IL COMMENTO. La sfida più difficile

Filip Kos/PIXSELL

Si parla spesso nel gergo giornalistico di autunno caldo sul fronte politico e sindacale. Un po’ come delle offensive di primavera quando spirano venti di guerra. Il più delle volte il tutto si risolve con la classica tempesta in un bicchiere d’acqua. I governi, del resto, sono maestri nel disinnescare le azioni di protesta, ricorrendo a una sapiente miscela di tiepide concessioni e ricorso alla linea dura, ad esempio alle precettazioni, con il risultato di scoraggiare e dividere il fronte dei contestatori. Ma stavolta l’impresa si presenta più difficile del solito. Medici, infermieri, insegnanti, Polizia penitenziaria attendono da troppo tempo segnali concreti d’attenzione e minacciano scioperi a oltranza. E nel caso degli autisti balena anche la possibilità di bloccare un servizio pubblico oltremodo necessario.
È già un fatto positivo che le azioni di protesta non si siano svolte nel bel mezzo della stagione turistica, perché avrebbero avuto effetti devastanti per l’economia del Paese. Ma passato il periodo balneare i nodi sono destinati a venire al pettine. Che vi sia la necessità di aumenti salariali trova concordi tutti: non si tirano indietro nemmeno i ministri che reggono i dicasteri più a rischio di proteste e scioperi, quelli della Sanità e dell’Istruzione. A procedere con i piedi di piombo sono soltanto, pur facendo in genere buon viso a cattivo gioco, quelli che sono chiamati a far quadrare i conti pubblici, a partire dal premier al ministro delle Finanze.
I Sindacati affilano le armi, irritati anche per il fatto che le autorità sembrano decise a puntare i piedi quando di discute quello che è il cavallo di battaglia del fronte sindacale, ossia il referendum sulla riforma previdenziale. Certo, nessuno ha potuto mettere in dubbio il fatto pressoché scontato che il numero di firme raccolto a sostegno della consultazione sia in pratica il doppio di quello necessario. Però resta l’incognita della Corte costituzionale, alla quale di fatto l’Esecutivo si affida per cercare di impedire il referendum. E questo chiaramente non piace ai Sindacati, che a questo punto fanno leva sulle rivendicazioni salariali per dimostrare la propria forza.
Ma a parte le velleità sindacali, resta il fatto che medici, insegnanti, autisti e polizia penitenziaria abbiano eccome le loro ragioni per essere insoddisfatti e che sono decisi a farle valere, costi quel che costi. D’altronde l’esodo strisciante dalla Croazia sta lasciando vuoti preoccupanti soprattutto nel settore della sanità e altri comparti si ritrovano pure con l’acqua alla gola. L’unico modo per frenare questa tendenza, ovvero per scoraggiare le partenze verso lidi ritenuti migliori, è quello di ricorrere alla leva salariale. Ma le incognite restano parecchie. Dopo un periodo di vacche grasse lo spettro della recessione incombe di nuovo a livello internazionale. La crescita dell’economia croata sta rallentando. Il governo, dal canto suo, non sembra disposto a finanziare gli aumenti salariali ricorrendo ai debiti o all’inasprimento della pressione fiscale. La parola d’ordine semmai è stabilità per poter puntare, come annunciato, sull’introduzione dell’euro. E di pari passo si punta agli sgravi fiscali per ridare fiato ai consumi e alla crescita. Una stagione di scioperi e proteste non sarebbe di certo un buon biglietto da visita in vista del Semestre croato di presidenza UE. Per giunta incombono le elezioni presidenziali prima e quelle politiche dopo. Come dire la posta in palio è altissima per tutti, soprattutto per il governo, che si trova ad affrontare forse la sfida più difficile dall’inizio della legislatura.

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