ECONOMIA E DINTORNI La luce del passato ha valore se è in grado di illuminare il presente

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ECONOMIA E DINTORNI La luce del passato ha valore se è in grado di illuminare il presente

Cari lettori, mentre stavo preparando nuove riflessioni sulle varie crisi attualmente in corso a livello mondiale e sulle conseguenze energetiche e finanziarie da esse provocate, venerdì 15 aprile mi è giunta inaspettata la notizia della improvvisa mancanza di Jean Paul Fitoussi; ho immediatamente provato la sensazione di vuoto che si prova quando muore un amico, quella sensazione di indefinita fragilità, di malinconia, che ci invita a sperare nella sopravvivenza ultraterrena semplicemente pensando al sorriso di chi è venuto meno, alla sua ironia, alla permanenza del suo pensiero nelle menti delle future generazioni.

Il carattere

Definirmi amico del Professor Fitoussi può sembrare un atto di presunzione, ma la “colpa” di ciò era sua: nell’unica occasione in cui l’ho incontrato, io umile correlatore a un convegno di alcuni anni fa, è emersa con la più naturale disinvoltura la sua capacità di esprimere cordialità e condivisione del tavolo di lavoro senza alcuna barriera, tutto assolutamente semplice, come passarsi un foglio di appunti o creare il testo di una e-mail per un collega. Un vero nuovo immediato amico sommerso dagli impegni e dotato della buona creanza di scusarsi se non ha richiamato prontamente, di ringraziare per un gesto di cortesia, di apprezzare la tua cravatta che costa un decimo della sua. È proprio vero cari lettori, chi vale veramente è umile, non a caso il termine deriva da humus, terra: persone di valori genuini, con i piedi ben piantati a terra, ugualmente sincere nel dare la stessa gentilezza al Presidente Macron e al conducente del taxi.

Il valore della ragionevolezza

Nei suoi quasi 80 anni di vita ha stimolato platee di intellettuali a riflettere sul valore della ragionevolezza, sul compito reale degli economisti, che non possono essere solo aridi monetaristi, né creatori di modelli matematici basati solo su algoritmi. Profondo conoscitore e divulgatore del pensiero keynesiano, solo poche settimane fa in un intervento alla Luiss aveva sintetizzato gli ultimi cinque anni del mondo odierno, durante i quali è emersa la crisi della teoria economica tradizionale: crisi finanziaria mondiale, crisi bancaria, crisi europea dei debiti sovrani, stagnazione, preoccupante incremento della disoccupazione e del lavoro precario, declino del ceto medio, evidenziazione delle disuguaglianze, e, infine, pandemia socialmente stratificata e ora una guerra palesata in modo cruento, ma in fieri dal 2014.

La vera debolezza? Affrontare l’avvenire con gli occhi rivolti al confortevole cono di luce che riceviamo dal passato.

Il teorema del lampione

Con la consueta semplicità, il Professore ha chiarito che la luce del passato ha valore se è in grado di illuminare il presente; le nostre teorie economiche sono state a più riprese superate (falsificate) dai fatti, che hanno inficiato le politiche rivolte a obiettivi non più sostenuti dall’evoluzione della realtà, basti pensare ai miti della stabilità dei prezzi o della concorrenza trasparente, divenuti in poco tempo ingombranti utopie.

Voglio ricordare il suo brillante “teorema del lampione”: la persona che cerca sotto il lampione le chiavi perdute altrove solo perché quello è l’unico posto illuminato, è l’allegoria con cui Jean-Paul Fitoussi denuncia l’irragionevolezza della tragedia economica e sociale che già da molto tempo colpisce il nostro mondo sviluppato. La sofferenza inflitta alla parte più debole, cioè alla grande maggioranza delle nostre popolazioni; la rassegnazione che ci fa accettare realtà così drammatiche; le teorie economiche e le conseguenti politiche che non riescono a darci una visione chiara della realtà e delle sue crisi, sono il lampione che mette in luce gli aspetti marginali del funzionamento dei sistemi, rigidi nelle politiche di bilancio e di economia monetaria, trascurando la realtà sociale.

La lezione di Keynes è ancora (purtroppo) di cogente attualità: la rigidità comporta effetti negativi sulla crescita dell’economia e sui livelli di occupazione, quindi sulla qualità della società, rendendo necessario focalizzarsi sui rapporti tra democrazia e sviluppo economico, coniugando in modo armonico innovazione ed equità.

