Mediterraneo il mare che unisce

Molto più che un semplice viaggio. Un’esperienza che ti travolge in pieno, ti scombussola, ti colpisce nel profondo e ti cambia la vita. O, almeno, il concetto della stessa. Per Francesco Nacinovich, connazionale figlio (e fratello) d’arte (i genitori sono gli attori teatrali e artisti a 360 gradi, Elvia e Bruno, la sorella è Alba, musicista jazz), l’avventura di “Mediterranea”, che tra uno sbarco e l’altro lo ha tenuto in rotta per sei anni, è stato questo e tant’altro. Al punto da fargli cambiare del tutto opinione su certi aspetti della vita, su quelle che secondo lui sono le cose essenziali della stessa, e da renderlo molto più consapevole di sé e di come, d’ora in poi, vuole vivere. Spesso le cose migliori iniziano per caso e così è stato anche per lui, che del Progetto Mediterranea – spedizione nautica, culturale e scientifica di relazione tra i popoli (come dice il sito dedicato alla stessa) – ideata e messa in piedi dallo scrittore italiano Simone Perotti, in collaborazione con il medico Francesca Piro – è giunto a conoscenza cercando video su YouTube, googlando e intrattenendosi su Facebook. “In realtà, prima di scoprire il progetto, ho scoperto Simone, uomo dalle mille risorse, che ha fatto carriera nella comunicazione, arrivando a ricoprire posizioni importanti ad alti livelli, per poi accorgersi, a un certo punto, che gli mancava qualcosa e che non era quella la vita che voleva – ci racconta Francesco da Zurigo, dove attualmente vive e lavora –. Da qui la drastica scelta di lasciare tutto e di dedicarsi esclusivamente alla scrittura, trascorrendo gran parte dell’anno in barca. Ben presto mi cattura il suo modo di osservare e concepire il mondo, la sua idea di vita, ma soprattutto la sua grande passione per il mare, che è uguale alla mia. Lo contatto e iniziamo una corrispondenza sempre più frequente, durante la quale mi racconta di questa sua visione del Mediterraneo, di questo misto di culture, così appassionante e coinvolgente. E a un certo punto mi dice: perché non ci facciamo un giro lungo e lento di tutto il Mediterraneo, andando a cercare la sua anima, incontrando la sua gente e chiedendole se si sente mediterranea, scoprire se c’è qualcosa che accomuna questi popoli così diversi tra loro, ma alla fin fine così simili. Mi pare da subito un’ottima idea e lo dico a Simone senza mezzi termini. Concordo con lui nel dire che gli incroci, le fusioni, le mescolanze, hanno sempre reso migliori gli uomini. Fondere non vuole dire, però, uniformare. Si può essere e restare simili e diversi al medesimo tempo, scambiando tanto le identità quanto le differenze, cibandosi dell’esotico e rafforzandosi con le convergenze. La spedizione parte così, con quest’idea di collegare i mari del Mediterraneo, unire le sue sponde, saturare le sue culture, favorire il dialogo tra la sua gente, consentire la reciproca scoperta degli elementi antichi e moderni di un’alleanza destinata a non morire mai. ‘Mediterranea’ porta con sé un messaggio di pace, rispetto per l’ambiente, sdegno per la violenza e la prevaricazione, rifiuto delle ingiustizie sociali, di ogni tipo di totalitarismo, amore per la differenza, passione per la comunicazione e il dialogo, culto della libertà. Ed è così che mi sento – prosegue Francesco il suo racconto – ogni volta che salgo a bordo di questa nostra piccola barca, perché so che mi attende un’avventura meravigliosa, la cui intensità riesce di volta in volta a sorprendermi”.
In che cosa ha consistito concretamente il progetto?
“In un continuo scambio culturale di idee, modi di pensare, concetti, opinioni, nozioni, nel senso che ospitavamo a bordo intellettuali e artisti di vario genere e livello, intervistandoli, invitandoli al dialogo, spronandoli a tirare fuori e a comunicare al mondo questo loro spirito mediterraneo. La gamma di personaggi che abbiamo incontrato in questi sei anni di viaggio è stata veramente vasta e variopinta, e a bordo sono salite persone comuni come il pescatore incontrato per caso, ma anche gente del calibro di David Grossman e Abraham Yehoshua, scrittori israeliani e quest’ultimo candidato per diversi anni al premio Nobel per la Letteratura, oppure il gruppo pop libanese Mashrou’Leila, come anche il grande trombettista e flicornista jazz italiano Paolo Fresu, che ho intervistato io stesso e il quale si è rivelato un interlocutore squisito. Per me è stato un incontro incredibile, che non dimenticherò finché vivo. Questi scambi si svolgevano per la maggior parte a bordo della barca, e in alcuni casi, quando si era in pausa dalla navigazione, in un appartamento preso in affitto a Istanbul. Abbiamo incontrato un sacco di gente, raccolto una marea di idee, di pensieri. Me li tengo stretti tutti. Un’esperienza indescrivibile, che mi ha riempito l’anima e mi ha arricchito come mai avrei immaginato. La consiglierei a chiunque. A questo punto vorrei complimentarmi vivamente e ringraziare i vari Istituti Italiani di Cultura in giro per il Mediterraneo, il cui aiuto nel contattare i vari personaggi ci è risultato essenziale”.
