Đorđe Matić: «Scrivo di musica per trasmettere le mie emozioni»

Chiacchierata con lo scrittore e poeta zagabrese di origini istriane, autore della raccolta di saggi «Tajne veze» che ha promosso in una tournèe regionale

Đorđe Matić

Lo scrittore, poeta e amante della musica, Đorđe Matić, ha fatto ritorno in Croazia dopo tre decenni trascorsi nei Paesi Bassi e di recente ha pubblicato una raccolta di saggi, “Tajne Veze” (Legami segreti), in cui propone una profonda analisi della sua visione della musica. Ha promosso la sua nuova fatica letteraria in una tournée regionale. In una breve chiacchierata con lo scrittore zagabrese di origini istriane abbiamo voluto scoprire ciò che lo appassiona e conoscere le sue impressioni sul momento attuale.
“Anche se sono uno scrittore, uomo di lettere e parole, la musica è ľarte che mi ha preso da molto giovane e suscitava in me già dalľinfanzia sentimenti e stati ďanimo incomparabili a quelli generati da altri stimoli – esordisce il nostro interlocutore -. Le esperienze giovanili di contatto con la musica, quelľeccitazione, la gioia, la riflessione, cioè tutto uno spettro di stati ďanimo che porta sono straordinari e fanno parte delle esperienze emotive e sensoriali più forti della mia vita. Non essendo musicista di professione, tento comunque di trasmettere i miei sentimenti scrivendo di musica. Un testo scritto bene, in cui sono essenziali lo stile e le idee, a mio parere è evocativo quasi quanto la musica stessa.”
Negli anni ‘90 abbiamo assistito, per così dire, alla caduta degli dei, nel senso che i valori un tempo apprezzati sono stati sostituiti da altri. Durante una presentazione lei ha parlato dell’evoluzione artistica del trombettista jazz americano Miles Davis, che pur di crescere e maturare artisticamente rinunciò a una parte dei suoi estimatori.
“Questa ‘caduta degli dei’ della quale ho parlato nel libro non riguardava un peggioramento in senso artistico, ma piuttosto la degenerazione sociale, ideologica e di conseguenza anche umana di certi musicisti celebri da noi. Gli artisti che per me e per la mia generazione erano un punto di riferimento si sono dimostrati in quella fase di conflitto sociale il contrario di ciò che un tempo erano – cioè persone che hanno fatto dalle scelte sbagliate. Senza moralizzare, ho cercato di comprendere che cosa abbia provocato in loro questi cambiamenti. Per quanto riguarda Miles Davis, si tratta di un viaggio differente, un viaggio artistico, personale, psicologico, che si presenta straordinario e intrigante, insolito e peculiare. Nel corso della sua carriera, Davis cambiava in maniera sorprendente sia lo stile di suonare, sia il modo di ascoltare e osservare le cose. Questo mi sembrava interessante perché ho notato che nella musica pop, soprattutto nella cultura rock – che mi ha segnato particolarmente – raramente si cresce, anche quando si invecchia. È probabilmente ľunico genere in cui si può rimanere immaturi. Qui vediamo la sindrome di Peter Pan in azione.”
Lei è un uomo di cultura, non è schierato politicamente anche se, come sottolinea in un’intervista, proviene da una famiglia che porta le proprie cicatrici e non è apolitica. Il mondo oggi è diviso, i migranti in fuga dalla guerra incontrano il filo spinato, la solidarietà è in forte crisi, vale soltanto il principio di farsi gli affari propri e la corsa al guadagno. D’altra parte, le nuove tecnologie collegano le persone, cadono le barriere linguistiche e forse cadrà anche qualche altro muro.