Il politologo

Il pensiero di Fitoussi ci stimola a rileggere criticamente la letteratura sul rapporto tra sviluppo socio-economico e democratizzazione, analizzando gli eventi recenti in diverse aree geopolitiche del mondo. Fino a pochi anni fa i risultati sostenevano le tesi ragionevolmente ottimistiche. Oggi, tuttavia, le eccezioni sono evidenti a tal punto da diventare regole, con variabili cruciali che sono intervenute sia in ambito sociale che politico. In effetti “ogni regione è caratterizzata da specifici modelli di interazione, con risultati chiari solo tenendo in stretta considerazione il contesto regionale”.

Non a caso una delle sue letture preferite era “Il secolo breve”, il celebre saggio dello storico britannico Eric Hobsbawm pubblicato del 1994 e dedicato agli avvenimenti principali del XX secolo. Il ventesimo secolo è stato caratterizzato dal confronto tra tre modelli di governo: quello democratico basato sulla pluralità politica ed economica e sul suffragio sempre più universale; quello dittatoriale nazionalista e razzista impersonato da partiti unici di ispirazione fascista, arbitri anche della sperata supremazia economica; e quello comunista, ugualmente dittatoriale perché ideologicamente basato sull’egemonia politica e produttiva del proletariato, rappresentato in modo autocratico dal partito unico della cosiddetta classe operaia e gestito in modo oligarchico.

Alla fine delle due guerre mondiali le democrazie occidentali hanno promosso convintamente processi d’integrazione reciproca. In particolare, dalla metà degli Anni Quaranta in poi i processi avviati per la ricostruzione, l’equità economica e la difesa (Bretton Woods, NATO, Piano Marshall, CECA), sono risultati particolarmente avanzati, delineando a guerra ancora in corso i tratti della moderna Unione europea, a cui veniva riconosciuta la centralità dello scacchiere internazionale.

Per alcuni decenni vi è stato un confronto tra le democrazie occidentali, di fatto egemonizzate dagli USA, e il sistema dei Paesi del socialismo reale, dominati dall’URSS. I cosiddetti Paesi in via di sviluppo cercarono di restare neutrali e di prendere in misure variabili i modelli del primo e del secondo sistema, definendosi “non allineati” e proponendosi con forme miste tra democrazia e autoritarismo, con economie di mercato semi aperto o semi chiuso a seconda delle opportunità del momento.

La caduta del muro di Berlino

La caduta del muro di Berlino nel 1989 e la conseguente dissoluzione dell’URSS nel 1991 hanno mostrato i limiti sociali, economici e politici del modello imposto dal socialismo reale, talché al mondo è sembrato ovvio che solo il modello democratico potesse essere il riferimento del futuro mondiale, influenzando anche un più rapido passaggio alla democrazia per i rimanenti regimi autoritari. A tale proposito è illuminante la disamina che il Professore esegue sulla Cina dei primi anni Ottanta: l’oligarchia gerarchica dei competenti voluta da Deng Xiaoping intraprende un percorso diverso dall’URSS, aprendo l’economia cinese al mercato capitalistico e al commercio internazionale, ma conservando un sistema politico a partito unico e senza elezioni, definito con il famoso ossimoro “dittatura democratica del popolo”. Basti pensare che il PIl cinese a ridosso del 2000 era inferiore a quello italiano, ma il rapido sviluppo e un’intensa politica di formazione hanno portato in poco tempo l’economia cinese al secondo posto nel mondo.

Esiste la terza via?

La domanda è pertanto quale sistema sia migliore. Profondo studioso del pensiero di Max Weber, Fitoussi si confronta con il collega inglese Anthony Giddens, di fatto l’ispiratore della politica di Tony Blair, ponendo finalmente la sociologia sullo stesso piano della politica pura e dell’economia, al fine di individuare una nuova alternativa alle diseguaglianze del neoliberalismo e alle rigidità della vecchia socialdemocrazia. Nel 1998 viene pubblicato da Giddens “La terza via”, il manifesto per la costruzione di una società che premi l’innovazione e il dinamismo senza escludere gli strati sociali più deboli.

