A èStoria occhi puntati sul tema della «famiglia». La nostra attende una definitiva ricomposizione

foto: Pierluigi Bumbaca

Il Premio èStoria, istituito nel 2017 in occasione della tredicesima edizione del Festival Internazionale della Storia dall’Associazione culturale èStoria, è andato quest’anno
a Carlo Ginzburg, durante una cerimonia che ha richiamato a Gorizia migliaia di persone. Un momento alto del Festival, dedicato quest’anno alla famiglia, declinata in tutti i sui aspetti. Molti gli appuntamenti che hanno visto la partecipazione delle associazioni di esuli e rimasti, che hanno inteso promuovere iniziative o affrontare riflessioni sulle dinamiche presenti e future di un impegno sia collettivo che dei singoli.
Anche nell’edizione 2019 la produzione editoriale ha avuto un ruolo da protagonista, perché in grado di esprimere i valori di un patrimonio di ricerche ma anche di testimonianza riguardanti la storia dell’Adriatico orientale. Pensiero che gli organizzatori hanno voluto sintetizzare nella motivazione del premio a Ginzburg:
“…Appartenente a una famiglia – e tale sottolineatura assume significato particolare all’interno di un Festival di storia dedicato, quest’anno, al tema delle famiglie – che ha impresso un segno indelebile nella storia della letteratura e della cultura nel Novecento, egli si è imposto grazie alla scrittura di due capolavori storiografici (I benandanti, 1966; Il formaggio e i vermi) tradotti oggi in una trentina di lingue nel mondo. Alle prime fondamentali opere si sono poi aggiunti testi che hanno spaziato tra passato e presente con la medesima tensione civile e morale, volta a cogliere meccanismi di prevaricazione eterni. Per la sua capacità di tradurre il concetto di divulgazione nella sua accezione più alta e, allo stesso tempo, libera da limiti di qualunque tipo…”.

Storie di famiglie divise

Il giorno prima e il giorno dopo, o a distanza di poche ore, queste considerazioni hanno travato terreno fertile nei dibattiti sulla famiglia. Qui ne riporteremo uno in particolare, per i suoi contenuti che ben si sposano con le tematiche che affrontiamo da anni. Esuli e rimasti, storie di famiglie divise dalla storia, unite da un comune bagaglio culturale e da una necessaria sintesi per il futuro.
Relatori, Donatella Schürzel, presidente dell’ANVGD di Roma, impegnata come studiosa nel suo dottorato all’Università La Sapienza di Roma, figlia di un rovignese e di una polese, testimone diretta della vita nel Quartiere Giuliano-Dalmato della capitale; Ezio Giuricin, nato a Fiume, giornalista e storico, collaboratore del CRS, autore di numerosi volumi sulla realtà della Comunità italiana, le conseguenze dello spostamento delle popolazioni e il ruolo della stampa del territorio; Lorenzo Salimbeni, storico, collaboratore delle associazioni degli esuli per le quali cura l’ufficio stampa seguendo da vicino, e dall’interno, l’evolversi di un mondo così sensibile e particolare.
Esuli e rimasti spesso definiscono la composizione delle famiglie per sottrazione, attraverso il racconto di chi non c’è o è andato lontano da rendere difficile disegnare i contorni di un piccolo popolo, sparso nel mondo. Perché? Le dicotomie all’interno dei nuclei parentali hanno radici profonde, a volte un processo inevitabile, come ha spiegato Salimbeni, che i vari periodi storici ci restituiscono con dovizia di particolari. Basti pensare alla Prima guerra mondiale, al dibattito su interventisti e lealisti e poi i grandi personaggi che il conflitto ha cancellati e che il Ventennio ha fatto propri, trasformandoli in eroi al servizio dell’ideologia dominante. Caso emblematico Nazario Sauro.

Uno strappo mai ricucito

La seconda guerra mondiale, che tutti ormai concordano sia stata la continuazione della prima, non ha fatto che inasprire le differenze all’interno di ideologie false e aberranti, lontane dall’idea dei pensatori che le avevano determinate, dimenticando che spesso la realizzazione dei sogni crea mostri se affidata a personaggi senza scrupoli. La stessa resistenza italiana nell’Adriatico orientale è stata spesso risultato di una lotta contro l’occupatore, scevra da elementi nazionalisti con i quali ha dovuto fare i conti trovandosi di fronte a situazioni difficili da comprendere se non con il senno di poi a guerra terminata.
In questo vortice di situazioni al limite a soffrirne sono state soprattutto le famiglie, spesso dilaniate al loro interno e ancora più spesso, costrette a separarsi, gli uni scegliendo o essendo costretti ad affrontare l’esodo, gli altri scegliendo o essendo costretti a rimanere. Questo strappo mai ricucito fino in fondo, pesa ancora sull’immaginario collettivo di un piccolo popolo che non ha mai esaurito ufficialmente il processo di ricomposizione. Un processo che è avvenuto tra le famiglie, ha sottolineato Donatella Schürzel, e tra singole realtà del mondo associativo con la comunità dei rimasti ma senza mai giungere ad un progetto complessivo e definitivo, catartico, finalmente rispondente alla volontà delle seconde e terze generazioni.

Che cosa si può fare ancora?