“Personalmente, strutturo la mia politicità in modo personale, ma ciò non vuol dire che sono apolitico, anzi. Il mondo è complesso, diviso, spesso ci confonde, come del resto deve essere. Se questa crisi sanitaria, ma anche esistenziale nel vero senso filosofico, ci insegna qualcosa è il fatto che tornano alla ribalta i confini e ľorientamento su sé stessi. Credo che questo orientamento sulle proprie forze potrebbe avere anche dei lati positivi dopo tutto che ci è capitato nelľultimo trentennio. Ho poca fiducia nelle nuove tecnologie e non le sopravvaluto, sono il figlio delľera analogica, delle pagine stampate e della stampa a piombo. Le nuove tecnologie ci permettono un più facile scambio di sapere e facilitano il lavoro, ma non credo siano un correttore etico di alcun genere. Al contrario. Internet ha fornito una piattaforma a ogni tipo di malavita, anche quella intellettuale, per portare avanti le proprie faccende, e al pensiero e al linguaggio insulso in una versione capovolta della democrazia. Mi assale spesso la nostalgia verso il mondo dei media di una volta nel quale lavoravano e si esponevano in primo luogo persone competenti.”
Lei arriva da un Paese in cui i vizi sono, per così dire, legalizzati. Lo consigliereste anche ad altri Paesi?
“Soltanto alcuni sono legalizzati e anch’essi in maniera moderata. Si è visto che non appena viene abolito il divieto relativo alle sostanze stupefacenti il numero dei consumatori si riduce. Però, questa è anche una questione di cultura, così come quasi tutto è una questione di cultura. I Paesi Bassi, dove ho vissuto per trenťanni, hanno una cultura della moderazione. Inoltre, ľastensione dai piaceri è considerata una virtù. Di conseguenza, qui è stato più facile abolire i divieti che altrove. Per questo motivo non consiglierei di farlo anche da noi, tranne a fini medici naturalmente.”
Ľarte suscita emozioni, pone domande, provoca reazioni e stimola la riflessione. La si potrebbe considerare una forma di surrogato per le relazioni interpersonali che non osiamo esprimere, almeno pubblicamente, ma che ogni tanto escono allo scoperto nella forma di bisogni essenziali che difficilmente possiamo domare?
“Ľarte non è un ‘surrogato’. È un mondo a parte, un livello di realtà diverso e specifico che sovrasta il quotidiano e il materiale, è indipendente da ciò che è tattile e misurabile. Ľarte trascende il mondo materiale. Ha dimostrato negli ultimi due millenni e mezzo la propria specificità e non è stata intaccata teoricamente né da Aristotele né da Platone, né dalle successive filosofie marxiste e positiviste. Gli artisti non hanno bisogno di prove filosofiche, ma alcuni filosofi hanno individuato perfettamente il problema – Heidegger dimostra in maniera brillante come ľarte non solo scopre elementi della verità nella cultura, ma essa stessa crea una nuova verità ogni volta che un’opera ďarte viene creata. Nietzsche la considerava superiore alla vita. Danilo Kiš invece, nobilmente e completamente in linea con la democraticità slava dice: ‘Niente è al di sopra della vita’. Vivere ľarte è in ogni caso un nobile e infinitamente ricco modo di esistere e di ciò sono permanentemente grato.”
Di recente si è stabilito in Istria. Quali sono i suoi piani e a quali progetti sta lavorando?
“Il mio piano è proseguire con il mio lavoro, “coltivare il mio orto”, come diceva ambiguamente Candide, il personaggio satirico di Voltaire.”
Che cosa pensa dell’Istria e soprattutto di Parenzo?
“Qui ho radici profonde. Mia madre è originaria di Buie, nata ad Albona, cresciuta ad Arsia. Mio nonno guidava la locomotiva della famosa Parenzana e la famiglia ha vissuto i cambiamenti storici come tutti gli istriani. Nella mia famiglia ci sono anche italiani, sloveni e, naturalmente, esuli. In realtà, questo è un mio ritorno a casa. Parenzo è abbastanza piccola da non dare fastidio a chi cerca pace. Vivo in una tipica casa istriana rurale nell’agro parentino, qui ho la biblioteca, il cortile lastricato dove leggo e appena esco di casa sono in natura, sui miei sentieri lungo i quali passeggio e contemplo. Allo scrittore non serve altro per creare.”

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