«Lina, una mamma moderna. Guidava e scriveva al computer»

Rita Contento racconta una vita vissuta al Villaggio del Pescatore tra istriani esodati da tutte le città della penisola

Rita con la mamma Lina

Dopo il grande esodo che investì in particolar modo Trieste e i suoi dintorni, le amministrazioni di quegli anni costruirono alcuni borghi per accogliere gli esuli che dall’Istria, da Fiume e dalla Dalmazia decisero di rimanere il più vicino possibile alle loro case perse, ai loro paesi d’origine, ai campi che i contadini coltivavano con fatica ma anche con orgoglio, alle barche che portavano ogni giorno all’alba tanto pesce a riva. A Santa Croce, a Prosecco, a Muggia, a Sistiana, a Duino, su terreni che risultarono edificabili sorsero tanti minuscoli borghi, in cui vennero trasferiti i troppi sfollati dai campi profughi, dalle sistemazioni precarie e provvisorie che contraddistinsero i primi anni del dopoguerra.

 

Abbiamo conosciuto Rita Contento tantissimi anni fa, quando giovanissima si interessava dei problemi del Villaggio del Pescatore e del suo paese, Duino Aurisina. Faceva l’assessore all’urbanistica, in tempi in cui questo argomento era ancora di pertinenza dell’altra metà del cielo. Tenace e battagliera si prodigò per il miglioramento del borgo in cui viveva, che aveva bisogno di infrastrutture e di una chiesa.
“Nel 69 – racconta – ci fu un’acqua alta terribile, mi ricordo che usciva dal gabinetto, entrava da tutte le parti, invadeva ogni parte della casa. Non c’era mai stata un’emergenza del genere, nessuno era preparato e l’acqua particolarmente alta fece molti danni. A casa mia buttammo via tutto. Ero piccola e i miei mi costrinsero a restare confinata al piano superiore. Anche l’automobile andò persa”. Ride raccontando questo perché dice che l’auto era una Prinz e in quegli anni sulle Prinz si ricamavano un sacco di storielle e barzellette, non erano automobili allettanti, né sul piano estetico né su quello delle prestazioni. “Mio papà – ricorda – quella notte prese la broncopolmonite, perché dovette andare a ributtare in mare la barca portata a riva dal maltempo. Faceva molto freddo, eravamo in novembre. Da quella volta non è mai capitato un fenomeno così intenso anche se abbiamo avuto più volte l’acqua fino alle soglie di casa. In questi anni è stato costruito un argine lungo le rive”.

Lina Pitacco e Nino Contento, i genitori di Rita

Rita è la più piccola di tre fratelli, lei nacque a Trieste dopo l’esodo, Bianca e Aldo invece videro la luce a Pirano. La famiglia finì in campo profughi a Padriciano. “Mia mamma parlando del campo profughi, ci raccontava di un luogo da incubo: tanta fame e tanto freddo, soprattutto nei primi tempi, decisero di mandare mio fratello al convitto, al Villaggio del Fanciullo, e mia sorella molto piccola, spesso ammalata, finiva per lunghi periodi al Burlo. L’opportunità di trasferirsi al Villaggio del Pescatore di Duino fu per loro una fortuna. Mio fratello che ormai aveva quattordici anni e aveva finito le scuole dell’obbligo poté finalmente tornare a casa. Mio padre a Pirano – racconta Rita – faceva il pescatore, ma era stato destinato negli ultimi anni a fare il bidello a scuola. A seguito di questo suo lavoro fu mandato dalla Postbellica (l’ente governativo che assisteva sfollati ed esuli, nda) a fare il guardiano al Villaggio del Pescatore. Abitavano nei magazzini vicino allo squero, in una sistemazione provvisoria, stanzoni divisi da teli, ma le pareti erano di mattoni e non di legno per fortuna. E poi c’era il mare. I miei avevano lasciato Pirano quando scoprirono che mio fratello avrebbe dovuto andare alla scuola slovena. Presero poche cose e se ne andarono, portandosi via la barca e due sedie che esistono ancora, ce le ha Giuliano, il figlio di Aldo. Tra la fine degli anni 50 e i primi anni 60 costruirono le case e i miei vi si trasferirono. Io nacqui lì. I miei con i Minca, un’altra famiglia, avevano messo su un allevamento di pedoci (un’economia che resterà uno dei punti di forza del borgo, diventando attività per molte famiglie della zona. Negli anni a venire nasceranno anche aziende per la depurazione dei mitili e per la loro esportazione verso altri mercati, nda). Mio padre continuava ad andare a pescare con mio fratello. I Minca avevano poi un famoso ristorante nella piazza centrale del borgo, “La conchiglia”; esiste ancora con un altro nome. I loro figli hanno aperto un florido agriturismo di pesce”.