Come suo costume, Fitoussi non considera il brillante elaborato di Giddens come un punto di arrivo, ma la partenza per una nuova tappa del percorso dell’intelligenza. Nella sua concezione, infatti, l’intelligenza diffusa è il prerequisito per competere quale comunità fatta di singoli. I dati numerici statistici, che influenzano molte scelte di politica economica, tendono talora a limitare la libera espressione creativa dell’intelligenza individuale, che va invece motivata a costruire l’aggregazione del pensiero complesso, ossia dell’insieme quantitativo e qualitativo delle intelligenze di tutti gli operatori (persone, aziende, istituzioni pubbliche e sociali); e siccome l’intelligenza non è facilmente esprimibile in valori monetari, è spesso trascurata nella modellistica socio-economica, e questo contrasta con il concetto secondo cui il capitale umano è la componente primaria dell’intelligenza aggregata.

L’evoluzione del confronto mondiale

Fino a due anni fa era chiaro che nel XXI secolo il confronto mondiale tra sistemi politici e sociali sarebbe stato tra democrazia ed autoritarismo; la pandemia e l’intervento russo in Ucraina hanno costretto gli osservatori più avveduti ad aggiornare il confronto, che sarà vinto da chi avrà sviluppato l’intelligenza aggregata del realismo politico per acquisire la percezione dell’indesiderato, gestire bene il presente e interpretare i segnali del possibile futuro, in una perdurante transizione evolutiva, tale da acuire la sensibilità per storia, economia e cultura di ogni area continentale o sub-continentale; lo sforzo di convergenza dovrà giocoforza avvenire nello stesso quadro mondiale, verso le situazioni giudicabili migliori. Da qui la necessità di forti dosi di diplomazia multilaterale e di un confronto tra strategie geopolitiche.

Non sappiamo quanti Paesi di volta in volta entreranno nel modello autoritario e quanti in quello democratico; la scelta dei loro popoli sarà sostanzialmente grazie all’intelligenza del reale sviluppata verso i modelli desiderati, facendo prevalere le loro responsabilità, come attori e, ove possibile, come elettori.

Il Professore aveva intuito lucidamente che la spasmodica ricerca di colpe esterne per tutti i mali non porta a trovare la via per la pace e il benessere, così come non lo fanno gli “aiuti”, perché sia la politica delle bombe sia quella delle sanzioni, più o meno “illuminate”, sono sostanzialmente inefficaci.

La struttura produttiva impone trasformazioni che richiedono la successione di più generazioni. È necessario pertanto rispettare i tempi necessari all’articolata transizione di ogni area continentale e alle sue trasformazioni culturali. Il rispetto dei diritti umani favorisce la transizione pacifica; per questo è non solo nell’interesse interno di un singolo Paese, ma anche a beneficio dell’ordine internazionale. Le pulsioni autoritarie dovrebbero sempre essere contrastate dalle democrazie come danno alla pace e all’equo sviluppo internazionale, per cui difesa del principio e non ad personam bellum.

Intelligenza e buona società

Evidentemente spetta a Nord America e Europa curare l’evoluzione positiva del modello democratico occidentale in modo da essere divulgatori dell’integrazione globale e degli obiettivi concordati nel rispetto dei valori fondanti le democrazie moderne: libertà, uguaglianza, fraternità e solidarietà sociale. Potenzialmente le democrazie compiute sono in grado di perseguire questi obiettivi, ma occorre capacità per tradurli in azioni efficaci da condividere fra gli elettori, spesso ancora dipendenti da modelli egoistici, per ricercare la convergenza grazie a una migliore integrazione tra i diversi territori e la migliore comprensione e valutazione delle possibili interdipendenze. Queste capacità sono sintetizzate dal termine intelligenza.

E in democrazia il termine va integrato con il qualificativo “intelligenza aggregata” (appunto l’insieme degli elettori e dei soggetti giuridici). Lo schema del circuito dell’intelligenza, almeno in parte, è stato di fatto utilizzato nella lotta al Covid.

Grande convinto federalista, Jean Paul Fitoussi sostiene che è principalmente l’Unione europea a dover vincere la sfida culturale, istituzionale e gestionale attraverso l’intelligenza politica, senza dover rivoluzionare le Costituzioni in forza del principio di sovranità.

