«The Lion’s Den» e la rappresentazione mediatica della contemporaneità

L’esibizione di Sabina Bočková e Johana Pocková ha segnato la conclusione del progetto Springback Ringside

Il direttore dell’HKD, Edvin Liverić Bassani mentre si rivolge al pubblico

Dopo la visione di “Babae” con la tecnica della realtà virtuale (VR), la Casa croata di cultura (HKD) di Sušak ha allestito la proiezione di “The Lion’s Den” utilizzando la medesima tecnologia. Con la performance di danza coreografata e realizzata da Sabina Bočková e Johana Pocková si è conclusa la permanenza presso l’HKD del progetto Springback Ringside promosso dall’hub londinese Aerowaves, di cui fa parte anche la stessa HKD.

 

Come osservato in apertura dell’evento dal direttore dell’HKD, Edvin Liverić Bassani, dell’esiguo pubblico della serata hanno fatto parte diversi spettatori che avevano partecipato anche a “Babae”, il primo dei due spettacoli proposti con l’innovativo allestimento in VR, il che potrebbe essere prova della buona riuscita del progetto. In effetti, anche lunedì scorso il termine della visione è stato accompagnato da un vivace applauso, malgrado l’effettiva assenza dei performer sulla scena.

Le danzatrici hanno espresso una varietà di emozioni

Costruire un’immagine diversa
Anche questa volta, come nel caso di “Babae”, ciascuno spettatore, grazie agli occhiali VR forniti dagli organizzatori, ha potuto visionare la registrazione dello spettacolo avendo l’impressione di trovarsi sul proscenio di un teatro, in prossimità delle performer che sulla scena hanno portato una coreografia che deve molto al teatrodanza di Pina Bausch, una delle più importanti coreografe del Novecento. La performance si apre con le due danzatrici che, con lo sguardo fisso alla macchina da presa (e, di conseguenza, a ogni singolo spettatore che guarda la ripresa per mezzo dei visori VR), introducono una danza che inizialmente coinvolge solamente pochi movimenti del corpo, seguendo la partitura musicale che guida il ritmo della coreografia. Le performer, vestite in abiti maschili di color grigio chiaro, nella prima parte dello spettacolo “danzano” stando in piedi e senza cambiare la posizione delle gambe, modificando espressione del volto secondo l’andamento della musica prodotta da un DJ posto nel lato destro della scena dalla quale sono state rimosse le quinte. Non distogliendo mai lo sguardo dalla macchina da presa (ovvero dallo spettatore), le danzatrici riescono a esprimere una varietà di emozioni che spaziano dall’euforia alla tristezza, dalla risata al dolore.

Come “Babae”, anche “The Lion’s Den” è una performance realizzata con l’utilizzo di pochi oggetti di scena e una scenografia spoglia, e che, di conseguenza, si basa sull’abilità delle danzatrici nel comporre movimenti espressivi. Piuttosto che esplorare ed elaborare un concetto base, le due autrici hanno deciso di lavorare sulle diverse questioni legate alla rappresentazione mediatica della contemporaneità, come spiegato nel corso dell’incontro Zoom allestito al termine della visione. In questa riflessione sul potere dei media e sul modo in cui la stessa realtà viene modificata e plasmata dai media, è forse più evidente nel momento in cui le performer si abbracciano e si intersecano in modo da dare l’impressione di un terzo corpo nascosto dietro le danzatrici. È forse proprio quella la caratteristica spesso celata dei media: l’abilità nel condurre, dirigere e costruire l’immagine nascondendo le tracce di una tale supremazia.

Lo spettacolo si è potuto seguire mediante gli occhiali VR

Un diamante grezzo
Ciò che è interessante notare è che le performer non rivolgono mai lo sguardo l’una all’altra, costruendo invece lo spettacolo attraverso due esecuzioni speculari, ma non perfettamente sincronizzate, mettendo in luce così la componente umana della rappresentazione mediatica – mai perfetta e mai completamente uguale. La colonna sonora della performance, composta ed eseguita “dal vivo” da Lukáš Palán, si basa in gran parte su una partitura fatta di percussioni, chitarre elettriche e suoni ricavati dal genere rock degli anni ’60 e ’70, al quale a momenti si aggiungono le voci delle performer, come quando distese a terra ripetono i primi due versi di “I want you (She’s so heavy)” dei Beatles.

A differenza di “Babae”, lo spettacolo di Sabina Bočková e Johana Pocková difficilmente si presta a un’interpretazione e a un’analisi data la varietà di elementi con i quali la performance gioca: la questione della rappresentazione mediatica, in questo caso, viene caricata di una grande varietà di simboli e concetti che vanno dalla dimensione politica a quella femminile, dal tabù alla perversione. A molte di queste componenti, infatti, non viene dato abbastanza spazio, bensì vengono toccate solamente di sfuggita, il che a volte rende difficile la percezione e l’interpretazione delle stesse da parte dello spettatore. Il risultato è una performance di grande potenzialità che, tuttavia, necessita di una revisione e di un approfondimento. In questo senso, se in “Babae” è possibile individuare una maturità della performer che padroneggia perfettamente l’azione scenica, “The Lion’s Den” si presenta piuttosto come un diamante grezzo che, speriamo, verrà lucidato nel corso delle future esibizioni dal vivo.
In occasione dell’incontro con Sabina Bočková, Johana Pocková e John Ashford (fondatore dell’hub Aerowaves), allestito per il tramite della piattaforma Zoom al termine dell’evento, le autrici hanno illustrato il processo di creazione della performance, soffermandosi sull’esperienza della ripresa per la visione in VR. “Ciò che ci ha sorprese positivamente è stata la realizzazione che si tratta di una modalità che non potrebbe mai sostituire l’esibizione dal vivo”, ha ammesso Sabina Bočková. “È stata un’esperienza interessantissima – ha aggiunto – e ci piacerebbe molto aver l’opportunità di ripeterla qualche volta, anche se non si tratta di una modalità dell’esibizione che preferiamo. La performance dal vivo è pur sempre la vera ragion d’essere del teatro e della danza”.

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