PERCORSI EUROPEI Sostenere «l’europeizzazione» dell’Ucraina

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PERCORSI EUROPEI Sostenere «l’europeizzazione» dell’Ucraina

Il Consiglio europeo – ossia il summit dei Capi di Stato e di governo dei Paesi membri dell’Unione europea – alla riunione del 23 giugno scorso, ha seguito le raccomandazioni della Commissione europea e ha conferito all’Ucraina e alla Moldova
lo status di “Paesi candidati” per l’entrata nell’Unione europea.

Indubbiamente si è trattato dell’unica soluzione politicamente logica dopo l’invasione da parte della Russia e dopo quattro mesi di carneficine perpetrate dagli invasori e la distruzione di buona parte del Paese. Il “sì” all’Ucraina è una risposta, però, arrivata in extremis. In assenza di una politica estera e di sicurezza unitaria, che avrebbe garantito un miglior coordinamento dell’Ue nel fornire aiuti umanitari e mezzi di difesa agli ucraini, evitando le note dissonanti tra i vari Paesi membri, l’arma della concessione dello status di Paese candidato non avrà un effetto deterrente e probabilmente non cambierà di molto la situazione sul campo, ma è un simbolo della solidarietà verso il popolo ucraino e il Paese sotto attacco.

Ciò non vuol dire che l’Ucraina diventerà un membro dell’Unione europea in quattro e quattr’otto. Il percorso ucraino sarà difficile e probabilmente si concluderà dopo un negoziato pluriennale. Il più lungo negoziato, conclusosi felicemente, è stato quello con la Croazia: sette anni. Ma la Serbia, che ha aperto i negoziati di adesione nel 2014, si trova in una fase di stallo, come, d’altronde, la Turchia e il Montenegro, mentre la Bosnia e Erzegovina è ancora più lontana dall’Ue.

L’Ucraina dovrà ottemperare a una serie di criteri in fatto di democrazia, economia e politica che vigono per i Paesi che intendono aderire all’Ue e che furono stabiliti nel 1993. Sono conosciuti come i “criteri di Copenhagen”. Sono tre i famosi criteri di Copenhagen: primo, lo Stato candidato deve sviluppare istituzioni stabili che garantiscano la democrazia effettuale, lo Stato di diritto, il pieno rispetto dei diritti umani, nonché il rispetto e la tutela delle minoranze. Il secondo criterio richiede un’economia di mercato funzionante e la capacità di far fronte alla concorrenza e alle forze di mercato all’interno dell’Ue. Il terzo criterio richiede la capacità di assolvere agli obblighi risultanti dall’adesione, in particolare quelli riferiti agli obiettivi dell’unione politica, economica e monetaria, e darvi un seguito efficace.

Due anni dopo l’adozione dei “criteri di Copenhagen”, al summit di Madrid nel 1995 era stato aggiunto un quarto criterio: il Paese candidato deve riorganizzare la propria amministrazione pubblica in modo che sia accessibile, aperta ai cittadini senza discriminazioni e inoltre efficace. Va detto che certi Paesi che all’epoca già facevano parte dell’Ue, se avessero dovuto applicare questi criteri a sé stessi, avrebbero dovuto, forse, lasciare l’Ue… E d’altra parte, dopo l’adesione, ci sono stati dei Paesi che hanno fatto due, tre passi indietro, e sviluppato un sistema politico oggi conosciuto come la “democrazia illiberale” (vedi Ungheria e Polonia).

Ma per quanto riguarda l’Ucraina, la presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen aveva già precisato, presentando le conclusioni della Commissione sull’allargamento, i nodi critici che dovranno essere attenzionati dal governo ucraino per soddisfare le condizioni previste per l’adesione. Si tratta di costruire e migliorare le strutture relative allo Stato di diritto, la giustizia indipendente, la lotta alla corruzione endemica che dilaga nel Paese, nonché togliere agli oligarchi il potere che esercitano sull’economia!

E qui siamo al nocciolo della questione: nonostante le simpatie e la solidarietà con l’Ucraina e con il suo popolo, il sistema politico ucraino è molto simile a quello sovietico. Il potere è nella mano degli oligarchi, come in Russia, e la maggioranza dei precedenti Presidenti ucraini erano degli oligarchi – dalla Timošenko, passando per Janukovič per finire con Porošenko. E anche il Presidente Zelensky è stato accusato non solo dalla opposizione, ma anche dalle organizzazioni internazionali che monitorano la corruzione, di essersi assoggettato agli oligarchi e di aver accumulato una ricchezza che va molto oltre i limiti del suo stipendio di Presidente, o degli onorari che ha percepito come popolare attore. Adesso non c’è più un’opposizione politica in Ucraina, l’ha cancellata la guerra: il governo ha messo fuorilegge ben diciassette partiti politici con l’accusa di essersi allineati con l’aggressore russo. E se guardiamo ai diritti umani delle minoranze, allora vedremo che già nel 2016 era stato vietato l’uso ufficiale della lingua della minoranza russa, ben 2.400 scuole russe erano state chiuse ed era stata vietata l’importazione di libri russi. Secondo l’ultimo censimento, i russi in Ucraina rappresentavano il 15 per cento della popolazione, mentre la categoria dei “russofoni”, cioè dei cittadini di madrelingua russa contava ben 14 milioni di parlanti, ovvero quasi un terzo della popolazione dell’Ucraina. Naturalmente, tutto ciò non può giustificare l’aggressione russa e i crimini perpetrati dall’esercito russo, ma se si vuole veramente “europeizzare” l’Ucraina, i criteri di Copenhagen e Madrid vanno applicati rigorosamente. E ciò vuol dire che adesso possiamo parlare apertamente delle contraddizioni politiche dell’Ucraina, proprio per rendere più efficace la transizione di un Paese oligarchico post-comunista verso la democrazia europea.

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