L’esperienza che mi permise di capire l’esodo

Come già scritto nella puntata precedente di questo mio diario, la mia missione a Roma fu facilitata dalle conoscenze fatte molto prima dell’assunzione dell’incarico di Ambasciatore. Qui devo menzionare ancora una volta i contatti con la Società di studi fiumani, ovvero con Amleto Ballarini e Marino Micich. È naturale, perciò, che io mi sia rallegrato quando è arrivata la voce, da Fiume, che Amleto Ballarini aveva ricevuto la Targa d’oro della Città per il suo contributo all’affermazione internazionale del capoluogo quarnerino. Così che non ebbi difficoltà a intavolare dei rapporti amichevoli e anche cordiali con la comunità dell’esodo a Roma e in Italia.
A dire il vero, ciò mi fu anche possibile perché il mondo dell’esodo non mi era affatto estraneo. La famiglia di mia madre, fiumana di antiche origini toscane, aveva preso la via dell’esodo dopo la guerra, in tre ondate: la prima aveva visto partire due miei prozii con le rispettive famiglie, e poi erano seguite due delle mie zie con i miei cugini, e alla fine erano partite anche la nonna e la bisnonna.
Mia madre fu tentata di rimanere in Italia quando visitammo mia nonna e la bisnonna in un campo profughi, a Vicenza, nel lontano 1950. Mio padre era caduto in disgrazia ed era andato in “viaggio di lavoro”, come si usava dire allora, una locuzione ripresa felicemente da Emir Kusturica nel suo film “Papà in viaggio di lavoro”, dove questa metafora era impiegata per segnalare che il soggetto interessato non era affatto andato in viaggio di lavoro, ma era finito in carcere – nel caso della storia narrata da Kusturica, si trattava dell’epurazione dei seguaci o simpatizzanti del Cominform, in gran parte comunisti ingenui oppure indottrinati dall’ideologia comunista, dogmatica, che credevano nella vittoria del comunismo mondiale.
Mio padre cadde in disgrazia per altri motivi: da comandante militare del Silurificio, aveva permesso ai prigionieri tedeschi, su loro richiesta, di lavorare in un turno, in una squadra, per ragioni di comunicazione, perché dispersi in vari turni faticavano a comprendere i compiti che erano loro affidati non sapendo la lingua. Questo fu il primo campanello d’allarme. Il secondo venne quando bisognava, su decreto, nominare gli “stakanovisti”, cioè segnalare i migliori operai e decorarli con la medaglia di “udarnik”, cioè “operaio modello”. Mio padre, ingegnere navale d’anteguerra e poi comandante partigiano dopo la prigionia in Germania e in Italia, valutò in maniera obiettiva le proposte e i suoi “operai modello” risultarono tutti italiani, gente locale che aveva esperienza nel Silurificio e che a differenza dei colleghi nuovi, impiegati dall’esercito jugoslavo, non aveva bisogno di imparare il mestiere. Questo fu il secondo campanello d’allarme. La goccia che fece traboccare il vaso fu quando questi “operai modello”, italiani, ma anche gente del posto, proposero al comandante – mio padre – di andare a prendere dei pezzi di ricambio che si potevano trovare soltanto nella zona B. E quando arrivarono nella zona B, questi “operai modello” varcarono la linea di demarcazione e si dileguarono a Trieste. Naturalmente, mio padre fu accusato di aver reso possibile il “raggruppamento dei prigionieri tedeschi” (inoltre parlava il tedesco, ciò che lo rendeva ancora più sospetto); e poi venne l’imputazione di avere intenzionalmente premiato con le medaglie di “udarnik” operai di nazionalità italiana, per poi rendere possibile la loro fuga in Italia con il pretesto dei pezzi di ricambio… Naturalmente, mio padre finì ai lavori forzati; per fortuna era un ingegnere navale d’anteguerra e il Paese aveva bisogno di quadri tecnici, per cui finì a Lussinpiccolo, nel cantiere, a espiare le sue colpe…
A quel punto, mia madre decise anch’essa di unirsi all’esodo. E così passammo tre mesi nel campo profughi di Vicenza, un casermone dei carabinieri adibito a campo di raccolta. Mi ricordo di quei tre mesi, vivevamo in spazi angusti. Il casermone era diviso in piccole celle di 3 metri per 3, separate da coperte militari stese su telai di legno; così vivevamo tutti in un’atmosfera d’emergenza, con le grida dei bambini, il baccano intermittente. Ricordo che dormivo su due sedie messe insieme, piccolino com’ero, mentre mia madre divideva il letto con la bisnonna, che ricordo mi fregava la cioccolata che ricevevamo da varie delegazioni che visitavano i profughi. Ogni tanto andavamo a dei comizi ai quali partecipavano quasi tutti i profughi, e tutti gli oratori promettevano che saremmo ritornati a Fiume, in Istria e Dalmazia, e che era soltanto questione di tempo. Mia madre sbraitava contro questa gente, li chiamava “fascisti”, anche se poi molti erano soltanto monarchici o aspiranti politici che si facevano le ossa in questi comizi. La cosa più importante per me era che distribuivano della cioccolata e delle caramelle; una volta avevo ricevuto anche un palloncino, verde, con lo stemma sabaudo sulla bandiera italiana. Purtroppo, durante la notte mia madre lo appese al telaio che divideva queste celle, e qualcuno me lo rubò…. La mattina seguente non riuscivo a finire di piangere e chiesi a mia madre di ritornare, subito, a Fiume, dai miei nonni paterni, dove potevo giocare nell’orto senza avere paura che qualcuno mi rubasse i miei giocatoli. Per fortuna, mio padre fu in quei giorni rilasciato da Lussinpiccolo. Le autorità avevano bisogno di un ingegnere a Fiume, e cosi mia madre decise di tornare; e furono lacrime amare, al nostro rientro. Così si concluse il mio breve, ma intenso periodo di “profugo”.

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