ECONOMIA E DINTORNI Vola il prezzo della benzina

Siamo di fronte a una vera e propria emergenza prezzi che si ripercuote sia sulle tasche delle famiglie sia sui listini al dettaglio di tanti prodotti di prima urgenza

Quasi due euro al litro! Tra i vari aspetti che determinano un prezzo così elevato, dobbiamo sottolineare la presenza di accise multitemporali che contribuiscono a far raggiungere, in Italia, alla benzina valori da Brunello di Montalcino. In oltre cento anni di storia economica del Bel Paese, si è consolidata la prassi di porre accise provvisorie sulla benzina per fronteggiare situazioni di emergenza, salvo poi renderle inamovibili (in Italia nulla è definitivo quanto il provvisorio). Da quella per la guerra in Etiopia (1935) a quella per il disastro del Vajont (1963), passando per l’alluvione di Firenze (1966) e i terremoti in Friuli (1976) e in Irpinia (1980), l’abolizione delle vecchie accise è un tema scivoloso in cui si sono imbattuti i tanti governi succedutisi negli ultimi quarant’anni. Si pensi che solo pochi anni fa è stato abolito (ricomprendendolo in qualche altra misura occulta) l’intervento applicato dal governo Crispi per le vedove della battaglia di Adua del 1896. Sappiamo molto in merito alla resilienza delle donne di fronte alle avversità, ma per quanto coriacee, le eroiche vecchine dovrebbero essere a miglior vita già da tempo (e non abbiamo notizie in merito ad alcuna che abbia brillantemente raggiunto i 150 anni).

 

Le varie imposte

È bene sapere che per ogni litro di carburante che si acquista, si paga solo una parte collegata al costo industriale, il resto del costo è condizionato dalle varie imposte che gravano sui combustibili. Per i non addetti ai lavori, precisiamo che le accise sono imposte indirette inserite nel prezzo dei prodotti, che colpiscono determinati beni come oli minerali, energia elettrica, alcolici e tabacchi al momento della produzione o del consumo.

Attualmente il prezzo della benzina si compone di tre parti: il prezzo netto del combustibile, che include anche il guadagno dei gestori della pompa, le accise e l’Iva (e molto si potrebbe dire sull’applicazione dell’Iva gravante sulle accise, ovvero sulle imposte, ovvero costringendo il consumatore a pagare tasse applicate su altre tasse, ovvero operando contro i più elementari principi della scienza delle finanze). In sostanza, ogni volta che acquistiamo un singolo litro di carburante siamo obbligati a pagare una notevole quota di tasse di origine diversa, tra cui anche le citate accise, che rappresentano appunto vere e proprie imposte sui consumi decise dallo Stato.Le accise pesano per più di un terzo e sono composte in buona parte da imposte di scopo, introdotte dai vari governi per raggiungere specifici obiettivi. Peraltro, in Italia ogni qual volta avvengono ritocchi al rialzo dei prezzi alla produzione, il centesimo di euro “industriale” si trasforma misteriosamente in 4/5 centesimi di aumento al litro, per dei meccanismi progressivi interpretabili più dal Mago Otelma che da un creatore di algoritmi. E ciò per le pompe self-service. Quando poi ci si addentra nello spigoloso tunnel del servito, qui il prezzo è da roulette russa; l’automobilista sa che il pieno potrebbe costargli quanto un Philipponnat pas dosé. Le medie sono condizionate più che da oscillazioni, da sbandamenti, con delta compresi fra 1,85 e 2,25 euro al litro, perciò oltre il 20%! In alcune aree di servizio autostradali si raggiungono poi livelli da Dom Perignon millesimato, in virtù degli aggi che le compagne petrolifere devono riconoscere alle società di gestione dei vari tratti. Esprimerci con un “cin cin” ci sembrerebbe banale o irriverente, per cui ce lo risparmiamo.

