ECONOMIA E DINTORNI Mettiamo un po’ d’ordine: Mes, Recovery Fund e… Fmi

Una panoramica sugli istituti di grande influenza nelle dinamiche economiche mondiali

Christine Lagarde, presidente della Bce ed ex numero uno dell'Fmi

La sconvolgente situazione economica conseguente alla pandemia Covid-19 ha portato alla ribalta concetti di finanza internazionale che si identificano con vari acronimi e rappresentano Istituti di grande influenza nelle dinamiche economiche mondiali.
Per avere contezza in modo ragionevolmente comprensibile delle strutture finanziarie di cui si tratta, riteniamo opportuno utilizzare come esempio la più antica, ovvero l’FMI (Fondo Monetario Internazionale), di cui tutti (più o meno) conoscono le finalità. Per doveroso rispetto del lettore non addetto ai lavori, riassumiamo che il Fondo è stato istituito nel 1944 ad opera dei delegati di 44 nazioni, per risolvere i problemi finanziari globali che avevano contribuito alla grande crisi economica degli anni Trenta. Attualmente i Paesi aderenti all’FMI sono 183; la sua operatività è monitorare lo stato di salute del commercio e dei sistemi finanziari mondiali, evitare le crisi finanziarie e garantire la stabilità e la convertibilità delle monete.
In sintesi le funzioni principali del Fondo sono: monitorare le politiche monetarie e commerciali dei Paesi membri; fornire aiuto finanziario a breve/medio termine (3-5 anni) ai Paesi membri che attraversano crisi economiche legate a gravi squilibri di bilancia dei pagamenti; favorire la prevalenza del libero mercato secondo il modello “neoliberale” che domina l’economia mondiale.
Il Fondo è finanziato dalle quote di sottoscrizione versate dai Paesi aderenti, i quali esercitano il diritto di voto in proporzione al contributo che versano. Va da sé che l’FMI sia controllato dai Paesi economicamente più forti, che beneficiano e di fatto impongono il “libero” mercato. Al contrario i Paesi più deboli ottengono prestiti solo a condizione di accettare il condizionamento (spesso, sfruttamento) dei grandi Sistemi.
Un orientamento politico piuttosto seguito a livello internazionale sta richiedendo da anni una riforma per rendere l’istituzione dell’FMI maggiormente democratica e adeguata alla realtà dei Paesi che “subiscono” la sua politica.

Meccanismo di Stabilità

Cos’è il MES (Meccanismo Europeo di Stabilità) anche detto fondo salva-Stati, e come funziona. Nato nel 2012, a sostituzione del Fondo europeo di stabilità finanziaria e del Meccanismo europeo di stabilizzazione finanziaria, il MES è di fatto il fondo monetario del Vecchio Continente, avente l’obiettivo di dare sostegno ai Paesi membri in caso di crisi e di possibile default. Il Meccanismo Europeo di Stabilità è stato istituito grazie alle modifiche apportate al Trattato di Lisbona, ratificate dal Consiglio UE nel marzo del 2011. L’entrata in vigore del fondo salva-Stati, prevista inizialmente per il 2013, è stata anticipata al luglio del 2012 a causa della crisi del debito sempre più pressante.
L’emergenza epidemica ha messo con le spalle al muro varie economie, e in particolare quella italiana, spingendo i governi a riflettere sui possibili aiuti di livello europeo. Si è parlato a lungo di utilizzare lo strumento senza condizioni, ma è evidente che vi sia sempre una stretta sorveglianza di BCE e Commissione UE. L’Italia vive con disagio il tema della sorveglianza, essendo il maggior contribuente del fondo salva-Stati a livello economico, dopo Germania e Francia.

La stabilità finanziaria

A chi si chiede cos’è il MES potremmo dunque rispondere definendolo un meccanismo volto a mantenere la stabilità finanziaria della zona euro; come organizzazione, ha una propria sede a Lussemburgo. Per garantire la tenuta del Vecchio Continente il fondo salva-Stati emette prestiti sulla base di condizioni piuttosto rigide e in alcuni casi che verranno specificati nelle righe seguenti può anche adottare atti sanzionatori. Nella storia recente il Meccanismo Europeo di Stabilità ha evitato il default di Cipro, Spagna e Grecia, limitandone però pesantemente l’autodeterminazione.

