ROBE DE MATTEONI Quando basta essere contrari

Lo stadio Drosina di Pola. Foto Srecko Niketic/PIXSELL

La scorsa settimana sono stato per la prima volta a Rujevica. Dopo cinque anni che il centro sportivo del Rijeka viene considerato un gioiello dell’infrastruttura (povera) calcistica croata, finalmente l’ho visto dal vivo. Devo ammettere che è molto più bello rispetto alle inquadrature viste in tv o in foto. Anzi, è molto più funzionale di quanto pensassi. Ho visitato molti centri sportivi in tutta Europa e come efficienza Rujevica non è inferiore a nessuno. Certo, a Madrid ci sono più lussi, a Middlesbrough, Leeds o Manchester l’erba “vera” dei campi pare sia artificiale. Altre dimensioni, ma come funzionalità siamo sempre lì…
Ero sulle tribune per un’amichevole del Rijeka e a un certo punto squilla il cellulare. Il messaggio? Nulla da fare per il centro sportivo dell’Istra 1961 a Campo Marzio. L’amministrazione del neosindaco Filip Zoričić ha deciso che la zona, non distante dal Drosina, resterà un’area pedonale per le passeggiate dei residenti, con i loro cani, o da soli. Dopo dieci anni d’attesa che lo Stato conceda alla Città la zona per i progetti annunciati (centro sportivo), ecco che la coalizione che comanda a Pola ha detto no. Beh, complimenti!
Quel giorno a Rujevica ho capito la differenza tra Fiume e Pola, non solo quella calcistica. Pola ha un problema: la mentalità di essere sempre contro qualcosa, ovvero chi è favorevole a un determinato progetto non riesce mai ad imporsi. A Fiume, come del resto altrove, ci sono opinioni diverse, ma alla fine è la dimensione… fiumana a prevalere nelle decisioni cittadine. Sono molto dispiaciuto di non vedere un simile atteggiamento nella mia città. E le vedute antisportive trovano conferma anche in questa decisione. Quando bisogna fare uno sforzo per lo sport, Pola si blocca. Che delusione…
Volenti o nolenti, queste cose indeboliscono lo sviluppo (anche) del calcio di Pola. Non c’è un clima positivo, come se la passione incominciasse a mancare anche a coloro che sono da una vita nello sport locale. Due giorni fa, per esempio, Marijan Brkljača, validissimo fisioterapista, mi ha detto che lascia il club. Dopo anni di lavoro, tanta passione, anche ai tempi quando lo stipendio arrivava una-due volte all’anno, Brkljača (e il più giovane collega Nikolić) ha tolto il disturbo. Paradossalmente, lo ha fatto quando il club sta finanziariamente benissimo e il salario arriva regolarmente ogni mese. Il suo addio è un bruttissimo segnale. Se nel calcio non c’è passione, anzi se non si ha la possibilità di viverlo con passione, allora di che cosa parliamo? Quelli che mi diranno “OK, tu sei uno che ama lo sport, ma ci sono cose più importanti nella vita”, non sanno quale sia il nocciolo della questione. Per prima cosa, lo sport è molto, ma molto importante per una comunità. Poi, il problema vero sta nel fatto che tale passività e mancanza di passione si manifestano in tutti gli aspetti della vita a Pola. Il calcio è solo un sintomo dello stato della comunità nella quale si gioca…
Lo avevo scritto qualche settimana fa, quando c’era di mezzo l’allenatore Gonzalo Garcia. Uno che ha masticato calcio dalla Spagna all’Olanda, dalla Grecia a Cipro passando per Israele. È venuto a Pola con tanta voglia di dare una nuova dimensione all’Istra 1961. Garcia mi ha confidato che non poteva immaginare di dover spendere tanta energia per questioni banali e di doversi confrontare con problemi che non dovrebbero essere competenza dell’allenatore.
Il calcio dovrebbe essere gioia. La passione è sempre il fattore che nutre la speranza che ogni giorno può essere migliore di quello di prima. In questa pausa per le nazionali i giorni dell’Istra erano grigi, come se con il “no” per il centro sportivo si siano perse anche le speranze in un futuro roseo del club.
Il vento della passione si può soffocare, ma troverà sempre il modo di respirare e di generare la speranza.

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