Il Progetto Mediterranea – sul quale è stato girato un docufilm, di prossima uscita – è suddiviso in tre filoni: quello culturale, quello nautico e quello scientifico. Com’è andata sotto quest’aspetto?
“Non male, direi, anche se in alcuni casi avremmo potuto fare molto di più. Quello culturale è stato il meglio riuscito, mentre quello scientifico è rimasto in qualche modo inconcluso, nel senso che avremmo potuto collaborare meglio con le varie Università. Probabilmente non siamo stati molto bravi a comunicare e a promuovere la nostra idea e quindi, in tutti questi anni, abbiamo fatto sì abbastanza, ma meno di quello che avremmo voluto”.
Che cosa avete fatto dal punto di vista scientifico?
“Abbiamo fatto prelievi di plancton in tutto il Mediterraneo, per poi farli analizzare da un istituto di ricerca inglese. Il plancton è un po’ come il sangue del mare e analizzarlo è come farci un esame, perché consente di misurare, tra le altre cose, anche la quantità di microplastiche da esso contenute. Quest’ultime hanno ‘invaso’ ormai tutti i mari del pianeta, ma soprattutto il Mediterraneo, e stanno diventando un problema sempre più allarmante. Al giorno d’oggi nel plancton troviamo un sacco di plastica, ma il vero problema è la microplastica che non si vede a occhio nudo e che oggi purtroppo è parte integrante della nostra catena alimentare. In poche parole, la mangiamo. Non sono ancora del tutto chiari gli effetti della plastica sul nostro organismo, ma è quasi certo siano nocivi”.

Francesco con Andrea Laghi e Simone Perotti

In quanto al filone nautico?
“Devi dire che qui ho imparato tantissime cose utili. Mi sono imbarcato col grado di pescatore e grazie alla formazione nautica assimilata a bordo, ora sono uno dei comandanti, assieme a Simone Perotti e Andrea Laghi. Il nostro approccio alla navigazione è molto conservativo. Essere comandanti non vuole dire condurre una barca e saperla ormeggiare, bensì implica la capacità di assumere decisioni che hanno un’influenza sulle persone. Un comandante non deve peccare di machismo, dev’essere autorevole, ma non autoritario, il primo che si sacrifica, che si… sporca le mani. Un leader che si guadagna il rispetto con l’esempio, e non con l’autorità di grado“.
Ci sono stati Paesi, durante la vostra lunga spedizione, in cui vi è stato vietato l’accesso?
“Immancabilmente. Per motivi di guerra o di disordini del momento, ci è stato sconsigliato di toccare la Siria, l’Egitto, la Libia, l’Ucraina e la Russia”.
C’è un momento del viaggio che ti è rimasto maggiormente impresso?
“La tappa a Lampedusa è stata, per me, ma credo anche per il resto della troupe, uno dei momenti più toccanti di tutto il viaggio. È venuto a farci visita a bordo Pietro Bartolo, direttore del Presidio Sanitario e Poliambulatorio di Lampedusa e protagonista del celebre docufilm ‘Fuocoammare’ di forte impegno sociale, il quale ha voluto portarci la sua testimonianza raccontando la tragedia del Mediterraneo e la realtà di quest’isola di frontiera, ma soprattutto il terribile dramma dei migranti, i loro viaggi infiniti, in cui spesso incontrano la morte. Bartolo ha accompagnato il suo racconto esibendo foto orribili di ciò che succede sulle barche, delle condizioni in cui si ritrovano queste povere persone in fuga dal loro Paese, alla cui vista mi è mancato il fiato. Il tema dei migranti tiene banco ormai da troppo tempo. È un problema pregnante di cui, vuoi per motivi politici, vuoi semplicemente per indifferenza, non si riesce a intravedere la fine. Mi chiedo come si possa rimanere impassibili di fronte alla disperazione di questa gente, che rischia la vita partendo dalla propria terra su questa specie di gommoni di pessima qualità, acquistati su Alibaba (l’equivalente cinese di Amazon, nda), che non sono neanche dei gommoni ma dei semplici canotti. Che cosa fanno allora? Nell’imbarcarsi, per motivi di protezione, tendono generalmente a mettere al centro i bambini e le donne, mentre gli uomini si siedono sui tubolari. Il fatto terribile di tutta la faccenda è che questi gommoni sono provvisti di motori fuoribordo, che vanno avanti a benzina, e che bisogna rabboccare molto spesso durante il viaggio. Conoscendo la rotta che s’accingono ad attraversare, i migranti si portano dietro delle taniche piene di carburante. Col passare del tempo, dentro al gommone si forma un misto d’acqua marina e benzina, che inizialmente dà una sensazione di calore, ma che poi comincia a bruciare. Quando si rendono conto del danno, invece di chiedere aiuto, queste donne e questi bambini se ne rimangono in silenzio, senza neanche un lamento, con i vestiti inzuppati addosso, lasciando che le ustioni lacerino la loro pelle. Di queste cose si sa poco o nulla, o semplicemente non si vuole sapere e si tende a girare la testa dall’altra parte. Bartolo non perde occasione per rendere la propria testimonianza e per mostrare al mondo le immagini atroci di questa povera gente. Di lui le solite malelingue dicevano abbia accettato la parte nel film per motivi autopromozionali, ma io, ascoltandolo, ho percepito tutto il suo dolore, la sua profonda empatia verso il dramma dei migranti. Quella che lui definisce ‘malattia dei gommoni’ è una specie di fardello che si porta dietro, di cui non riesce, né vuole liberarsi”.
