«Bisognerebbe ristudiare tutto in nome della riconciliazione»

Dialogo con Giuliano Gallo, giornalista di origine istriana: la gavetta negli anni del terrorismo e i decenni passati da inviato nelle zone di guerra in Medio Oriente

Giuliano Gallo al timone della sua barca

La curiosità del giornalista, la capacità di narrare entrando nei meandri della storia, anche minima rendendola gustosa, unica. Giuliano Gallo in questo campo è maestro. Basta leggere i suoi libri, “Aliseo”, “Il padrone del vento. La lunga vita felice di Agostino Straulino”. O sentirlo al telefono, perdendo il senso del tempo. Nato ad Ancona nel gennaio del 1948, dove sua madre era appena sbarcata dalla nave Toscana proveniente da Pola, città della famiglia. I primi ricordi sono a Jesolo e a Venezia. È stato destino della nostra gente, giunta esule in Italia nel secondo dopoguerra, lo spostamento continuo alla ricerca di lavoro e di un luogo dove stabilire un’altra vita.
“Mio padre faceva il palombaro ad Ancona, in un mare pieno di relitti da recuperare – racconta Giuliano –. La ditta lo aveva dirottato sulla foce del Piave dove ora c’è Jesolo. Vivevamo in una casetta malsana, io soffrivo moltissimo di bronchite, e quindi decisero di mandare mio fratello a Venezia e me in Calabria, a Polistena, dove viveva una zia ostetrica. Per passare il Natale, mi dissero, vi rimasi per tre anni. Ci ritrovammo tutti a Milano, dove mio padre aveva avuto un lavoro. Durò tre anni, a contatto diretto con il cromo, si ammalò di cancro e morì nel ’59. Mi ritrovai nel collegio di Pesaro, con un personaggio violento e manesco, che non tollerava le ribellioni. Poi al Convitto nazionale dell’Aquila dove ho finito il Liceo con ottimi professori… Comunque un’esperienza che non auguro a nessuno. Poi a Roma ho frequentato l’Università e sono diventato giornalista. Il primissimo articolo l’ho pubblicato sull’Avanti, era l’unico giornale che mi avesse accettato. Panorama stava nascendo in quegli anni, qui sono diventato professionista e poi, per dieci anni, ho lavorato al Giorno. Ho fatto la gavetta occupandomi di terrorismo, da via Fani in poi. Nell’87 sono stato chiamato al Corriere come inviato dalle zone di guerra: dal Kosovo al Libano, i conflitti li ho visti tutti. Due infarti, dieci anni fa, mi hanno ‘suggerito’ di smettere”.
Testimone diretto quindi, di profondi cambiamenti, come consideri la propaganda che ci investe oggi?
“Ignobile. Faccio mio un articolo letto sul Pais a firma di uno storico importante, in cui si afferma che questa sia la fine di un percorso iniziato centinaia di anni fa, abbiamo depredato e saccheggiato in nome della religione in tutti i mondi in cui abbiamo messo piede, per il desiderio di espanderci. In realtà come civiltà noi stiamo morendo, come tutte le altre, mai una civiltà è durata più di duemila anni. Cerchiamo di respingere inutilmente l’ineluttabilità di questo processo. Quando chiedevo a mio nonno ‘ma noi da chi discendiamo”, lui rispondeva ‘da un luogotenente di Attila’, era forse una battuta considerato che lui veniva dall’Ungheria, commerciava in cavalli, poteva essere qualunque cosa, ma certamente gente che veniva dall’est Europa. Le migrazioni hanno costruito il mondo così come lo conosciamo e quindi questa cecità, questa miopia non è che il riflesso di una politica assurda che governa questo mondo moribondo. Un dato che sottolinea l’ipocrisia della politica: quest’anno sono arrivati in Italia 8mila immigrati e se ne sono andati 27mila laureati. Non facciamo più figli, i giovani che sono all’estero non rientrano, compreso il mio. Pensiamoci un momento”.
Che cosa è sopravvissuto in te della vicenda della tua famiglia?
“Il dialetto che parlavo con mia madre e le zie e la tradizione gastronomica della jota, il Kugelhup, ‘i gnochi de pan’, la pinza pasquale con il culto dell’Austria-Ungheria dei membri più anziani. In effetti a farmi scoprire la mia storia è stato il nonno che era rimasto a Pola, perché quella era casa sua. All’età di 88 anni le figlie hanno voluto che venisse in Italia e l’hanno portato da noi a Milano. Da questo vecchietto con gli occhi celesti – ereditati da mio figlio – due grandi baffi, che capovolgeva la storia mettendo in crisi le mie nozioni apprese a scuola. Aveva fatto la guerra con gli austriaci e quindi aveva una visione diversa degli eventi in quelle terre, ‘Radetzky un grande aministrator, le Cinque giornade iera una monada’ e via di questo passo attraverso il suo personale revisionismo storico. Da lì ho cominciato ad indagare su chi fossi, arrabbiato che nessuno me l’avesse spiegato. Perché mio nonno parlava serbo-croato, austriaco e il dialetto istriano. Saperlo sarebbe stato arricchente per me… Invece risposero che, da stupidi, avevano fatto una sola scelta, pagata cara. Non mi è mai piaciuta la parola ‘profugo’”.
Ma questo cognome che storia ha?
“Il nonno veniva da Pisino: di cognome faceva Peteh, cambiato in Gallo negli anni ’30 da Mussolini, come allora era prassi. Mio fratello è nato a Pola nel ’46, io non ce l’ho fatta per un pelo. Ora sono l’ultimo rimasto di tutta la famiglia”.
Che cosa rappresenta Pola per te?
