PERCORSI EUROPEI L’Europa ai margini dell’Ucraina

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PERCORSI EUROPEI L’Europa ai margini dell’Ucraina

Il Summit europeo a Versailles dell’11 marzo ha visto una netta presa di posizione dell’Unione europea a sostegno dell’Ucraina, vittima di un’aggressione e dell’invasione russa. Questo sostegno si materializza nell’invio di massicci aiuti umanitari e di ulteriori sanzioni al regime di Mosca, colpevole di aver avviato una guerra spietata, colpendo civili innocenti e terrorizzando la popolazione di un Paese indipendente e libero, volendolo assoggettare al neo-impero russo di Vladimir Putin.
Ma su due punti l’Unione europea resta ambigua, per non dire ipocrita: il primo punto riguarda le sanzioni economiche, rigorose, ma non coerenti. Dalle sanzioni economiche è esentato l’approvvigionamento del gas naturale dalla Russia, che continua a fluire attraverso il metanodotto che attraversa l’Ucraina. È chiaro che interrompere il flusso del gas russo metterebbe in seria crisi l’Unione europea e specialmente i due Paesi che da questo dipendono per soddisfare il fabbisogno quotidiano, la Germania, che copre più del 50 p.c. del suo fabbisogno con il gas russo, e l’Italia, che copre così il 45 p.c. delle sue necessità energetiche. Ma è possibile seguire una politica coerente almeno nel campo delle sanzioni economiche e allo stesso tempo mantenere l’afflusso del gas russo? Perché il gas russo si può sostituire, nel caso dell’Italia, soltanto tra tre anni. E questo a condizione di trovare un altro esportatore, costruire dei rigassificatori per poter importare il gas naturale liquido, ma anche realizzare centrali solari ed erigere pale eoliche per acquisire l’indipendenza energetica.
D’altra parte, il flusso ininterrotto del gas russo pone anche una questione di ordine pratico: se l’Occidente ha cancellato l’uso dello Swift per la Russia, come faranno i Paesi dell’UE a pagare il gas russo visto che non possono eseguire i pagamenti bancari? Lo faranno ricorrendo a versamenti occultati attraverso Paesi terzi, infrangendo così le comuni sanzioni economiche? C’è poi anche una questione morale: non sarà che con questi versamenti per il gas che continua a fluire si finanzia, tra l’altro, anche la guerra in Ucraina?
Ancora, c’è pure la questione delle armi e dei sostegni diretti alla difesa dell’Ucraina: perché invece di lasciare ai singoli Paesi la decisione se inviare le armi in Ucraina, magari camuffate da aiuti umanitari, non si è raggiunta una decisione comune, che avrebbe potuto essere interpretata come uno dei primi atti che scaturisce da una politica estera e di sicurezza comune, capace di rafforzare la coesione dell’UE anche in questo campo? È chiaro che l’Europa, qui, nel caso dell’Ucraina, si è di nuovo sfaldata da Unione a organizzazione internazionale di marginale importanza. Lo abbiamo visto anche nella presunta lista delle 15 condizioni poste dalla Russia per interrompere la guerra in Ucraina. La Russia sembra avere proposto che i “garanti” del compromesso che si dovrebbe negoziare sullo status neutrale dell’Ucraina del dopoguerra siano gli Stati Uniti, la Cina, la Francia, il Regno Unito e la Germania. E invece di reagire come prevedono i Trattati di fondazione dell’UE, cioè con una sola voce, l’Europa sembra aver rinunciato al suo ruolo nello sviluppo dei negoziati, se essi mai si concluderanno.
Ma l’Europa ha ancora un’arma che potrebbe far valere nel processo di negoziazione della tregua d’armi e della sospensione dell’aggressione russa. È questa un’arma di grande valore unitario e di solidarietà: si tratta dell’adesione dell’Ucraina all’UE. Nel 2017 il Paese ha firmato il Trattato d’Associazione all’UE, ovvero ha fatto il primo passo per passare poi alla domanda di adesione e ottenere lo status di Paese candidato per l’adesione all’UE. Purtroppo però quando è scoppiata la pandemia da Covid l’UE ha commesso uno sbaglio fatale, decidendo di congelare il processo di allargamento dell’UE fino al 2030, mirando al compattamento dei Paesi che sono già membri e all’esclusione degli Stati dei Balcani occidentali: Serbia, Montenegro e Macedonia del Nord. Ora questa decisione si è ritorta contro l’Ucraina, che solamente quattro giorni dopo l’invasione russa ha sottoposto la sua domanda di adesione. Lo hanno fatto, subito, la Moldavia e la Georgia, il 3 di marzo, paventando un allargamento dell’aggressione russa anche a questi Paesi. E come ha reagito l’UE in questo caso? Facendo orecchie da mercante invece di accettare subito queste domande e far scattare il meccanismo di conferimento dello status di Paese-candidato a questi tre Paesi, in primo luogo all’Ucraina che merita la piena solidarietà dell’Europa unita e non solo mezze misure e un’ipocrisia che la vede continuare a finanziare la guerra della Russia attraverso il pagamento delle forniture di gas. Per questo l’UE dovrebbe agire prontamente e cambiare, proprio sul campo di battaglia, le regole di adesione e di riconoscere che questi Paesi corrono il pericolo di un’imminente occupazione russa. E la stessa cosa vale anche per la Bosnia ed Erzegovina, dove la guerra in Ucraina si riflette nel risveglio dei nazionalismi, fomentati e incoraggiati da fuori. Un’altra sfida per l’Europa che dovrebbe risvegliarsi e – agire.

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