Presumo abbiate discusso anche della crisi umanitaria dell’estate scorsa e dei divieti di sbarco decretati da Matteo Salvini…
“Certo, era inevitabile. Chiaramente, nessuno di noi a bordo ha mai condiviso le politiche di Salvini. A Salerno abbiamo incontrato il presidente dell’Autorità portuale, Pietro Spirito, che, in piena crisi, ha deciso di opporsi alle imposizioni governative considerandole un’aberrazione giuridica. Ogni uomo di mare ha l’obbligo di trarre in salvo un naufrago. È una legge non scritta, antica come la marineria, un imperativo morale, e nessun provvedimento, nessuna legge, nessuna ragion di Stato contingente potrà mai costringere un marinaio all’omissione di soccorso. Una volta salvato e portato al porto sicuro più vicino, saranno poi le autorità competenti a stabilire le generalità del naufrago, la sua provenienza, il diritto all’asilo oppure la necessità del rimpatrio. Ma questo avviene dopo, solo dopo che questi è stato tratto in salvo. I porti chiusi non esistono, punto e basta”.
La parola chiave è dunque apertura…
“Sempre. Mi piace immaginare il concetto di Stati uniti del Mediterraneo. Se nel 1943, in piena guerra mondiale, Altiero Spinelli e gli altri, sull’isola di Ventotene ventilarono l’ipotesi della nascita dell’Europa unita, non dovrebbe essere difficile per noi, oggi, arrivare a un Mediterraneo senza frontiere. In effetti, la vedo come una cosa del tutto naturale, forse anche più del concetto stesso di Ue, nel senso che sento di avere molto meno in comune con un danese o un norvegese che non con un turco, un libanese o un israeliano, nei cui Paesi sentirò spesso qualche parola che nella mia lingua uso anch’io, o gusterò qualche piatto a me familiare. Forse quella degli Stati uniti del Mediterraneo, o meglio, delle Città unite del Mediterraneo è un’idea utopica, che non potrà mai trasformarsi in realtà, ma seminarla non nuoce e, secondo me, è bene farlo. Bisogna fare rete”.
L’idea di Simone Perotti sta avendo dunque dei bei risultati…
“Direi ottimi. Ma a parte la genialità di Simone, non avremmo fatto nulla senza Francesca Piro, persona di una cultura infinita che è stata il vero cuore e motore del progetto, anche se non si è fermata a lungo a bordo. Una donna eccezionale, che è stata capace di aprire nella propria casa a Roma, una specie di salotto letterario (dal nome La Linea d’Ombra. Lettori, sogni, autori, nda) in cui organizza spesso incontri e presentazioni di libri. Iniziato quasi in sordina, l’evento oggi è diventato talmente richiesto che davanti casa sua si fa praticamente la fila per entrare… Francesca è inoltre tra i fondatori del premio letterario Floating Voices, aperto a tutti i giovani del Mediterraneo”.

La barca a vela di Mediterranea

Che cosa ti ha lasciato “Mediterranea”? Quanto ti ha segnato quest’esperienza?