“Un trauma. Per anni ci sono arrivato via mare, ormeggiando nel marina davanti all’Arena, ma senza mai scendere a terra. Poi, un anno, ero nel gruppo dei giornalisti che accompagnavano l’allora ministro Frattini a Zagabria. Finita la visita, fece rotta su Pola per incontrare i vertici della minoranza e ci costrinsero a scendere dall’aereo, girai per la città senza raggiungere la nostra casa… è stata l’unica volta”.
Eppure affermi di essere un giornalista di origini istriane e hai scritto di Straulino con grande passione…?
“Di fama lo conoscevo da sempre, di persona l’ho incontrato quand’era già anziano e quasi cieco. Anche lui aveva lavorato nell’industria chimica, un incidente gli aveva fatto perdere temporaneamente la vista, riacquistata in parte, ma compromessa in vecchiaia. Avevamo un amico comune, Mario Di Giovanni, anche lui ammiraglio, come Straulino era stato comandante della Vespucci, e come Straulino aveva portato il Corsaro II a Honolulu, e come me e Straulino era istriano. Mario negli ultimi anni era diventato il suo tutore col quale continuava ad andare per mare anche se non ci vedeva. Mario non aveva vinto regate come il suo amico, ma era stato un grandissimo marinaio. È mancato prima di Straulino che non voluto accettare questa perdita tanto da lasciarsi morire, come dissero i medici. Era una persona molto sensibile”.
Dove vi eravate incrociati?
“A Riva di Traiano, con Mario che me l’ha presentato, ero emozionato nell’incontrare una leggenda. Preceduto, per quanto mi riguardava, dalla reputazione di uomo burbero. Una cosa mi aveva colpito: era duro con chi non corrispondeva ai criteri dell’uomo di mare, ma se entravi nelle sue grazie era per sempre e da lui si poteva imparare tanto. Dopo che era mancato, l’editore mi commissiona questo libro su di lui, per prima cosa chiamo la figlia di Straulino, Marzia. La sua disponibilità mi colpisce: nel tempo siamo diventati amici. Mi ha aperto la sua agenda, ha fatto lei le prime telefonate – lo scrivo poi alla fine del libro –, a tutte le persone che avrebbero potuto raccontare di lui. Si sono messi in fila per farlo. La cosa straordinaria è che raccontavano episodi di trenta, quaranta, cinquanta anni fa come se fossero avvenuti il giorno prima”.
Come te lo spieghi?
“È il carisma dell’uomo, il fatto che avesse permesso a queste persone di vivere momenti eccezionali, anche duri, bada bene, ma irripetibili. Sulla Vespucci aveva vessato i suoi allievi: li faceva trainare la nave con le scialuppe quando non c’era vento, un negriero. Questo perché era severissimo con sé stesso, aveva un rispetto supremo per tutto ciò che riguardava il mare, e una incredibile disciplina nei confronti del funzionamento delle cose a bordo per limitare al massimo qualunque danno. Gli aneddoti sono tanti: quando è rientrato da Honolulu ha lasciato il Corsaro II completamente smontato, perché doveva verificare al primo viaggio i danni che aveva subito la carena. Il mio amico Giancarlo Basile, allora giovane tenente di vascello, che era stato incaricato di riportare in Italia la nave, ci ha messo tre mesi in banchina per rimetterla insieme. Ma quando è arrivato in Italia l’ha smontata anche lui, disalberandola. Straulino aveva lasciato il segno. Così chi è venuto dopo ha dovuto rifare l’operazione”.
Quando sei per mare in che momenti ripensi a questi episodi, agli aneddoti raccolti e alla grandezza di questi uomini?
“Ho avuto un maestro che si chiamava Gian Marco Borea d’Olmo, che è stato anche lui un grandissimo marinaio pur avendo un braccio solo. Navigava con una barca del 1937, Vistona, tutta di teak con la quale ha insegnato il mare a migliaia di persone. Gian Marco navigava a istinto, passava tra le Incoronate come se avesse un radar nella testa, senza strumenti di bordo. Sapeva leggere il cielo, prevedere i cambiamenti del tempo, sentiva l’arrivo di un ‘neverin’. Queste le cose che mi tornano in mente, mi torna in mente Straulino, perché era ‘il padrone del vento’. Avverto soprattutto ciò che c’è dietro a tutto ciò: un’estrema disciplina, mai una cosa fatta a caso, c’è serietà, profondità, spessore, conoscenza della storia, dell’evoluzione. Come un altro personaggio che ho conosciuto, Carlo Sciarrelli, progettista di barche, l’architetto del mare”.
Noto per essere un orso, un altro della serie…
“Si è vero, noto anche per questo, ma che mi amava molto, bontà sua. C’era un accordo tra noi… quando ci incontravamo in un consesso pubblico, ovunque fosse, ammiragliato o circolo, club italiano a Porto Rotondo, io dovevo interrompere le conversazioni in cui era impegnato, gettarmi ai suoi piedi, afferrargli la mano e dire: ‘Maestro’… e lui doveva rispondere ‘Ma che fa pazzo, si rialzi!’ E noi questo numero l’abbiamo fatto in tutta Italia, all’Accademia navale, e altrove, dove tutti rimanevano scandalizzati. Quando vide la mia barca sentenziò: ‘Bravo ti ga comprà un condominio’, al che gli risposi ‘Ma le tue barche xe troppo care’. Era uno snob assoluto e totale”.
Li ami come fossero la tua casa: secondo te c’è ancora una possibilità di ritorno?
“Bisognerebbe ristudiare il tutto in nome della riconciliazione. Attraverso la lettura di un comune passato di dominazioni e di scambi, Venezia lasciava tracce, costruiva legami. L’unica chiave possibile è questa. E pensare che tutto ciò che è successo dopo è distruttivo, non c’è nessuno senza peccato”.

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