Testimonianze come pietre per ricostruire una realtà dissolta

Sabato a Trieste e oggi a Piemonte d'Istria la presentazione del libro di Franco Biloslavo “no se podeva star...” edito dall’Associazione delle Comunità istriane. Allegato al volume il DVD "Tornar" tratto dallo spettacolo di Simone Cristicchi del settembre 2014

Franco Biloslavo

“…sarà solo malinconia o l’esilio del cuor…
Per una volta ancor la vita tornerà,
per una notte ancor…
…tornar”
Con queste parole, prese a prestito dallo spettacolo “Tornar” di Simone Cristicchi presentato nel 2014 a Piemonte d’Istria, Franco Biloslavo chiude il suo libro dedicato all’esodo dal borgo istriano ed intitolato “…no se podeva star…”. Due titoli contrapposti o complementari, il bianco e il nero, la complessità della risacca, che deposita e risucchia il mare.
Perché oggi, dopo che i decenni hanno macinato memoria, dopo che le case implose hanno perso un senso ma non dignità, che significato assume il Tornar che Biloslavo ha voluto come chiusura del suo volume?
Il percorso è lungo e il libro lo ripercorre in tutte le sue tappe. E’ avvenuto anche attraverso il dibattito tra storici, intellettuali, esuli e rimasti che si sono confrontati nell’ambito degli incontri organizzati presso l’Associazione delle Comunità istriane con Carmen Palazzolo Debianchi e Lorenzo Rovis o ne hanno scritto nei volumi del CRS di Rovigno o dell’IRCI.
I contributi di vari autori, qui sono raccolti e distribuiti in nove capitoli di cui rappresentano la premessa storico-sociologica, a questi seguono le testimonianze raccolte dallo stesso Biloslavo, una trentina, e da altri soggetti. Sono proprio queste persone, introdotte da alcuni dati essenziali, generalità, nomi dei genitori e loro professione, ruolo nella comunità, a rappresentare il cuore del libro. Le loro esperienze individuali si sommano legandosi in un’unica grande vicenda corale.
Da quando ci lavori, abbiamo chiesto a Franco Biloslavo? “Da una vita” è stata la sua risposta. Racconta dei suoi frequenti viaggio a Piemonte con sua madre, alla quale il volume è dedicato. Donna forte, pronta alla battuta che così commentava gli slanci del figlio “…no scriver che ancora i te darà qualche colpo in testa…”. Nelle case di Piemonte ma anche in quelle triestine in cui le famiglie provenienti dal borgo si riunivano in occasione di incontri o festività, Franco ascoltava le storie di un mondo “andato altrove” con l’esodo, con le proprie memorie, le sensazioni, le storie di soprusi, di ingiustizie e di dolore, il ricordo delle vie, delle famiglie che vi abitavano in ogni casa, con le loro caratteristiche, i sogni. “Sono storie di povera gente” cantava Simone Cristicchi in “Magazzino 18”…infatti non emergono vicende di nobili o borghesi di spicco ma quelle di tanti bravi agricoltori ed artigiani, un esodo di persone semplici, di buon senso, mossi dalla speranza di una ritrovata serenità dalle brutture della guerra prima e della dittatura poi.
Biloslavo cita alcune analisi della storica Gloria Nemec dal suo libro “Gente di Grisignana” nelle quali la quotidianità si mescola alle considerazioni di carattere scientifico.
“L’ho scritto nelle prime righe, non è un libro di storia” afferma l’autore “quella l’affido agli specialisti, come la Nemec o Pupo, la Moscarda o Visintin. Io ho fatto il raccoglitore, di contributi specifici ma soprattutto di testimonianze, sono andato ad incontrare la gente, abbiamo conversato, hanno raccontato come si viveva a Piemonte prima della seconda guerra mondiale con estrema dolcezza, poi la guerra, l’arrivo dei partigiani jugoslavi, le sparizioni, il disagio dei partigiani istriani italiani visti con sospetto, l’esodo, l’abbandono, il vuoto, i crolli delle case”.
Così lo racconta Cristicchi nello spettacolo del quale è stato fatto un DVD allegato al libro: “La casa della signora Ernesta. Un guscio vuoto, poche pietre rimaste a racchiudere la vita intera di una famiglia, generazioni e generazioni di facce appese alle pareti, piatti e bicchieri nelle vecchie credenze, profumo di pane appena fatto.
Sapore di vita. Di una vita spesso povera, ma dignitosa. Di un passato ancora vivo negli occhi di chi guarda quelle macerie e ricorda. C’era la casa del fabbro, dei Valle…Quella dei calzolai e sarti, i Degrassi… La casa dei Silli, con l’osteria e la sala da ballo. La casa del prete, quella dei maestri.”
