci sia un pubblico che vuole ascoltare o riascoltare il dialetto di Trieste, onomatopeico, a volte irriverente ma così suggestivo e ricco. Jole ebbe modo di interpretare ruoli diversi ed era vicina ad Anita Pittoni, altro personaggio incredibile della Trieste della prima metà del Novecento. Il suo salotto era frequentato dalle più belle menti pensanti dell’epoca, poeti e scrittori… possiamo immaginare le loro conversazioni mentre nelle strade s’intonavano canzoni dissacranti, segno di un evolvere controverso della storia triestina, difficile da raccontare ma piena di spunti per un teatro sottile, dissacrante, provocatorio”.

Michela recita…no, dona vita a testi che fecero la fortuna della grande Jole, racconta e deride amabilmente le signore bene, o presunte tali, che insistono nel parlare la lingua italiana nonostante il dialetto detti ancora le sue regole facendole “sbrissiolare” qua e la con un risultato esilarante. Anche il canto s’affaccia nel gustoso dialetto fermando scene di vita vissuta nelle strette vie della zitavecia, nella pescheria sulle rive che s’apre su un mondo di riferimento: l’Istria e l’Adriatico tutto. Trieste come porta di Brandeburgo o arco di trionfo, che tutto accoglie e tutto colora di tricolori, corone, bandiere varie destinate a sventolare sui miti, le leggende, la politica reale e poi, sparire o ricomparire stanche, in cerca di nuove conferme. E su tutto s’impone la forza del dialetto: cossa te vol ciò…viva l’A e po’ bon! Se vedemo in otobre.

Michela Vitali gioca col personaggio Jole Silvani e ne diventa parte

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