“In maniera profonda. Quella che a prima vista ci sembrava soltanto una barca su cui navigare, per noi si è rivelata un porto accogliente e sicuro, in cui trovare sollievo e conforto. Un porto in cui ciascuno di noi è stato, in questi anni, a volte un faro, a volte un naufrago. Stare insieme e condividere una rotta così lunga, creando un ambiente di mutuo aiuto e ascolto, ha fatto sì che ognuno di noi trovasse un po’ di sé stesso negli altri e viceversa. È come se i nostri DNA emotivo-intellettuali si fossero arricchiti, oserei dire fecondati a vicenda. Io, grazie a quest’esperienza, mi sento oggi una persona immensamente più ricca, di vita, di emozioni, di esperienze, di conoscenza, molto più di quanto sarei potuto essere se non fossi salpato con i miei compagni di viaggio. Il fulcro è stato il racconto e l’ascolto come strumenti di crescita. In questo mondo improntato sul consumismo, sull’egoismo spicciolo di chi non fa niente per gli altri, noi abbiamo voluto fare una cosa un po’ diversa, creare armonia e raccontare, parlare. La parola chiave di ‘Mediterranea’ è comunità, fare comunità. Forse è un concetto che al giorno d’oggi non si usa quasi mai, ma io lo vedo bellissimo. Noi abbiamo tentato di trasmetterne lo spirito e continueremo su questa scia anche nella prossima edizione, visto che il progetto avrà quasi certamente un seguito. Non possiamo mica smettere sul più bello”.
Un viaggio lungo 20.000 miglia
Teatro della spedizione è il Mediterraneo – spiega il ricco sito dedicato al progetto –, centro del mondo della civiltà, della lingua, della cultura, dell’arte, delle etnie, del pensiero. Il progetto si propone di sollevare l’attenzione sul Mediterraneo, creare una speaking-platform da cui parlare dello stesso, mettere in collegamento sponde diverse, Paesi lontani, pensiero e azione del Mediterraneo e sul Mediterraneo, racchiudendolo in un’area metaforicamente collegata e omogenea attraverso la simbologia del viaggio per mare che collega e unisce. Alla fine del viaggio Mediterranea ha percorso oltre 20.000 miglia connettendosi alla gente, ai luoghi, ai sapori, ai pensieri, alle storie del Mediterraneo, un’area resa omogenea dalla storia millenaria, resa fertile dalle diversità, inesauribile dalla ricchezza culturale, magnifica dell’arte e della natura. Dopo la prima edizione, sono già state poste le basi per Mediterranea 2.0, che dovrebbe partire in primavera.
Esser fiuman…
“Esser fiuman me aiuta a comprender senza difficoltà el concetto de cultura mediterranea, perché noi semo meticci linguisticamente, culinariamente, musicalmente, e ne andemo fieri. E poi, gaver un padre che me ga fato scoprir el mar ancor prima che imparo a caminar, e due genitori che me ga iniettà el virus della curiosità culturale, ga fato sì che proprio non podessi mancar su una barca come Mediterranea”.
Nome di bordo
Il mio nome a bordo è Rais Naci. Tutti i comandanti ne hanno uno. In fin dei conti, siamo tutti un po’ giocherelloni, per cui ci prendiamo spesso in giro. Così, durante questa nostra lunga spedizione, è sorta questa specie di gioco, in cui ci siamo affibbiati a vicenda dei soprannomi, uno più curioso dell’altro, ma dal significato ben preciso. Rais in arabo vuole dire comandante, leader, ed è una parola molto usata anche in Sicilia, dove nella pesca al tonno il capo di tutti i pescatori è il rais. Naci, ovviamente, è un’abbreviazione del mio cognome.
Appartenenze…
“Spesso mi chiedono, ma tu sei italiano, sei croato, sei che cosa? E io rispondo sempre che sono un cittadino mediterraneo di cultura italiana. Sento l’appartenenza culturale italiana, ma anche quella croata, che è un valore aggiunto. Questo, secondo me, è l’unico modo giusto per stare al mondo”.
La metafora di Paolo Fresu
“Paolo Fresu ha offerto una bellissima metafora per descrivere il Mediterraneo unito, un sogno che tutti noi che ci sentiamo mediterranei, rincorriamo. Lo ha descritto come un grande condominio in cui si organizzano spesso delle cene e la cosa funziona in modo che ciascuno porta con sé il proprio piatto preferito offrendolo agli altri e assaggiando quelli altrui. Il Mediterraneo, secondo Fresu, ha qualcosa che il resto del mondo non ha e cioè questa comparabilità culturale in uno spazio piuttosto ristretto. È questa, a detta del musicista, la sua più grande ricchezza”.
L’importanza delle radici
Francesco vive attualmente a Zurigo, dove si è trasferito dopo qualche anno trascorso a Ginevra. Ha scelto la Svizzera perché, come dice lui stesso, gli permette di vivere decorosamente e di avere maggiore libertà di scelta. Lavora come consulente informatico per l’azienda indiana Tata consulting, la maggiore del settore al mondo, e offre consulenza alla Credit Swiss. Anche se vive all’estero, Francesco Nacinovich sente forti le sue radici, sia fiumane che istriane. “Sono orgoglioso di rappresentare il nostro piccolo grande mondo a bordo di Mediterranea e in giro per il Mediterraneo”, afferma.

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