DIARIO DI UN DIPLOMATICO Il mio conflitto con Zagabria sull’Ue

Quando, nell’autunno del 2012, il Comitato norvegese decise di assegnare il Premio Nobel per la pace all’Unione europea, non poche furono le reazioni critiche e, decisamente, negative. Le motivazioni del Comitato di Oslo erano chiare: l’Ue ha contribuito, in questo secondo dopoguerra, al mantenimento della pace, alla riconciliazione, alla democrazia e ai diritti umani. Incontrastabile, questa motivazione. Eppure, questa decisione aveva incontrato lo stupore dei media, di molti politici e anche di premi Nobel degli anni precedenti. Ebbene, mi unii a questo coro, scrivendo un articolo che fu pubblicato sul sito t-portal.hr, con il quale collaboravo da anni. Ma quando lo scrissi, quell’articolo, ormai ero diventato Ambasciatore della Croazia a Roma. Nella prassi, e anche nella teoria della diplomazia, un agente diplomatico deve ben astenersi dall’esprimere opinioni, in pubblico, sul Paese di destinazione. Era successo che una giovane diplomatica, addetta all’Ambasciata croata presso il Vaticano, avesse inavvertitamente, in un’intervista ad una rivista di moda femminile, dichiarato che i prezzi dell’affitto degli appartamenti a Roma erano un po’ troppo alti, ed era stata subito richiamata in patria. Però, il placet per l’intervista l’aveva chiesto in anticipo, ai suoi superiori a Zagabria, e le era stato concesso il permesso di rispondere, ma evidentemente questa risposta era stata ritenuta, assurdamente, come una violazione della “cortesia diplomatica”. Però, la giovane aveva reagito e aveva portato il caso in Tribunale, che le diede ragione, e cosi il Ministero degli Esteri dovette reintegrarla nei ranghi diplomatici.
Prima di partire per Roma, precisai con il Capo dello Stato croato, che secondo le lettere credenziali era il mandante della mia missione, che come ex-accademico ci tenevo a proseguire il mio lavoro, e cioè a continuare a scrivere dei temi dei quali mi sono occupato in veste di ricercatore. Il Presidente, Ivo Josipović, mio collega, anche lui docente universitario, si disse d’accordo: d’altronde, è arcinoto che dei diplomatici famosi continuarono a scrivere e affrontare temi di loro interesse: ad esempio Stendhal, che fu Console francese in Italia (presso lo Sato pontificio, per essere precisi), pubblicò diversi libri sull’arte e sulla cultura italiana, e anche appunti di viaggio. Naturalmente, non tutti i diplomatici sono scrittori o studiosi, ma molti britannici coltivarono il loro interesse anche da diplomatici: studiosi di lingue orientali, archeologi, storia dell’arte… Ci sono stati anche dei diplomatici jugoslavi, come Miloš Crnjanski, che scrisse anche di politica nonostante fosse l’addetto stampa a Roma, e poi anche Ivo Andrić che scrisse delle belle pagine sulla cultura italiana, ma anche sull’ascesa del fascismo – proprio mentre era diplomatico a Roma. E cosi, scrissi anch’io su quello di cui mi occupavo mentre insegnavo a Zagabria – sull’Unione europea. La mia critica del premio Nobel assegnato all’UE non fu molto differente da quella espressa in molte lettere di vincitori del premio Nobel per la pace: perché dare il premio Nobel a un’organizzazione che semplicemente ha fatto il proprio dovere, perché la pace, i diritti dell’uomo, la democrazia – sono tutti principi di base dell’Unione europea. E poi, l’intenzione primaria di Alfred Nobel era premiare gli individui che hanno lottato per la pace, mettendo a rischio anche la propria vita. Questo era anche il contenuto della lettera scritta da Peres Esquivel, premio Nobel 1980. per la ricerca dei “desaparecidos” in Argentina, dal vescovo Desmond Tutu, premiato per la lotta contro l’apartheid, e Mairead Maguire, vincitrice del premio nel 1976. per la pace nell’Irlanda del Nord. A dire il vero, io avevo aggiunto una critica ancora più mordace: ritenevo, e lo ritengo tuttora, che i burocrati dell’Ue sono pagati per il loro lavoro, e anche molto bene. È dunque loro dovere, ben retribuito, promuovere la pace, la democrazia e i diritti umani. Senza alcun rischio per la loro vita, ben retribuiti e protetti nei loro uffici di Bruxelles. Però, la critica non fu ben digerita negli ambienti di Bruxelles, e il rappresentante dell’Ue a Zagabria espresse il suo disappunto all’allora ministro croato degli Affari esteri, Vesna Pusić. Il caso fu discusso anche in sede governativa, e il presidente del governo croato, Zoran Milanović, non volle ascoltare nessuna delle ragioni che io adducevo a mio discarico. Anzi, mi fu mandata una lettera, nella quale il firmatario, l’allora sottosegretario agli esteri, Hrvoje Marušić, mi comunicò la decisione del ministro e del premier di impormi il “silenzio stampa” per quel che riguarda la mia collaborazione con i media e le riviste anche scientifiche. A nulla valse l’opinione opposta del Capo dello Stato, che invece aveva mostrato comprensione, essendo anche lui un autore. E così, incominciò la mia “guerriglia” con i miei capi a Zagabria – e nel tempo libero mi dedicai a comporre un dizionario diplomatico, inglese-croato, prudentemente pubblicato dopo la fine del mio mandato a Roma…

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