ROBE DE MATTEONI Tra imparzialità e faziosità

Zvonomir Boban. Foto: PA Images/PIXSELL

Fin da quando ero un giovane giornalista, non mi piacevano i convenevoli. Sono cresciuto con il calcio italiano e ho imparato le basi della professione attraverso il giornalismo italiano. Non m’importava nulla quando mi dicevano che gli italiani sono dei maestri nell’eludere le leggi e che il loro calcio è il più brutto del mondo. Me ne infischiavo delle etichette di catenacciari e di altri luoghi comuni…
Nei primi anni ‘90 ero rimasto sempre fedele all’idea calcistica e giornalistica dell’Italia. Così una volta proposi al mio caporedattore, Darko Tironi, di creare una rubrica incentrata sul calcio italiano. Fino a quel momento c’era soltanto un flash sui risultati, il martedì. Erano gli anni della Guerra d’indipendenza e il nostro giornale doveva trovare una nuova idea dopo la dissoluzione dello sport jugoslavo, con più di 20 milioni di abitanti e potenziali lettori. Tironi mi disse “OK, occupatene tu e vediamo come reagiranno i lettori”. Con un pizzico di fortuna, in primis grazie ai trasferimenti di Zvone Boban, Robert Jarni, Alen Bokšić e di altri calciatori croati in Serie A, la rubrica diventò molto popolare. La mia idea, che non fu altro che una logica conseguenza del rispetto verso la cultura calcistica e il giornalismo dello Stivale, mi ha stravolto lo status professionale. Di settimana in settimana aumentava lo spazio dedicato alla Serie A, con particolare attenzione nei confronti dei giocatori croati. Molti dei colleghi in Croazia, che sostenevano che il calcio fosse ormai uno spettacolo in declino, si stavano via via ricredendo. Un po’ perché il Milan di Sacchi piaceva a tutti e poi perché i lettori erano sempre più entusiasti delle storie provenienti dalla Serie A, a quei tempi la vera NBA del calcio…
Un dogma di quei tempi era che il giornalista non potesse essere tifoso. Fin dal mio primo giorno in redazione capii subito che era una cavolata. Come fa uno, che prima di tutto è un essere umano e poi un giornalista, a non provare delle emozioni verso la propria squadra del cuore? Non me l’ha mai spiegato nessuno. Non è che pigi un bottone, guardi le partite con l’emozione staccata dalla corrente e infine, una volta terminato il lavoro, la riattacchi… Non è un mistero che sono molto affezionato ai club di Pola e che quando gioca la nazionale tifo Croazia. Vuol dire per caso che non sono un giornalista obiettivo, un professionista serio? Crescendo con 90º minuto, con i rotocalchi tipo Dribbling, con Quelli che il calcio e con tutti i programmi basati sul dibattito calcistico, ho imparato che i giornalisti non nascondono la loro fede. Ho capito pure che così è ancora più facile apprezzare la loro professionalità e obiettività. La maggior parte di quelli che seguivo vengono stimati tutt’oggi per quello che scrivono e non per la squadra che tifano…
Oggi in Croazia molti di quelli che predicano il dogma del giornalista imparziale, sono i primi a non riuscire a nascondere da che parte stanno. Un’ipocrisia disarmante. Con la rete e i social è emersa ora anche la questione della manipolazione dell’informazione. Così per discreditare qualcuno lo si accusa di essere di parte. Il problema di questo modus operandi sta nel fatto che non si basa sulla verità. Questo ragionamento si ricollega a ciò che sta succedendo nel calcio croato. Da qualche settimana si sta infatti gettando fango sulla classe arbitrale per il semplice motivo che alcuni presidenti non hanno gradito determinate decisioni arbitrali. Nel frattempo l’Esecutivo della Federcalcio ha rimosso i vertici arbitrali e ora ci si sta chiedendo quale sarà la mossa seguente. Chi sarà il nuovo capo degli arbitri, qualcuno “imparziale” o piuttosto qualcuno che è “di parte”?
La mia sensazione è che dietro le quinte stia scoppiando una guerra per la nuova governance della Federazione. Le elezioni si terranno quest’anno ed è facile intuire che avranno un forte impatto sul campionato. Quando lo scrissi mi era stato detto che sono di parte, causa l’Istra 1961. Non l’ho capito…
Un caro collega di Zagabria non ha perso l’occasione per rinfacciarmi la simpatia per il calcio italiano, dicendomi che lì c’è sempre stato del marcio e che ho torto nel pensare che le cose stanno così anche da noi. Cosa rispondergli? Naturalmente che in Italia ci sono stati i fattacci di Calciopoli, del calcioscommesse, di combine, ecc., ma la differenza sta proprio lì. In Italia hanno sempre combattuto i mali del calcio con procedimenti che hanno portato a pesanti squalifiche e riforme. Procedimenti che non hanno guardato in faccia a nessuno, non hanno badato a chi tifa per una o per l’altra squadra perché per il bene di uno sport e della società non si può scendere a compromessi…

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