Come funziona il MES

Le modalità d’azione del fondo sono state definite dall’articolo 3 del suo trattato istitutivo, nel quale si disciplina che l’Organizzazione sostiene gli Stati membri, ossia quelli che hanno adottato l’euro come moneta unica. Possiamo suddividere la sua azione in tre fasi distinte. Nella prima lo Stato in difficoltà avanza al presidente del Consiglio dei Governatori del Fondo salva-Stati una richiesta di assistenza. Nella seconda fase il MES chiede alla Commissione UE di valutare lo stato di salute del Paese in questione e di definire il suo fabbisogno finanziario. In questa fase l’esecutivo comunitario e la BCE (e se necessario l’FMI) analizzano se la crisi di quello Stato può contagiare il resto dell’Eurozona. Infine, terza fase, dopo la valutazione, l’organo plenario del MES decide di agire e aiutare il Paese in difficoltà (il tutto più o meno nell’arco di 7 giorni dalla data di presentazione della richiesta formale di assistenza), attraverso prestiti. Le decisioni del Consiglio vengono prese a maggioranza semplice e godono di immunità giudiziaria. I diritti di voto sono proporzionali rispetto alla quota versata da ogni Stato.

Chi gestisce il fondo salva-Stati

Il Meccanismo di Stabilità Europea viene gestito da un Consiglio dei Governatori costituito dai ministri delle finanze dell’Eurozona. All’interno del Consiglio dei Governatori viene nominato il Consiglio di Amministrazione. Alle riunioni del Consiglio è presente il direttore generale (che ha diritti di voto), il commissario europeo agli Affari economico-monetari e il presidente della BCE, questi ultimi due come osservatori con parere consultivo.

La proposta di riforma del 2017

La riforma del Meccanismo Europeo di Stabilità richiede ovviamente l’approvazione dei governi oltre che la ratifica parlamentare di ciascuno Stato, e le nuove condizioni previste per accedere al fondo salva-Stati sono state sin da subito giudicate aspre, perché rendono molto più difficile l’accesso al programma di aiuti. Le condizioni più caratterizzanti sono le seguenti: non essere in procedura d’infrazione; vantare un deficit inferiore al 3% da almeno due anni; avere un rapporto debito/PIL sotto il 60% (o, almeno, aver sperimentato una riduzione di quest’ultimo di almeno 1/20 negli ultimi due anni, insieme ad un’altra serie di paletti non facilmente giudicabili a livello oggettivo. Dopo l’Eurogruppo del 17 marzo 2020, svoltosi nel mezzo dell’emergenza coronavirus, la riforma del MES è stata rimandata (nonostante il parere contrario dei Paesi “frugali”) per dare priorità alla lotta alla pandemia.