Nelle ultime settimane anche i “gasisti” (consumatori di gpl e metano), dopo anni di sberleffi riservati ai possessori di auto a benzina e gasolio, si sono drammaticamente risvegliati dal torpore del conclamato risparmio dovendo sostenere pesanti aumenti, che nel caso del metano hanno superato il 100% (e siccome in guerra e in autostrada non c’è pietà, i benzinisti e i dieselisti hanno immediatamente riversato sui gasisti decenni di frustrazioni, deridendoli sarcasticamente alla faccia della solidarietà e della pace sociale).

Gli effetti di tali incrementi

Per quanto riguarda gli effetti, limitiamoci agli argomenti di più facile percezione. Coldiretti e Confagricoltura hanno calcolato l’incidenza degli aumenti sul sistema agroalimentare. I costi della logistica influiscono attorno al 33% sul totale dei costi in questo settore, e nella logistica i carburanti incidono ormai per il 40%; pertanto in poco più di due mesi l’aumento netto dei costi di produzione e distribuzione nel settore è stato superiore al 13%, con le già riscontrate ripercussioni sul prezzo al dettaglio di frutta, verdura, ortaggi e quant’altro. Il Codacons sta invece stimando l’impatto sul portafoglio delle famiglie. Per quanto riguarda il solo diesel, il costo è aumentato del 16,7%, in pratica oltre 12 euro di media per un pieno. Si tratta di 430 euro all’anno in più per famiglia in confronto al 2020.

Non è necessario essere dei sofisticati studiosi di microeconomia per capire che siamo di fronte a una vera e propria emergenza prezzi, che si ripercuote sia sulle tasche delle famiglie sia sui listini al dettaglio di tanti prodotti di prima urgenza. Ed è sempre interessante notare l’impatto delle imposte al distributore. Tra benzina, gasolio e gpl, le accise continuano a pesare per quasi la metà sul costo finale; con l’Iva al 22%, il carico fiscale sale a oltre il 60%. Pertanto, se da un lato l’aumento del costo dei carburanti ha gravemente danneggiato gli automobilisti, dall’altro è aumentato il gettito a favore dello Stato, in forza dell’applicazione dell’Iva sulla base imponibile, e fermo restando che la base imponibile è anche formata dalle molteplici gravose accise.

Ciò posto, sarebbe legittimo chiedere al governo di restituire almeno parzialmente agli italiani, in particolar modo agli autotrasportatori e a chi utilizza quotidianamente un autoveicolo per ragioni di lavoro (taxisti, autonoleggiatori, agenti di commercio, imprenditori, professionisti), l’improvvisa inattesa sopravvenienza attiva, generando ad esempio un credito di imposta ad hoc sui carburanti stessi.

Sempre secondo l’Osservatorio Economico di Codacons, la cui autorevolezza è fuori discussione, il picco massimo di incremento dei prezzi (che coincide con il fondo per il consumatore) è stato toccato nello spazio di 48 ore in occasione del recente ponte di Ognissanti: si è registrata infatti una raffica notturna di incrementi dei listini senza precedenti, con il costo medio del pieno di benzina aumentato del 6% in 24 ore.

E ritornando alla citata definitività degli interventi provvisori, siamo certi che i prezzi non scenderanno; il rischio concreto è che i maggiori costi determinati dal rincaro dei carburanti possano causare una consistente riduzione degli acquisti durante le prossime festività natalizie, con effetti devastanti per l’economia italiana, che sta tentando ora un ragionevole rilancio dopo la crisi provocata dal coronavirus. La mobilità è una necessità per vivere socialmente e produrre reddito: se il reddito diminuisce a causa di tali costi, diminuisce il potere d’acquisto della famiglia e ne risente immediatamente l’acquisto meno necessario.

Le previsioni

Le previsioni per il futuro non sono positive; tra l’altro, indiscrezioni ministeriali fanno pensare a un allineamento dei prezzi di benzina e diesel. Infatti i rincari stanno diventando sempre più incontrollati e, a nostro parere, anche insensati. I vantaggi per chi ha una vettura a gasolio sono sempre meno evidenti, e lo stesso sta avvenendo per chi ha auto a metano e gpl. Nessun osservatore si sente di escludere che, tra non molto, il prezzo alla pompa di un litro di benzina possa arrivare a 4 euro, pazzesco! A tutto ciò dobbiamo aggiungere anche l’aumento dei prezzi delle utenze luce e gas, aumento molto rilevante nonostante il provvidenziale taglio dell’Iva deciso il mese scorso dal governo Draghi; imprese e famiglie sono in stato di grande preoccupazione, stante la difficoltà di fare previsioni attendibili.