Tante cose sono state fatte – rileva Salimbeni – incontri a livello governativo, decisioni, leggi. Ma tutto questo non basta. Che cosa si può fare ancora?
A rispondere è Ezio Giuricin, che nell’autunno scorso ha organizzato per il Circolo Istria di Trieste un convegno sulle possibilità del ritorno, su un futuro che si vorrebbe fosse già presente. Ne è nata anche una pubblicazione con gli Atti del convegno dedicato agli “Italiani dell’Adriatico orientale: un progetto per il futuro”, presentato qualche settimana fa anche a Trieste con il coinvolgimento del giornalista del Corriere della Sera, Gian Antonio Stella. Non si tratta di un primo passo ma di un ulteriore tentativo, nel passato infatti ce ne sono stati altri, tesi ad immaginare un possibile processo di ricomposizione, attraverso punti fondamentali che coinvolgevano le associazioni degli esuli e dei rimasti, che per varie ragioni, non hanno avuto un seguito.
Mutate condizioni socio-politiche e culturali dischiudono a nuove possibilità, come rileva la Schürzel che porta a testimonianza le numerose interviste realizzare per la sua ricerca di dottorato presso La Sapienza di Roma e come Giuricin afferma volendo organizzare nell’autunno prossimo un secondo importante incontro sul Ritorno culturale.

Sensibilità comune

Che cosa emerge dalle osservazioni affrontate dai relatori nel loro costante impegno su questo tema: impossibile non accorgersi che il seme della cultura che ci unisce è forte, se persone di famiglie separate, cresciute in ambienti diversi e circostanze distanti, hanno sviluppato medesima sensibilità nei confronti di lingua, dialetto, riti e tradizioni, modo di concepire il presente, necessità di impegnarsi concretamente sui grandi temi che ci appartengono. Il sentire è comune, tutti consideriamo casa i luoghi di provenienza indipendentemente se ci appartengano per lascito famigliare o se ci viviamo ancora. Gli istanti di condivisione di gesti, memorie, affetti, interessi, rivelano uno sviluppo in piena sintonia, al di là degli spazi e dei diversi contesti. Un altro me, te, noi, lontano ma presente e reale. Ricordate Bora di Nelida Milani e Anna Maria Mori? Un tentativo, riuscito, di capire se tu ed io apparteniamo a questo spazio ereditato dai nostri avi che non è solo nelle cose e nel territorio ma è uno spazio dell’anima.
Può capirlo chi non fa parte di questo mondo?

Non ci si deve fermare

A Gorizia è stata un’ora e mezza di grande intensità, con tanto pubblico concentrato e coinvolto che si è intrattenuto a lungo con i relatori nel cortile dell’Università anche dopo l’orario di chiusura dell’incontro. Ogni volta che ciò succede la conclusione è la medesima: non ci si può fermare, anche se costa fatica, tempo,, lavoro, bisogna continuare. Diventa una promessa ed un impegno per tutti. Per il sindaco di Gorizia Rodolfo Ziberna, fagocitato dai tanti appuntamenti contemporanei della manifestazione. Con lui Lucia Bellaspiga, Maria Rita Cosliani, il regista Maximiliano Hernando Bruno, Alessandro Centenaro. E il giorno prima Gianni Stelli con la sua Storia di Fiume ma anche Maurizio Tremul ed altri ancora. Qualcuno a ricordare con nostalgia La bancarella che era un’Agorà per il mondo di esuli, rimasti ed un vasto pubblico di riferimento. A conferma che siamo stati protagonisti di molte iniziative importanti ma senza quell’unità e prospettiva futura che è garanzia di continuità e di crescita comunitaria.
Fa riflettere èStoria.
La XV edizione si è conclusa con numeri da capogiro, con 60mila presenze a Gorizia e 2 milioni online, grazie alle dirette streaming con grande soddisfazione dell’ideatore e direttore del Festival Adriano Ossola che ha commentato: “Il nostro Festival offre sempre contenuti alti ed espressione di temi importanti sia nella ricerca che nei dibattiti dell’attualità. In un momento in cui c’è grande richiesta di storia da parte del pubblico e in particolare per la formazione delle nuove generazioni, continueremo a lavorare per diffondere conoscenza e incoraggiare riflessioni e confronti senza frontiere”.
Peccato che si voglia togliere la storia dall’esame di maturità. Le contraddizioni del presente investono ogni settore creando quell’incertezza che rende difficile immaginare un domani diverso e necessario. E per non mollare a èStoria è stata annunciata “la candidatura di Nova Gorica-Gorizia a Capitale Europea della Cultura 2025. Senza storia, infatti, la cultura non è davvero tale e rischia di ridursi a nozionismo”.
A rafforzare questo pensiero anche il carismatico Carlo Ginzburg, che ha spiegato l’importanza della dimensione narrativa per il mestiere di storico: “La narrazione – nel caso della storiografia, una narrazione sorretta da prove verificabili – è uno strumento insostituibile per conoscere la realtà”.
E allora è giusto esserci anche alla XVI edizione, prevista dal 28 al 31 maggio 2020, che propone, dopo le migrazioni e la famiglia, un altro tema “scottante” e che ci coinvolge direttamente, ovvero “La follia”.

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