SECONDO ME Ingenuità di gregge

La Croce rossa distribuisce mascherine agli anziani. Foto Emica Elvedji/PIXSELL

Hmmm. Sarà il caldo, che a volte impedisce di pensare, o l’elevata umidità dell’aria che un po’ appesantisce la mente. Sia come sia, non ci capisco niente. Due mesi ci hanno bombardato con numeri, chiuso in casa, spaventato, richiamato alla responsabilità, confuso con le mascherine che non servono (anche perché a trovarne nelle farmacie significava avere una giornata baciata da tutti i migliori aspetti astrologici), che servono (quando le forniture erano arrivate), che si devono usare… A metà marzo era calata la saracinesca sulla vita personale, economica, sociale, con la chiusura di scuole, servizi. Guai a girare per strada, guai a uscire dal comprensorio senza lasciapassare… A proposito, non buttateli via: vi serviranno, un giorno, per raccontare ai nipoti le storie che solitamente iniziano con il “ai miei tempi”. Non dovessero credervi i pargoli di domani, avrete la prova provata che è andata proprio come la state raccontando. Con meno di 10 casi conclamati eravamo finiti tutti dietro il chiavistello, con il fiato sospeso e la vita pure; adesso, con numeri che a primavera avevano fatto venire le palpitazioni a tutti, ci dicono che la situazione è assolutamente sotto controllo, che bisognerà imparare a ballare con questo virus. Corona virus, per intenderci. Io, un po’ di problemi con il ballo ce li ho già: faccio difficoltà a seguire il ritmo e a un movimento un po’ più volteggiante rischio di inanellare una serie di vertigini che non vi dico. Prima dicevano che bisognerà più comunemente convivere con questo sconosciuto Covid-19. Passare dalla convivenza alla danza, già demistifica un po’ la sua pericolosità. In noi gente comune, che non abbiamo fatto in tempo a diventare virologi ed epidemiologi (o, più semplicemente, tuttologi), questa faccenda risveglia uno strano senso di disagio. Un misto di paura, ansia, stanchezza, anche. Ripensare al confinamento sul divano di casa toglie il respiro. No, dicono gli esperti, non ci sarà bisogno di lockdown. anche perché bisogna prima andare a votare, bisogna racimolare un po’ di soldini in una stagione turistica diafana e impalpabile. Poi, si vedrà. A suo tempo, il ministro della Sanità aveva detto che “il virus farà il suo e poi sparirà”; il direttore del Servizio nazionale di salute pubblica ci mette addosso una dose di sacrosanta paura paventando scenari bui in autunno. No, io non ci capisco più niente. Se il SARS-CoV-2, come dice qualcuno che se ne intende, non è l’orco che sembra essere, a chi devo chiedere indietro due mesi di vita? Ci sarà qualche straccino delle emozioni che raccoglie ansia, paura, incertezze di cui ci vogliamo liberare? E se invece ‘sto contagio è l’Armageddon, perché tutto questo ridurlo a burla? Toh! A furia di pensarci e ripensarci forse ho risolto un dubbio di ordine contenutistico: mi sembra di avere capito perché si dice “immunità di gregge” e non “di gruppo”. Sarà mica che siamo (tutti?) pecore? Allora si fa prima a dire ingenuità di gregge.
Corona o non corona (virus), domenica si va a votare. Sarà un massiccio collocamento al lavoro, ma i posti sono mooolto inferiori al numero di candidati. Beh, sono posti che fanno comprensibilmente gola.
Saranno elezioni asettiche, con largo uso di mascherine e disinfettanti. In alcuni casi, anche con le protezioni per le scarpe. Come in quei film targati CSI, avete presente? Fosse questa l’unica stranezza! È stata anomala anche la campagna elettorale, con qualche autoisolamento, strette di mano (invece delle più epidemiologicamente sicure “gomitate”)… per il resto, le promesse sono sempre le stesse. Io, di tutto questo amore che di colpo mi viene riversato addosso da chi è a caccia di voti, non so che farmene. Basta pazienza: non è amore, non è innamoramento, non è infatuazione. Più semplicemente è un gioco che si lascia facilmente leggere. Ma siamo fatti così: da una parte candidati, dall’altra gli elettori, ci lanciamo in un mutuo rapporto del “so che tu sai che io so che tu sai”… salvo poi ricaderci puntualmente. Sarà un voto che bisognerà analizzare bene a fondo e a lungo. Già c’è l’ombra della non propriamente massiccia adesione. Una buona fetta non vorrà rischiare la salute e se ne resterà a casa. Non l’elettorato di scuderia, destra o sinistra che sia, che non diserterà in maniera troppo evidente. Piuttosto quelli che vengono solitamente classificati come “indecisi”. Che non sono indecisi tra un partito o l’altro (anche perché in posizioni diametrali), ma sono indecisi sul fatto se aderire al voto o meno. Peserà anche una certa quale stanchezza per le troppe promesse disattese. Chi garantisce che proprio queste di questa campagna avranno la loro bella realizzazione? Personalmente, senza fare nomi, non so che dire delle questioni che proprio adesso sono scoppiate e proprio adesso hanno trovato soluzione. Ecco risolto il problema dei barcaioli che navigavano con vista sulle Brioni. La Fabbrica tabacchi? Basta una riunione e puffff! lo scheletro della dolorosa chiusura con disoccupazione torna in fondo a un baule. Magari pronto per un’altra occasione. Allora: dovesse bastare un incontro, il problema tanto cocente non è. Dovesse essere cocente e risolto in un amen, dispiace che l’affaire Scoglio Olivi non sia scoppiato quest’anno, bensì l’anno scorso. Forse non sarebbe bastata una riunione, però… Ah, tempismo sbagliato. O forse mefistofelicamente esatto e calcolato. Comunque, finirà il rosario delle promesse, dei panni sporchi altrui lavati in pubblico, dei colpi bassi, delle offese. Una previsione? Voti dispersi, liste civetta, probabilmente matrimoni “riparatori” per cucire una maggioranza e poi quattro anni di cielo coperto, con possibilità di rovesci e qualche giornata di sereno variabile. A scombussolare il cielo il ciclone Covid-19. Lo sapete, no? I cicloni portano solitamente atmosfera instabile, bassa pressione, cattivo tempo e un cerchio stringente alla testa.

Facebook Commenti