Il costo per l’Italia

A differenza di quanto successo durante la crisi finanziaria, per questa emergenza sanitaria è stato attivato il programma apposito dal nome Pandemic Crisis Support. Si tratta in sintesi di un prestito ad hoc per le spese sanitarie, dirette e indirette, che ogni Paese ha dovuto, deve e dovrà sostenere per fronteggiare il COVID-19 e non, come accaduto ad esempio con la Grecia, per rimettere in ordine i propri conti. Il finanziamento può raggiungere un massimo del 2% del PIL dei vari Stati europei. Avendo quindi l’Italia stimato il proprio prodotto interno a 1.800 miliardi, viene fuori la cifra dei 36 miliardi di euro che sarebbe a disposizione per il Paese; recentemente si è parlato di arrotondare la cifra per l’Italia a 40 miliardi.
Il tasso d’interesse sarebbe negativo (l’Italia dovrebbe rimborsare meno di quanto ha preso in prestito) nel caso di una scadenza a sette anni; e praticamente zero (0,08%) nel caso di una scadenza a dieci anni. Anche in considerazione degli attuali rendimenti dei titoli di Stato, il prestito a dieci anni del Mes farebbe risparmiare all’Italia 4,8 miliardi rispetto a un collocamento a debito dei titoli di Stato.
Quei 4,8 miliardi di risparmio diretto potrebbero essere investiti nella scuola, nella spesa sociale, in grandi opere o, atteggiamento minimale, nella riduzione del debito pubblico. La sola condizione prevista per accedere questo strumento è che esso venga utilizzato solo per “spese sanitarie dirette e indirette”. Pertanto, non solo per rafforzare i presidi ospedalieri, assumere personale medico e paramedico, ma anche per formazione di nuove figure professionali e prevenzione sanitaria in altri campi, come ad esempio l’edilizia scolastica. In altri termini il nuovo strumento rende possibile aumentare, anziché diminuire, la spesa sociale.
Il Pandemic Crisis Support è attivo per tutti gli Stati membri e non prevede una “sorveglianza rafforzata” come quella attuata per il “salvataggio” della Grecia. In sostanza non vengono richieste agli Stati membri preliminari riforme economiche o di bilancio. L’intero esborso avverrebbe tutto entro il primo anno di vita della linea di credito.
L’Italia è stata giudicata meritevole di intervento per la sostenibilità del debito. Infatti, nonostante la sua gigantesca dimensione, gran parte del debito italiano è emesso a tassi fissi e la maturità media è aumentata raggiungendo quasi gli 8 anni; di più, un’importante quota del debito pubblico è detenuta dai cittadini italiani stessi.

Le differenze rispetto al 2008

Come vediamo, le condizioni sono radicalmente cambiate rispetto agli interventi Mes post crisi finanziaria del 2008, quando sono stati concessi 98 miliardi di prestiti al Portogallo, 200 miliardi alla Grecia, 76 miliardi all’Irlanda, 41 miliardi alla Spagna, sotto condizione di invasive verifiche esterne dei programmi di risanamento dei Paesi da parte delle autorità europee, la famosa “presenza della Troika”.
Per altri Paesi l’operazione è meno conveniente. Rispetto all’Italia, economie pur indebitate e colpite da Covid come Spagna e Portogallo pagano già tassi d’interesse molto bassi per finanziarsi sul mercato. Il rendimento del bond decennale di Madrid e di Lisbona è dello 0,45% e ciò rende il risparmio relativo dell’accesso al Mes molto più esiguo che per l’Italia. Ci corre l’obbligo ricordare al lettore che attualmente persino il rendimento dei bond greci è più basso di quello italiano.
Immaginiamo invece cosa questo significhi per l’Italia; quest’anno deve finanziarsi sul mercato per almeno 600 miliardi di euro: anche solo la differenza di uno 0,3% nei rendimenti offerti al mercato permetterebbe un risparmio di quasi due miliardi. Fermo restando il conclamato bisogno di decine di miliardi di prestiti, a nostro parere chi rifiuta il Mes impone l’onere di debiti aggiuntivi per almeno 4,8 miliardi, che sarebbero evitabili. Ci troviamo pertanto in una condizione completamente diversa da quella descritta dall’ex ministro greco delle Finanze, Gianis Varoufakis, nel libro “Il Minotauro Globale”, nel quale esprime una lucida analisi sull’aggressività cui la Grecia è stata oggetto nel 2011 dall’applicazione del Fondo salva- Stati.

La critica dei Paesi frugali

La critica in questo momento più aspra è mossa dai piccoli Paesi virtuosi del Nord Europa, in quanto le somme messe a disposizione degli Stati in difficoltà vengono suddivise e composte dalle partecipazioni di ciascun membro non in difficoltà. In sintesi, alla quota versata da ciascun componente viene riconosciuto un interesse diverso: se uno degli Stati più grandi dovesse trovarsi in difficoltà e aver bisogno del Meccanismo, la quantità di propri fondi di cui non può più garantire la disponibilità si riverserebbe necessariamente sugli Stati più piccoli.