E poi continua:
“…qui, ogni pietra custodisce una storia. Ma le storie più belle appartengono a quelle pietre che non ci sono più. Che quelle pietre possano un giorno diventare parole, costruire nuove case, dentro ognuno di noi…”.
E quindi, oggi? Qualche restauro è stato fatto, della scuola, per esempio, grazie al contributo della Regione Veneto, qualche casa… “ma molto rimane ancora da fare”. Il “Tornar” è una sfida a tutto tondo che non può essere delegata ai singoli. Ci vuole un progetto. Lo chiedono le generazioni venute dopo, lo chiedono i protagonisti delle testimonianze che rivivono in queste pagine gioventù interrotte o strappate.
Le loro storie sono state scomposte e ricomposte in ogni capitolo del libro che sabato sera  è stato presentato a Trieste, nella sede dell’Associazione delle Comunità istriane di via Belpoggio, e oggi, domenica alle ore 18 presso il Centro Polifunzionale di Piemonte d’Istria.
“Avevo visto Magazzino 18 un sacco di volte ed ebbi modo di ragionare con Cristicchi di Piemonte d’Istria. Decise che voleva vedere. Desiderava conoscere meglio quel paese e percepirne le emozioni – racconta Bilosalvo – mi sorprese quando ad un ennesimo nostro incontro a Trieste, mi disse: noi la a Piemonte dobbiamo fare qualcosa”. E così venne gettato il seme, bisognava scegliere un titolo.
“Quando lessi nella sua mail il titolo che aveva scelto, ebbe l’effetto di una bomba: TORNAR. Tentammo, provammo, cercammo di spiegargli, di convincerlo a ripensarlo…La sua ragione era precisa: fare un progetto che da Piemonte irradiasse in tutto il territorio. Dovevo rimanere concentrato su Piemonte, sull’appuntamento da organizzare in appena qualche mese e quindi contattai le autorità del territorio. Furono subito disponibili sia il sindaco di Grisignana che la Comunità degli Italiani che si rivelarono preziosi collaboratori nella realizzazione dell’evento. Un’estate torrida con la continua sensazione di non farcela tanto che chiesi a Simone di rinviare la data. Richiesta rifiutata perché è semplice lavorare con Cristicchi: si fa come dice lui. Venne quel settembre 2014. Nel teatro all’aperto allestito per l’occasione c’erano più di trecento persone. Molti avrebbero sentito parlare della loro vicenda, per la prima volta… a cielo aperto”.
Lui come l’ha raccontato, come ha stigmatizzato questo momento catartico? “Con queste parole, riportate anche nel libro che non racconta la trama, la suggerisce: ogni viaggio è soprattutto un ritorno. Si torna sempre per guardarsi allo specchio. A volte fa male, spesso consola…”.
In quello specchio, sottolinea Biloslavo “c’erano tutti i miei intervistati”, con nome e cognome, le loro storie, il loro vissuto, i sogni, le speranze, le delusioni.
“Questa sera – commenta nello spettacolo Simone Cristicchi – Tornar significa celebrare la memoria di questi luoghi, sentirsene parte. Perché per noi esseri umani fatti di memoria, tornare è trovarsi di fronte a una parte di sé stessi che si era smarrita. Come in una geografia dei sentimenti, in un’archeologia dell’anima, ritrovare – strato dopo strato – le nostre radici, la nostra storia. Ed è con questo spirito, che dopo sessant’anni siamo qui, a riportare la vita tra le macerie di un mondo che non c’è più. E’ per questo che siamo tornati, questa notte a Piemonte d’Istria…”.
Il DVD è infilato nella tasca della copertina cartonata. Leggi, ascolti, guardi, rileggi, ragioni sulla storia minima che diventa emblematica e rappresentativa di un mondo. A completare il tutto l’arredo fotografico di cui Biloslavo ha molta cura, essendo egli stesso un appassionato di fotografia, capace di raccontare una storia in uno scatto. Spesso colta nella sua Piemonte alla quale ha fatto ritorno a suo modo, organizzando iniziative per pochi o tanti amici, vivendo al suo interno come se tutto fosse ancora intatto, ridando consistenza alle macerie con le parole, entrando in chiesa per la messa, ripulendo le vasche che raccolgono la sorgente perenne, mappando ogni sentiero, ogni segno del passaggio di generazioni di abitanti di Piemonte. Un lavoro certosino che trasuda passione.

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