DIARIO DI UN DIPLOMATICO La carica irresistibile di Ervin Dubrović

Ervin Dubrović. Foto Roni Brmalj

Eravamo tutti emozionati all’Ambasciata croata di Roma all’avvicinarsi di quel fatidico giorno, il 1.mo luglio, quando la Croazia entrò a far parte dell’Unione europea. Un po’ per il significato storico dell’evento, ma anche per i preparativi per la “festa nazionale”, come si chiama nel gergo diplomatico il ricevimento annuale che ogni sede diplomatica organizza. Invece noi, a Roma, decidemmo quella volta di celebrarla il 1o di luglio, in concomitanza con l’inizio della nostra “nuova realtà europea”. E così, occupatissimo con i preparativi, ricevetti una telefonata: era Ervin Dubrović, direttore del Museo civico di Fiume. Lavorava nell’Archivio del Museo storico di Roma, scavava per trovare documenti o fotografie su Francesco Drenig, un illustre fiumano. E, naturalmente, aveva deciso di dare un colpo di telefono all’Ambasciatore, per di più anche lui fiumano. Aveva già sentito lì, da Marino Micich e da Amleto Ballarini, che io al Museo di Fiume c’ero già stato, a differenza dei miei predecessori, che si erano ben guardati dal mischiarsi troppo con gli esuli e le loro organizzazioni. Eccezion fatta, naturalmente, per Drago Kraljević, istriano: entrambi finiti a fare gli Ambasciatori durante i due governi di centrosinistra della storia recente croata e con dei Capi di Stato accondiscendenti, lui durante la presidenza di Stipe Mesić e io durante quella di Ivo Josipović – brevi interludi d’apertura e onestà politica e intellettuale. E così, sentiiDubrović, e naturalmente insistetti perché venisse anche lui alla festa: sarà una kermesse, ci sarà Battifiaca di Fiume, alias Maro Lipovšek, a fare l’animatore.
“Ma io sono in tenuta da lavoro, qui all’Archivio Museo, perfino in calzoncini corti!”. Niente da fare, insistetti io, e così il povero Dubrović venne alla festa, elegantissimo, non gli dissi niente, ma credo che dovette comprarsi, qui a Roma, un abito nuovo, cravatta e camicia bianca, dei quali era, ovviamente, sprovvisto. Ma il lavoro, e anche buono, lo fece nell’Archivio Museo di Fiume. E ritornò a casa con dei documenti preziosi e una donazione di fotografie di Francesco Drenig, un fiumano esule, che era stato uno dei personaggi più importanti di Fiume tra le due guerre, che aveva fatto da anello di congiunzione tra le culture, quella italiana e quella degli Slavi del sud. Un personaggio versatile,
e il nostro bravo Dubrović, al ritorno a Fiume, aveva curato una mostra su di lui. Collaboratore e “spiritus movens” di tante iniziative atte a far conoscere le letterature della Jugoslavia nelle riviste fiumane “Delta”, “Fiumanella”, “Termini” e altre, Drenig non era stato un autore particolarmente prolifico: di lui restano delle poesie, traduzioni, saggi e diversi articoli pubblicati anche sui giornali di quel periodo. Ma il suo merito è stato di aver saputo cogliere i nuovi fenomeni delle varie letterature slave e dei movimenti d’avanguardia nei Paesi balcanici. Un’attività principalmente divulgativa, ma che si presta a essere una base sulla quale si può costruire una collaborazione tra la Fiume di oggi e quella di ieri. E Dubrović seppe cogliere quest’opportunità: prima nel 2013. con la mostra su Drenig a Fiume, e poi con la pubblicazione della sua ricerca, nel 2015, nell’ambito di un’impresa editoriale che vide, per il suo libro, la cooperazione tra Centro di ricerche storiche di Rovigno, il Museo civico di Fiume, l’Unione italiana e l’Università Popolare di Trieste. Una “joint venture” prolifica, che aprì anche una nuova pagina d’iniziative di questo tipo. E se Dubrović seppe cogliere al volo Drenig, io lo feci con Dubrović e la sua idea di portare la mostra, e presentare il suo volume su Drenig, anche a Roma. Detto, fatto.
Congiuntamente con l’Archivio Museo di Fiume e con la sponsorizzazione del senatore Aldo Di Biagio, la mostra dal titolo “Francesco Drenig. Contatti culturali italo-croati 1900-1950” venne inaugurata al Senato della Repubblica il 14 ottobre del 2016, nella bellissima sala dell’Istituto di Santa Maria in Aquiro in piazza Canonica, nei pressi del Pantheon e di Piazza Navona. Una bella manifestazione, perché parlare di Francesco Drenig, intellettuale, poeta, traduttore e anche fotografo formatosi nell’atmosfera multiculturale e mitteleuropea di Fiume, costituiva uno spunto prezioso per riflettere, e incontrarsi, sui grandi temi del burrascoso ‘900 fiumano. Una figura un po’ dimenticata, come del resto lo era anche quella di Enrico Morovich, un altro esule fiumano illustre. Ma Dubrović continuò il suo percorso di mediatore culturale tra le due sponde dell’Adriatico: nel novembre dello stesso anno portò la mostra a Trieste, a palazzo Gopcevich e questa volta parteciparono all’evento anche i due sindaci, di Trieste e Fiume, Cosolini e Obersnel. Naturalmente, c’ ero anch’io, con grande soddisfazione. Ricordo che alla mostra c’era anche una mia collega dei tempi in cui ero sottosegretario alla Cultura in Croazia, agli inizi degli anni Ottanta del secolo scorso, la prof.ssa Marija Mitrović, ora dell’Ateneo triestino e allora sottosegretaria, anche lei alla Cultura, della Serbia. “Un’ottima iniziativa, bravi!”, si congratulò con me. “Queste cose dalle mie parti ancora non sono nemmeno immaginabili!”. Ma il merito è stato di Dubrović, che coi calzoncini corti ha scavato in lungo e in largo nell’Archivio Museo di Fiume. E ci ha azzeccato in pieno…

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