Caro Jean Paul, il tuo pensiero ti sopravviverà, perché abbiamo ancora tanto da imparare dalle tue lezioni.

Ciao Prof!

La biografia

Jean Paul Fitoussi era un economista francese, nato a La Goulette (avamporto di Tunisi) il 19 agosto 1942. Il suo percorso accademico era iniziato nel 1968 quando, dopo il dottorato di ricerca, era diventato assistente all’Università di Strasburgo nella facoltà di Economia. Nel 1971 divenne docente universitario e nel 1979 Fitoussi arrivò all’Istituto universitario europeo di Firenze e in un secondo momento, come docente di International Economics e di Introduction to the Economics of European Integration, alla Luiss Guido Carli di Roma (2010). Nel 1982, divenne professore all’Istituto francese di studi politici a Parigi, la prestigiosa SciencesPo, dove divenne anche professore emerito. Fu a lungo direttore dell’Osservatorio francese delle congiunture economiche (OFCE), membro del del consiglio scientifico dell’Istituto “François Mitterrand”; del Center for Capitalism and Society delle Columbia University, presidente del consiglio scientifico dell’Istituto di studi politici di Parigi dal 1997 e membro del Consiglio di analisi economica del Primo ministro francese. Dal 1990 al 1993, è stato presidente del Consiglio economico della Banca europea per la ricostruzione e lo sviluppo e dal 2000 al 2009 ha svolto l’incarico di esperto presso il Parlamento europeo, Commissione degli Affari economici e monetari.

Jean-Paul Fitoussi era un economista keynesiano nelle idee e nella politica economica portata avanti, aveva diretto con i Nobel Joseph Stiglitz e Amartya Sen la Commissione per le performance economiche e il progresso sociale, che nel settembre 2009 aveva proposto nuovi indicatori più adatti del Pil per determinare il livello di benessere delle popolazioni. Molti dei temi che amava affrontare la disoccupazione, le economie aperte e il ruolo delle politiche macroeconomiche. Recentemente si era occupato dei rapporti tra democrazia e sviluppo economico.

Fitoussi aveva viaggiato molto in Italia e aveva definito il periodo trascorso a Firenze, all’Istituto di Studi Europei di Fiesole, “uno dei più belli della sua vita”. In Italia è stato anche per un periodo nel consiglio di amministrazione di Telecom Italia e nel consiglio di sorveglianza di Banca Intesa Sanpaolo. Era tra gli ospiti attesi della prossima edizione del Festival dell’Economia di Trento, a cui ha contribuito nei mesi scorsi con un ruolo importante nell’organizzazione. Nel 2009 aveva già partecipato al Festival, presentando l’edizione italiana del libro “La nuova ecologia politica – Economia e sviluppo umano” scritto con Eloi Laurent. 

Porre fine alle sofferenze sociali

Tutto è irragionevole in ciò che accade nel mondo d’oggi: piú di cinque anni di stagnazione, un balzo della disoccupazione e del lavoro precario, il declino del ceto medio, l’esplosione delle disuguaglianze.
Ma da dove viene questa irragionevolezza e perché la accettiamo? Il teorema del lampione è un libro che invita a fare un viaggio viaggio nei territori che abbiamo intravisto durante le crisi che si sono succedute dal 2007-2008: la crisi della teoria economica, la crisi finanziaria mondiale, la crisi bancaria, la crisi europea dei debiti sovrani, e, infine, quella dei nostri sistemi di misura.
Con un bilancio insopportabile: noi affrontiamo l’avvenire con gli occhi rivolti al cono di luce che ci giunge dal passato. Non possiamo trovare nulla sotto queste luci, se esse non sono in grado di illuminare il tempo presente. Le nostre teorie economiche – falsificate a piú riprese dai fatti – e le nostre politiche rivolte a obbiettivi che derivano da esse (stabilità dei prezzi, concorrenza, sostenibilità del debito) non riescono piú a rendere conto della realtà né a rispondere ai bisogni della popolazione. Il teorema del lampione è, in egual misura, un appello a dare più peso all’esigenza di legalità senza la quale le nostre democrazie deperiscono, le nostre economie funzionano male e il benessere della popolazione si riduce ai minimi termini.

*senior partner juris consulta-cultura d’impresa

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