Non toccate i miei tacchi

Foto: Željko Jerneić

Mettiamo subito le cose in chiaro: sono di parte. Tra una ballerina e uno stiletto scelgo il secondo. Perché? Mah, così… Libera scelta in libero Stato. È un merito? No; perché mai dovrebbe esserlo? È una colpa? No. Ognuno è libero di scegliere la scarpa nella quale si riconosce meglio e indossando la quale si sente sé stesso anche se la scelta dovesse imporre un esercizio di concentrazione ed equilibrio. Lo stile senza tempo di Audrey Hepburn non può che destare ammirazione, ma se indossato da chi non lo sente suo finirà per lasciare tutti delusi. Conclusione: a parte prenderli in considerazione per decidere se acquistare o meno la scarpa, i centimetri di tacco non dovrebbero essere presi come criterio di valutazione per alcunché, opinioni incluse. Pertanto evitiamo di giudicare le persone in generale e le donne in particolare – anche quelle che fanno politica – dalla scarpa che indossano. Tutto il resto rischia di scadere nel campo delle discriminazioni e sappiamo bene che quelle di genere sono particolarmente odiose.

Altrimenti non si spiegherebbero tutte le battaglie fatte per arrivare a una considerazione e a un rispetto degni di una società che ama definirsi civile? Altrimenti che senso avrebbero tutti gli inviti alla responsabilità e le manifestazioni in piazza organizzate per sensibilizzare i politici e la società sull’importanza della tolleranza zero nei confronti della violenza sulle donne e alla necessità di ratificare la Convenzione di Istanbul? Iniziative che hanno fatto breccia e ottenuto il risultato sperato. E ora? Una volta che ci siamo dotati degli strumenti e che possiamo esibire il famigerato pezzo di carta possiamo dirci contenti e appagati e ritenere che la questione sia chiusa? Difficile, anzi improbabile o piuttosto sbagliato. Dobbiamo rimanere vigili a non spostare verso il basso l’asticella aprendo le porte a una regressione capace di provocare danni la cui portata dovrebbe essere più che evidente a tutti.

In questo clima che impone fatti e non parole, la parole contano. Ecco perché si rimane basiti davanti alle dichiarazioni di chi in un tacco alto vede un handicap o un ostacolo a un ragionamento valido. Dispiace apprendere che il rischio di una scivolata di stile che porta dritta dritta alla mancanza di rispetto è in agguato sempre e può riguardare tutti. Da quanto sentito all’ultima seduta del Consiglio cittadino a Fiume i pavimenti antiscivolo non sono un complemento d’arredo (per interni o esterni) sul quale dovrebbero fare un pensierino soltanto alcune subculture. Ci sono momenti in cui (forse) salverebbero la faccia anche a chi frequenta i palazzi del potere.

“Si concentri. O indossa nuovamente i tacchi alti e questo incide sui suoi interventi”, ha detto, usando toni alquanto alterati, il sindaco Socialdemocratico Vojko Obersnel al consigliere dell’HDZ Ivona Milinović. Ebbene, pensandoci e ripensandoci, analizzandola da ogni punto di vista possibile la frase rimane non soltanto inadeguata e inappropriata, ma fondamentalmente offensiva. Poco importa quale fosse il ragionamento proposto dal consigliere al quale è stata rivolta. Il punto non è questo, il punto sta nel chiederci perché mai i tacchi siano una discriminante e le camicie a maniche corte indossate dai signori uomini sotto la giacca del vestito no. A qualcuno sarebbe mai venuto in mente di svalutare il ragionamento proposto da un consigliere uomo perché pronunciato indossando una scarpa di discutibile fattura oppure, volendo stare comodo e non soffrire il caldo più del necessario, in maniche di camicia lasciando a casa giacca e cravatta? Probabilmente, anzi sicuramente no. La storia non riporta casi del genere.

Una conclusione amara che ci porta a pensare che a nulla sarà poco serviranno le eventuali soluzioni che il Consiglio cittadino potrà trovare alla seduta convocata per il 24 luglio per consentire la realizzazione dei progetti pianificati per il 2020 se non ci sarà un cambio di passo. Fiume sarà Capitale europea della Cultura e per quanto sia giusto discutere fino alle 2.23 del mattino sulla copertura finanziaria dei progetti tanto sarebbe opportuno soffermarsi anche a ragionare nel tentativo di capire se saremo capaci di fare nostri i valori che dovrebbero stare alla base dello slogan Porto delle diversità e di conseguenza pensare a contenuti adeguati e condivisi da proporre nei musei e agli eventi senza rischiare sbavature in odore di discriminazione. Sarebbe opportuno perché se non saremo capaci di mettere i puntini sulle “i” e fare nostro il principio per il quale il problema non è indossare o meno il tacco alto, ma essere all’altezza delle scarpe e del ruolo che s’indossa. Un programma innovativo e applaudito dagli addetti ai lavori potrebbe non bastare nel caso in cui dovessimo rimanere con il dubbio che i tacchi alti sono più scomodi per chi li guarda di quanto non possano esserlo per chi li indossa.

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