Esodo e foibe. Le vittime chiedono pace e non strumentalizzazioni

La Legge del Ricordo è stata istituita nel 2004, con voto quasi unanime del Parlamento, con l’avallo di destra e sinistra i cui massimi esponenti, s’erano incontrati l’anno prima, il 2003 al Quartiere giuliano di Roma per il Giorno del ricordo, edizione zero. C’erano tutti e tutti d’accordo nel dare alla vicenda di esodo e foibe una giusta collocazione nella storia del Paese. Nel tempo l’evoluzione è stata palpabile, eliminazione delle riserve, messaggi alla nazione e al mondo tanto che all’estero anche le amministrazioni anglofone e spagnole hanno accettato di patrocinare le manifestazioni dei giuliano-dalmati emigrati Oltreoceano; se ne parla nelle scuole e i luoghi della memoria sul Carso ed a Trieste sono diventati la meta di tante scolaresche provenienti da tutta Italia.
Tra le cose che non si sono evolute segnando il passo, sono le voci dei negazionisti, le contromanifestazioni, l’impossibilità di accettare una storia con i suoi percorsi, il volere trovare spiegazioni che tali non sono, interpretare i fatti con una logica di parte pretendendo che diventi l’unica verità.
E anche quest’anno, la strada verso il 10 febbraio è stata segnata da polemiche incrociate. Gli esuli hanno appreso con disappunto che al Senato si sarebbe svolto un convegno su “Foibe e fascismo di confine” a cura dell’ANPI e gli sloveni si sono indignati per le spiegazioni fantasiose degli esuli di Trieste sull’incendio del Balkan. Il “Bene o male, basta che se ne parli”, è inaccettabile in certi casi. Fare scalpore per finire in cima alla classifica delle notizie più lette è ciò che più indigna chi ha a cuore le vicende di queste nostre terre al confine orientale d’Italia che sono, ancora sempre, l’esempio di una sofferenza che non passa, che non trova pace anche dopo l’incontro dei tre Presidenti che ha cambiato la percezione di una città nelle coscienze di un’Europa che avanza, ma non ha sconfitto gli irriducibili. Ogni tanto riemergono, in particolare laddove un vuoto ha bisogno di essere riempito. Difficile scalfire l’eccellenza, le grandi iniziative collettive, la bellezza di un prodotto, la visibilità di una presa di posizione. Ma se tutto questo non c’è, per la legge dei vasi comunicanti, le energie negative riusciranno a invadere questi vuoti e a fare danno.
Non è certo colpa degli esuli se esistono i negazionisti, ma spesso ne diventano vittime quando esibiscono divisioni, incapacità di immaginare progetti importanti e condivisi. La condivisione se non vale per la storia degli altri, dovrebbe essere il massimo collante per la propria storia, di tutte quelle genti che sono state toccate dalla tragedia dell’esodo. Se ci fosse questa unità, se la veicolazione delle idee, dei progetti, delle iniziative fosse reale e palpabile, qualunque intervento esterno s’infrangerebbe contro il muro della compattezza e ne rimarrebbe sconfitto.
Abbiamo sfogliato le tante locandine e programmi riguardanti il 10 febbraio 2020 che arrivano da tutta Italia e dal mondo, che impegnano decine di migliaia di persone e forse più, trovando spunto per queste riflessioni. Sono programmi ricchi di contenuti e di proposte. Coinvolgono scuole, municipalità, intere Regioni, con premi ai meritevoli, sia politici che uomini di cultura che in questi anni sono stati al fianco delle associazioni. Trieste, proprio perché riconosciuta capitale dell’esodo, dovrebbe rappresentare, in tanta ricchezza, l’apoteosi, non di carattere partitico, ma storico-culturale e civile. Le polemiche non rispondono a questa esigenza né tanto meno gli estremismi fine a sé stessi. La visibilità di poche persone barattata per una realtà di tante persone che invece di dirsi fieramente figli di queste terre, cercano di mimetizzarsi, di sparire. Basta frequentare le manifestazioni organizzate nel corso dell’anno per constatare il continuo assottigliarsi delle fila degli anziani che ancora seguono le specifiche tematiche del mondo dell’esodo. Dei giovani una traccia talmente lieve da destare meraviglia se non sospetto.
In tutto questo si aggiungono gli storici che si “inventano la storia” seguendo determinati settori infarciti di logiche controcorrente. Ormai lo insegnano all’Università che cosa fu il fascismo al confine orientale, le sue dinamiche d’espansione e il ripiegamento dopo la rottura dell’Italia di Mussolini con la Germania. La rinuncia dell’Italia dei territori dell’Istria, Fiume e Dalmazia era già avvenuta anni prima del Trattato di Pace. Non fu solo la violenza fascista a legittimare la risposta slava con gli infoibamenti, il disegno era ben più ampio ed articolato, tano da poterlo definire “antico”. I partigiani di Tito erano in moto già dal 1941 e la visione di ciò che avrebbe dovuto essere il dopoguerra era già ben delineata in tutta l’area balcanica di riferimento.
Furono le spie a Trieste a decidere le sorti della città? Per menti avventurose anche questa è un’ipotesi plausibile. In tempi in cui tutti concepiscono la storia come strumento d’uso quotidiano, come nel bar sport, ogni tifoso è un campione mancato che tutto sa di tattiche, tecnicismi, vie che portano alla vittoria, salvo seguire la partita sugli spalti.
Gli stessi avevano criticato aspramente l’iniziativa di qualche anno fa dell’ANVGD di Padova di avviare un dibattito congiunto con l’ANPI. La divisione è certamente più congeniale a chi delle contrapposizioni ha fatto una ragione di vita. Meglio far fallire ogni desiderio di andare oltre, di tentare una strada di rispetto e comprensione, ognuno con le proprie ragioni, le proprie logiche, ma rispettosi delle ragioni e delle logiche altrui.
L’ANPI ha fatto a Roma una riunione a porte chiuse, soltanto per chi era accreditato, gli altri “fuori”. Non è una premessa di dialogo che probabilmente non interessa. Una delle prime tesi affrontate è stata quella di voler “smontare il mito della pulizia etnica da parte di Tito”, secondo, che il dramma degli infoibati, la loro tragica fine “non dipendeva dall’etnia, ma dal fatto che erano nemici della patria”.
Le medaglie alle famiglie delle vittime di infoibamenti sono state consegnate dal Quirinale passando attraverso il vaglio di una Commissione che ha preso in esame i dati delle vittime e la loro storia… A leggere le motivazioni si comprende che, come canta Simone Cristicchi in Magazzino 18, “sono storie di povera gente…”, che hanno pagato per la propria divisa, l’italianità, la rabbia, le vendette incrociate e, a volte, anche per volontà del caso, perché s’erano trovati nel posto sbagliato nel momento sbagliato.
Vittime lo sono stati anche tutti gli esuli che hanno perso la casa e il loro antico mondo; tutte vittime verso le quali oggi bisognerebbe avere la giusta dose di “pietas” per non farle strumentalizzare dagli slogan della politica, perché non diventino manifesti di proclami elettorali. Chiedono pace, riconoscimento dei torti subiti, parole di conforto e un fiore.

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