La vita bohémien commuove ancor oggi

Applauditissimo allestimento dell’opera pucciniana al Teatro fiumano, per la regia di Fabrizio Melano, pluridecennale collaboratore del «Metropolitan»

Da sinistra Kevin Greenlaw, Luka Ortar, Marjukka Tepponen, Angelo Fiore e Dario Bercich

È stato un autentico tour de force lirico per il TNC “Ivan de Zajc” di Fiume la Trilogia pucciniana, andata in scena nell’arco di un solo mese. Dopo “Madama Butterfly” e “Tosca”, sabato sera è stata la volta di “La Bohème” capolavoro del giovane Puccini, anch’egli al tempo artista squattrinato e di belle speranze, e quindi parte dell’“allegra brigata”.
“Io posseggo un istinto soltanto per le piccole cose e non voglio occuparmi di nient’altro se non di esse”. Così Puccini esprimeva la sua poetica, cogliendo in pieno il carattere della Bohème, la cui vicenda, si intuisce, rispecchiava anche il suo intimo vissuto personale. “Più invecchio, più mi convinco che ‘La Bohème’ sia un capolavoro e che adoro Puccini, il quale mi sembra sempre più bello”, ebbe a dire lo scorbutico Stravinskij nel 1956.
Quest’opera – nella sua baraonda di suoni e azioni, di personaggi e popolo, di melodie bellissime e commoventi, di slanci ideali, di cori e marcette cadenzate, che risuonano alla Vigilia di Natale nel Quartiere latino nella gelida Parigi del 1830, e che ancor oggi fa fremere di commozione – è tante cose insieme e può essere letta a diversi livelli.
Quadro spietato della società
“La Bohème” è, anche se non intenzionalmente, uno spietato quadro di una società in cui la gioventù muore di tisi sotto il peso di una povertà estrema, conseguenza di una macchina economico-sociale i cui ingranaggi stritolano senza pietà i “piccoli”, i deboli (ahinoi, quant’è “moderna” quest’opera!).
I quattro giovani artisti, con i loro slanci e ideali, sono metafora della poesia, della pittura, della letteratura e della filosofia; dell’arte e della cultura, insomma. La cultura rende dignitoso, anzi, nobile, chi la pratica, al di là delle miserie quotidiane e di chi minaccia la sua stessa sopravvivenza, potrebbe essere uno dei messaggi pucciniani. Mimì “è il simbolo di una primavera della vita destinata a passare”. Quest’opera celebra palesemente anche l’amore, del quale l’uomo si sostanzia e gioisce, in virtù del quale riesce pure a “sublimare” i limiti dell’esistenza. Amore, che però soccombe dinanzi alle crude asprezze della vita.

Marjukka Tepponen e Angelo Fiore

Unico e armonioso insieme
“La Bohème” che abbiamo gustato sabato scorso si presenta come un’allestimento di successo, in quanto tutti gli elementi dell’opera si sono amalgamati in un unico e armonioso insieme, senza incongruenze o discrepanze di sorta. In tutto ciò è evidente la mano esperta, l’attento dosaggio del regista italo-americano Fabrizio Melano, pluridecennale collaboratore del “Metropolitan” di New York e dei maggiori Teatri d’America. Tre anni fa curò la regia di “Werther” di Massenet, sempre al Teatro fiumano.
Anche in quest’occasione Melano, più che attualizzare, ha “svecchiato” con garbo, eliminando riferimenti stilistici specifici, puntando all’essenziale. Data la modernità dell’opera – i sentimenti di Mimì e Rodolfo sono sempre attuali e universali – Melano, ha ambientato la vicenda in tempi a noi più vicini; anni ’50, ‘60, più o meno.
Atmosfera originale
Quello che però il regista ha conservato perfettamente è l’Essenza, ossia i sentimenti, l’umanità calda e viva dei personaggi, i luoghi dell’azione, lo spirito originale delle tante situazioni e atmosfere, aderendo fedelmente alle intenzioni dell’Autore, alle suggestioni della musica. Così abbiamo avuto una Mimì tenera, fremente, lieta e infine esausta e disperata, nella sensibilissima e intelligente interpretazione del soprano finlandese Marjukka Tepponen, che con voce di velluto, sempre omogenea, ben modulata e con fraseggio morbido, ha restituito la piccola fioraia in tutte le sue sfumature di sentimenti e stati d’animo. Angelo Fiore nel ruolo di Rodolfo è stato degno compagno di Mimì. Dotato di una voce importante e pastosa, si è ingraziato il pubblico con “Che gelida manina” e, nel complesso, ha ricreato il suo personaggio in maniera convincente.
Divertenti i tre artisti mattacchioni di Kevin Greenlaw (Marcello), Dario Bercich (Schaunard), Luka Ortar (Colline) che hanno ridato vita alle scenette goliardiche, tra ideali, speranze e sogni. Mettiamoci più passione in “Vecchia zimarra”, uno dei momenti salienti della partitura pucciniana. Vivace e civettuola, nonché partecipe del dramma di Mimì è stata la Musetta di Vanja Zelčić. Gustose le caricature di Sergej Kiselev (Benoit, Alcindoro).
Ha fatto bella figura il folto Coro, istruito da Nicoletta Olivieri. Molto carini i frugoletti del coro “Kap”. Il direttore Ville Matvejeff – magistrale come sempre – e l’Orchestra hanno offerto un’ interpretazione viva, fluente, raffinata e perfettamente dosata di queste straordinarie pagine. Maestro concertatore Romeo Drucker. Costumi di Manuela Paladin Šabanović. Luci di Dalibor Fugošić. Calorosi applausi da parte del pubblico.
“La Bohème” è una coproduzione con l’Opera Jyväskylä (Finlandia), dove l’allestimento verrà ospitato prossimamente con ben undici messe in scena.

Facebook Commenti