La via verso la resurrezione

Giorno del ricordo. Presentato in streaming il lavoro teatrale prodotto dallo Stabile dell’FVG

Una scena girata alla foiba di Basovizza

Il Rossetti. Uno squarcio sulla tela serve al pittore Fontana per aprire a nuove dimensioni, ma quali sono quelle di un medesimo taglio alla foto di un gruppo di profughi in fuga da Pola? Il taglio con le proprie origini, l’abbandono della propria terra, la perdita di affetti. Il taglio è come la ferita inferta, come l’apertura di una foiba. Il taglio sulla foto è il manifesto dello spettacolo teatrale, prodotto dallo Stabile dell’FVG, che viene trasmesso in streaming, fino al 19 febbraio, sul sito www.ilrossetti.it.

 

 

Le tappe del dolore
“Ricordare, portare al cuore” è un insieme di immagini, testimonianze dirette e altre recitate dalla Compagnia stabile, documenti storici, dolorose pagine poetiche; tratto dalla testimonianza teatrale, scritta nel 2007 da Paolo Valerio e Marco Ongaro, rivisto con i luoghi della sofferenza triestina: Magazzino 18, il Campo Profughi di Padriciano, la foiba di Basovizza.

“Non si sono ribellati. Non hanno risposto con la violenza a coloro che li cacciavano con la violenza dalle proprie case, che venivano a mangiare sui loro focolari, a dormire sui loro letti. Hanno raccolto in un fagotto i venti chili d’indumenti permessi, hanno deposto l’ultimo fiore sulla tomba dei loro padri e hanno intrapreso la via dolorosa dell’esilio verso l’ignoto”, così comincia il percorso attraverso le tante tappe del dolore. Le immagini corrono sulle vedute dall’alto di Trieste, la capitale dell’esodo, per i tanti profughi che vi approdarono e molti di più che per la città passarono verso altri luoghi, città italiane, altri continenti. La voce recitante ricorda i momenti tragici dopo l’armistizio dell’8 settembre ’43. “Come scrive Gianni Oliva – afferma – gli ordini di Tito e del suo ministro degli esteri Kardelj non si prestavano ad equivoci: epurare subito”.

Magazzino 18, uno dei luoghi della sofferenza degli esuli

Una tragedia comune
Alla foiba di Basovizza il presidente della Lega Nazionale Paolo Sardos Albertini racconta che questa tragedia è condivisa con altri popoli, perché colpì italiani, sloveni e croati. Fu determinata dal fanatismo ideologico che permise si compiessero atti criminali in nome della rivoluzione. “I giovani devono sapere – afferma – che non esiste rivoluzione che giustifichi alcuna atrocità; che tutte le rivoluzioni compiute in questo modo sono poi fallite”. Non mancano altre testimonianze, quella di Licia, sorella di Norma Cossetto, che racconta dei suoi ultimi strazianti giorni, di Mary Smaila che nell’atto di abbandonare Fiume non può straccare gli occhi da quel mare profondo.

«Un santuario istriano»
Continuano le immagini dell’esodo, delle navi che portano via i profughi. “Come fai a non scappare, quando ritornano?… quello che vogliono è metterti paura, farti andar via, trasformare la tua casa in casa loro”. E poi l’approdo in luoghi sconosciuti, e il deposito dei pochi poveri beni al Magazzino 18. Le immagini di sedie, mobili, cose accatastate e dimenticate: “la nostra Pompei” così la definisce Franco Degrassi presidente dell’IRCI, “un santuario istriano”.

I luoghi del dolore
“Perché i nostri genitori, gente umile e onesta aveva dovuto subire tutto questo – ricorda la voce recitante – perché avremmo dovuto sentirci colpevoli. Non lo sapevamo e molti dei nostri vecchi se ne sono andati senza capirlo”, il brano che racconta del disagio nei centri di accoglienza, dell’odore acre e pungente, di persone miti, fragili e impotenti di fronte a un futuro nebuloso, è contenuto ne “La radura” di Marisa Madieri.

Momenti da ricordare e portare al cuore

4×4, le misure della baracca di Padriciano, baracca 9, porta 9, “il prezzo della libertà di parlare la nostra lingua – afferma Fiorella Sabadin, in un campo recintato con filo spinato, come una prigione”. È questo campo profughi, il terzo luogo del dolore, oggi gestito dall’Unione degli istriani, dove molti profughi vissero lunghi anni nel freddo terribile dell’inverso, a volte mortale, e nel caldo asfissiante delle estati.

Italiani della pace
“Ci voleva un popolo che se ne andasse, che rinunciasse al contagio della vendetta. Altrimenti saremmo ancora lì tutti a squartarci. Siamo italiani della pace. Chi ha vinto la guerra non sappiamo. La pace l’abbiamo vinta noi. Per non dimenticare, sì. Per ricordare che abbiamo spezzato la catena dell’orrore, a nostre spese. Anche per voi”, è il grido liberatorio, di resurrezione – come dice Paolo Valerio, anche regista dello spettacolo, che conclude questo lavoro con gli attori Emanuele Fortunati, Ester Galazzi, Andrea Germani, Riccardo Maranzana, Francesco Migliaccio, Jacopo Morra e Maria Grazia Plos.
Un lavoro teatrale, ma anche cinematografico per l’impegno delle riprese, una moderna via crucis in una quaresima che porta alla resurrezione del nostro popolo.

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