Il padre di Rita si chiamava Domenico, ovvero Nino, la mamma era Lina Pitacco. “Stavamo bene, con i pedoci e col bar, che aprirono dopo. La nostra famiglia non aveva problemi. Mia madre guidava l’automobile, era una delle prime donne con la patente. Il nostro era un borgo di istriani di tante provenienze, piranesi, isolani, da Cittanova… Tanti parenti e famiglie che si mescolavano ‘quel de Isola con quel de Piran’, più che l’appartenenza ad una famiglia contava l’appartenenza a un paese, c’era un forte campanilismo e per me era molto divertente ascoltare le persone che si misuravano con queste diversità. Al Villaggio si stabilì la famiglia Clon, venivano da Capodistria. Erano pescatori, ma soprattutto contadini, presero a coltivare le isole attorno, terreni che conoscevano bene e, quando negli anni settanta non si coltivò più, decisero di trasformarli in campi sportivi: tennis, canoa, vela, … adesso c’è anche un ‘10mila passi’, percorso per trekking, con attrezzature. Così arriva al Villaggio del Pescatore un sacco di gente. Il bar sociale della Polisportiva attira un sacco di persone, è un ambiente piacevole ed accogliente. E poi c’è un marina, ci sono le barche e gli ormeggi… Le persone dormono in barca, fanno attività sportiva e mangiano sul posto”.

Rita da bambina al Villaggio del Pescatore

Il Villaggio del Pescatore è cambiato negli anni, ha perso quindi quella dimensione da vecchio borgo marinaro. “Ormai i più vecchi sono andati avanti, comincia ad arrivare gente che difficilmente si adatta alla tipologia del posto. Per scelta politica si è impedito di ampliare il villaggio e pertanto i figli degli abitanti originari se ne sono andati, è proprio cambiato il tessuto sociale. Alcuni sono rimasti, mio nipote Giuliano ad esempio, mio figlio Livio abita nella casa di mia mamma; più raramente qualcuno torna, spesso gli eredi vendono. Eravamo divisi per provenienze, ma era una divisione ridicola, ci conoscevamo tutti, eravamo tutti amici, sapevamo tutto di tutti, pettegolezzi, problemi, c’erano le classiche dinamiche di un paese. Oggi i nuovi che arrivano manco salutano, come nei condomini in città. Con mio marito Fabio ci sforziamo di restare un punto di riferimento per i pochi istriani rimasti. Ci sono tante case vuote, qualcuna se la sono comprata gli austriaci, quelli che hanno la barca”.

Le radici sono ben chiare. “Siamo istriani – ci dice Rita Contento – ho portato i miei figli, Livio e Giulio, a vedere Pirano. A mia madre non piaceva tornare in Istria, per lei erano solo ricordi brutti, tanta povertà e fame, era rimasta senza mamma da bambina e quando conobbe mio papà per lei iniziò una nuova vita, vissuta in questo posto amico”. La mamma Lina aveva imparato a scrivere al computer e negli ultimi anni di vita raccolse alcune memorie, brandelli di vita, scorci e affreschi di un mondo finito. Ne riportiamo qualcuno in suo ricordo.

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