Il Recovery Fund

A tutt’oggi, l’Italia non ha attivato il MES: l’accordo attuale prevede che se uno Stato avrà bisogno di aiuto per sostenere e finanziare le spese sanitarie legate al coronavirus, potrà accedere al fondo senza condizioni, attivando il Meccanismo in completa autonomia, senza l’obbligo di utilizzarlo. L’attuale governo italiano finora ha deciso di puntare sul Recovery Fund. Già ad aprile scorso il premier Giuseppe Conte aveva definito lo strumento Recovery Fund come una parte essenziale nella trattativa con l’Unione europea, ma da quel momento sono cambiate molte cose.
Fondo di recupero: questo il significato letterale di Recovery Fund, strumento più volte richiesto dall’Italia con l’obiettivo di arginare l’impatto devastante del coronavirus. La pandemia ha imposto all’UE di trovare e adottare una strategia condivisa per affrontare l’emergenza, ma è stato difficile conciliare le posizioni tra i rigidi Paesi del Nord, come l’Austria e l’Olanda (definiti “frugali”, secondo una recente fortunata espressione), e i grandi Paesi del Sud come l’Italia e la Spagna. I membri settentrionali dell’Unione si sono espressi contro qualsiasi forma di condivisione del debito mentre quelli meridionali ne hanno proposto l’attuazione, visto anche lo stato dei loro conti pubblici.
Qualche tempo fa la Francia e più sorprendentemente la Germania hanno avanzato una proposta sul fondo di recupero basata su concessioni di denaro a fondo perduto. Poi, qualche giorno dopo, è arrivato il progetto di Olanda, Austria, Danimarca e Svezia, al quale ha fatto seguito quello della Commissione europea nel quale sono stati inseriti sia finanziamenti a rimborso che concessioni a fondo perduto.

Come funziona

Inizialmente proposto ed elaborato dai francesi, il Recovery Fund non è altro che un fondo con il compito di emettere i Recovery Bond, con garanzia nel bilancio UE. In questo modo la condivisione del rischio sarebbe comune solo guardando al futuro, senza una vera mutualizzazione del debito passato. Al centro della questione, dunque, abbiamo sempre titoli di debito, ma con questa “leggera” differenza. Il finanziamento del fondo è stato progettato attraverso la raccolta di liquidità derivante dall’emissione dei Recovery Bond. Troviamo corretta la definizione di Recovery Fund utilizzata dallo stesso Giuseppe Conte: un fondo per la ripresa con titoli comuni europei per finanziare la ripresa di tutti i Paesi più colpiti, tra cui l’Italia. Tuttavia, per sapere come funzionerà in concreto bisognerà aspettare ancora. Come anticipato, all’interno dell’Unione europea sono state avanzate diverse proposte in merito. Quella della Commissione UE ha descritto un fondo composto sia da finanziamenti che da concessioni di denaro a fondo perduto, ma ora spetterà ai 27 decidere o meno se approvarla, e soprattutto come.

Riflessioni finali

Come sempre in simili situazioni, che dipendano dai subprime, dalle crisi interne, dalla svalutazione del rublo o da pandemie mondiali, il Sistema Italia manifesta ogni volta la propria debolezza strutturale e la propria inadeguatezza politica e normativa, unitamente ad un sistema bancario impermeabile ad ogni intervento veramente rivolto alla creazione di nuovo valore; ciò in totale difformità ai tempi e modi di reazione di alcuni sistemi con economie di mercato istituite molto più recentemente, ad esempio la stessa Croazia. Alcuni osservatori, a mio avviso legittimamente, critici nei nostri confronti hanno recentemente osservato che il caso croato non è paragonabile al caso italiano, quanto meno per dimensione. È vero, la Croazia è un piccolo Paese con idee chiare e corrette, adeguate a rafforzare il proprio profilo economico; l’Italia è solo un Paese grande, non più, da troppi anni, un grande Paese.

*senior partner di jure consulting – cultura d’impresa

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