L’aumento dei prezzi delle merci trasportate grava sempre sul consumatore, il riscaldamento domestico è un costo purtroppo non sacrificabile, le imprese hanno bisogno di energia per produrre e conseguire reddito per nuovi investimenti e quanto meno per mantenere l’attuale base occupazionale, alimentando tutta la filiera di produzione e consumo. Per mitigare tale situazione occorre un determinante impegno politico. Solo un deciso intervento della politica socioeconomica europea può limitare ulteriori rincari dei prezzi dei carburanti.

E la politica sta a guardare

Il fenomeno è originariamente geopolitico, la gestione dovrebbe essere di politica interna agli Stati. Il costante aumento del prezzo del barile di petrolio è stato causato certamente dalla ripresa della domanda, generata a sua volta dalla parziale ripresa delle attività economiche, ma non possiamo non notare che l’offerta proviene quasi esclusivamente dai Paesi Opec, dalla Russia e dai suoi alleati, e la domanda più ingente proviene dalla solita Cina, che può permettersi di pagare qualsiasi cifra pur di produrre quanto richiesto dall’Occidente. In più, è inutile nasconderci che la diminuzione degli investimenti per generare energia alternativa in ambito nucleare sia concausa degli aumenti del petrolio.

A nostro sommesso parere l’Europa non sta attivando le dovute politiche di self-safety. È giustissimo percorrere le strade della svolta ecologica, ma in una simile situazione di emergenza non può essere e non è la soluzione immediata e non sarà neanche in futuro la soluzione definitiva. Almeno per il momento non possiamo ipotizzare di poter fare a meno dei derivati petroliferi, quando Cina, India, Russia e quasi tutto il Far East produttivo utilizza energia di derivazione fossile; i processi di riconversione possono essere realizzati in fasi di progresso costante e graduale dell’economia e non in fasi di emergenza, ondivaghe anche perché condizionate da epidemie.

Al nostro paziente lettore consigliamo di rassegnarsi, almeno per il momento non possiamo fare a meno del petrolio; stante la gravità della situazione, l’unico modo per uscirne è un potente intervento della politica, per alleggerire l’imposizione fiscale generale sui carburanti. Rinunciare oggi a un po’ di gettito può comportare un ragionevole incremento dei consumi e, in sostanza, migliore qualità di vita per i cittadini; calmandosi le acque della corsa ai rincari e riscontrando la ripresa regolare dell’economia reale, si potrà programmare il riequilibrio della sostenibilità ambientale.

Ad majora!

 

L’elenco delle accise

Per chiarezza, ecco l’elenco completo delle 17 accise sui carburanti, a cui va aggiunta l’Iva al 22%:

  1. finanziamento per la guerra d’Etiopia (1935-1936)

2. finanziamento della crisi di Suez (1956)

3.  ricostruzione dopo il disastro del Vajont (1963)

4.  ricostruzione dopo l’alluvione di Firenze (1966)

5.  ricostruzione dopo il terremoto del Belice (1968)

6.  ricostruzione dopo il terremoto del Friuli (1976)

7.  ricostruzione dopo il terremoto dell’Irpinia (1980)

8.  finanziamento per la guerra del Libano (1983)

9.  finanziamento per la missione in Bosnia (1996)

10.  rinnovo del contratto degli autoferrotranvieri (2004)

11.  acquisto di autobus ecologici (2005)

12.  terremoto dell’Aquila (2009)

13.  finanziamento alla cultura (2011)

14.  emergenza immigrati dopo la crisi libica (2011)

15.  alluvione in Liguria e Toscana (2011)

16.  decreto “Salva Italia” (2011)

17.  terremoto in Emilia (2012)

*senior partner jurisconsulta – cultura d’impresa

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