In attesa dell’incontro con il Presidente

Giorgio Napolitano e Ivo Josipović. Foto Dusko Marusic/PIXSELL

Arrivato a Roma nel 2012 con le Lettere credenziali dell’allora Presidente croato Ivo Josipović, avevo portato con me anche il suo messaggio all’omologo italiano, l’allora titolare del Quirinale Gorgio Napolitano. Oltre alle Lettere credenziali con cui un Capo di Stato porge i suoi saluti formali al suo collega, un altro Capo di Stato, e gli raccomanda l’Ambasciatore che gliele consegna, il messaggio di apertura per il rappresentante diplomatico straniero che mette piede nel Paese ricevente è sempre un messaggio di augurio per il prosieguo delle relazioni amichevoli tra i due Paesi e per l’approfondimento di queste relazioni in tutti i campi.
E così venne il momento di consegnare le Lettere credenziali, a circa un mese dal mio arrivo, quando il Presidente della Repubblica Italiana accolse un piccolo gruppo di Ambasciatori neoarrivati a Roma. A differenza dei suoi predecessori, il Presidente Napolitano preferiva riceverli in una giornata speciale, dedicata soltanto ai nuovi Ambasciatori, mentre gli altri Capi di Stato espletavano questo compito in un comune giorno lavorativo. Ciò voleva dire che dovetti attendere che questo gruppo si costituisse e che raggiungessimo almeno il numero di cinque Ambasciatori, affinché il Presidente potesse dedicare tutta una giornata a noi. Naturalmente, la cerimonia delle consegne delle Credenziali era così molto più solenne, durava tutta la giornata lavorativa, s’intende, per cui anche il Cerimoniale di Stato, omologo del nostro ufficio di protocollo, doveva stare sull’attenti, come anche i corazzieri e tutto lo staff dell’Ufficio presidenziale al Quirinale.
Un paio di giorni prima dell’evento era arrivato all’Ambasciata croata, situata nel quartiere residenziale di Vigna Clara, adiacente al quartiere più elegante di Roma, i Parioli, il vicecapo del Cerimoniale, Marco Della Seta, un diplomatico di grande esperienza, e anche rampollo di una stirpe di diplomatici, giacché suo padre aveva fatto pure l’Ambasciatore italiano, e poi, dopo un periodo nel Cerimoniale, anche lui aveva intrapreso questa carriera.
Il vicecapo del Cerimoniale si intrattenne con me spiegandomi tutta la procedura, dal mio primo passo all’entrata del Palazzo del Quirinale fino al commiato con il Presidente. Questa procedura era necessaria in quanto molti dei nuovi Ambasciatori si trovavano per la prima o a fare i rappresentanti diplomatici – come me, del resto – oppure nei loro posti di prima destinazione non avevano incontrato un cerimoniale così elaborato come quello italiano. Io invece avevo già un’esperienza in materia e uno dei capi del Cerimoniale italiano era un mio caro amico, l’Ambasciatore Claudio Bay Rossi, che negli anni Settanta – del secolo scorso naturalmente – era stato per quattro anni Console generale italiano a Zagabria. A quel tempo io ero sottosegretario alla Cultura nel governo della Croazia e avevamo stretto un legame di collaborazione e amicizia reciproca. Ci incontravamo spesso, ed era stato proprio lui che aveva organizzato, nella sua residenza, soltanto per me e per il mio staff, una proiezione del nuovo film felliniano, l’Amarcord, sapendo che ero un appassionato di Fellini. Me lo ricordo anche perché, una decina di anni dopo, mi ero trovato a New York nella veste di direttore del Centro jugoslavo per la cultura, ed ero stato invitato dalla Società medica Italo-Americana Morgagni a tenere un ciclo di conferenze proprio sulla filmografia di Fellini. A introdurmi in quei circoli era stata proprio una fiumana – la dottoressa Marisa Pezzulich, figlia di profughi fiumani – che riuniva spesso, in casa sua nel Queens, gli esuli fiumani di New York. E Bay Rossi lo incontrai di nuovo nella sua veste di capo del Cerimoniale italiano nel 1991, quando andai in Italia da capo di gabinetto del ministro croato per partecipare a una conferenza sui Balcani, nell’imminenza del riconoscimento dell’indipendenza della Croazia da parte della Comunità europea, che l’Italia allora propugnava fortemente.
Preparandomi, dunque, per andare al Quirinale, mi ricordo che dissi a Marco Della Seta, che allora era di rango ministro plenipotenziario, che mi dispiaceva molto di non poter indossare, al momento della consegna e dell’incontro con il Presidente Napolitano, il distintivo della mia decorazione di Cavaliere al merito della Repubblica Italiana, perché quella era l’occasione propizia per indossare per l’appunto, oltre all’abito scuro, anche il distintivo all’occhiello della decorazione dello Stato ricevente, se il neoambasciatore ne avesse ricevuta una, oppure di mettere il distintivo della più alta decorazione del suo Paese. E mi dispiacque, come dissi al ministro Della Seta, che il mio distintivo italiano fosse rimasto a Belgrado, a suo tempo, quando ero stato costretto ad andarmene in fretta e furia da quella città al tempo della dissoluzione dell’ex Jugoslavia. Ero scappato da Belgrado, dove ero capo di gabinetto del ministro degli Esteri jugoslavo, portando con me un certo numero di documenti bollati “segreto di Stato” che poi furono usati dalla neonata Croazia. Della Seta, però, rimediò a questo inconveniente e il giorno dopo ricevetti con un corriere del Cerimoniale un nuovo distintivo, e così potei bardarmi, in pompa magna, e presentarmi al Presidente Napolitano proprio come richiedono le consuetudini diplomatiche. E ne seguì un colloquio interessante e importante, del quale parlerò in seguito.

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