Radossi: CNI. Conta la qualità

A colloquio col proclamato presidente onorario dell’Unione Italiana nell’ambito delle celebrazioni del trentennale della massima organizzazione rappresentativa dell’etnia. Fondatore e per mezzo secolo direttore del Centro di ricerche storiche di Rovigno, già vicepresidente dell’Assemblea UI, è un testimone della storia tribolata della minoranza

Fra i benemeriti che nel trentennale dell’Unione Italiana riceveranno i riconoscimenti alla sessione solenne dell’Assemblea in programma venerdì prossimo nella sede della Comunità degli Italiani di Pola, spicca il nome di Giovanni Radossi. Fondatore e direttore per mezzo secolo del Centro di ricerche storiche di Rovigno, più volte vicepresidente dell’Assemblea dell’Unione Italiana, Giovanni Radossi è a dir poco una figura di spicco della Comunità Nazionale Italiana. È un esponente storico della CNI, un testimone delle vicissitudini della minoranza nei difficili decenni del secondo dopoguerra in cui l’etnia cercava di uscire dal limbo in cui era stata cacciata dal regime totalitario di allora, di affrancarsi da un ruolo completamente subalterno e di acquisire soggettività politica. Un percorso irto di ostacoli quello imboccato allora dalla minoranza, troncato dai fatti del 1974, culminati con il defenestramento di Antonio Borme dalla presidenza dell’Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume. Giovanni Radossi era già lì, tra i grandi dell’etnia e il suo ruolo non era venuto meno nemmeno in seguito, negli anni della rinascita della CNI, della democratizzazione della società. Il suo nome, il suo percorso di vita era ormai legato a doppio filo a quello del Crs, ma non per questo poteva esimersi dall’impegno forte nel contesto più ampio del mondo minoritario, ossia nell’arena politica. Pertanto alla vigilia della sessione polese dell’UI è doveroso un colloquio con Giovanni Radossi che, seppure in pensione, non ha perso nulla, anzi, della sua verve, della sua vivacità intellettuale, della sua capacità critica ed anche di quello spirito permeato da un tocco d’ironia e umorismo, che lo ha contraddistinto nel suo cammino umano, scientifico e politico.

 

Dottorato honoris causa

Tempo addietro lei ha ricevuto il dottorato honoris causa dall’Ateneo di Pola, ora è stato insignito della carica di presidente onorario dell’Unione Italiana. A coronamento di una lunghissima carriera al servizio della CNI e anche del suo territorio d’insediamento storico due riconoscimenti migliori, lo converrà, era difficile ottenerli…

Effettivamente mi sono sacrificato personalmente e ho sacrificato momenti di affetti della famiglia, ma soprattutto mi rendo conto che tutto questo non sarebbe stato possibile se il Crs non fosse stato al mio fianco e se non avessi potuto usufruire anche delle sue capacità tecnico professionali per raggiungere il traguardo dell’honoris causa e se non ci fossero state le moltissime donne e uomini della nostra Comunità ai quali va non solo reso merito, ma anche espressa la nostra gratitudine per i sacrifici che hanno sostenuto, per le paure sopportate, il coraggio manifestato nell’affrontare i disagi, i danni prodotti dall’inadeguatezza degli strumenti di tutela della minoranza e le sistematiche pressioni assimilatrici di un regime che era a dir poco illiberale, nazionalista e antidemocratico. Ebbene a tutti costoro io devo questa seconda attribuzione. Perché se non ci fosse stato questo pubblico della nostra Comunità non numerosissimo, ma comunque molto consistente nell’anima e nel cuore, non sarei riuscito a emergere né a poter dare il contributo che effettivamente mi sembra di aver dato.

Sarebbe eccessivo chiederle quale dei due riconoscimenti le sta più a cuore…

È difficile anche a me compararli, perché sono eterogenei, di due nature diverse. Il mio percorso lavorativo è partito nel 1960 appena concluso il servizio militare: ho cominciato a insegnare a scuola e mi è stato subito offerto di essere presidente della Gioventù comunale di Rovigno. Ho accettato perché anche da giovane mi occupavo di sport. In effetti mi ritrovavo nel mio ambiente. Poi la gioventù era quella che avevo ogni giorno sottomano a scuola. La mia attività come presidente della Gioventù è stata buona, direi ottima, al punto che siamo stati proclamati la migliore organizzazione giovanile della Croazia e la terza in Jugoslavia. Quando ho preso l’impegno della presidenza della Gioventù nel 1960, ho trovato un’organizzazione che dal punto di vista nazionale era allo sbando, era prettamente croata, in pratica non si usava l’italiano. Ho reintrodotto il bilinguismo nell’attività in un momento quanto non era di moda reintrodurre il bilinguismo, anzi con l’italiano in primo piano. I buoni risultati sono stati conseguiti anche grazie ai giovani che mi avevano seguito e avevano avuto fiducia in me. Ero insegnante d’inglese – una materia che veniva a sostituire l’insegnamento del russo e del tedesco nelle scuole. Ebbene con l’inglese i giovani si sentivano più liberi, sentivano l’occidente. Dopo quattro anni di presidenza della Gioventù per questi meriti e anche perché al partito faceva comodo, certamente, avere un giovane della minoranza così ben piazzato tra i suoi coetanei, mi proposero di entrare nella presidenza della Lega dei comunisti della Croazia. Io ero il tredicesimo membro e mi compiacevo di definirmi tredicino. Perché mi ero accorto in un certo momento di essere il tredicino. Tutto questo per spiegare cos’è successo in un certo momento: mentre volavo alto il Padreterno mi ha fermato, per fortuna. Mi è arrivata nel ‘67 una tubercolosi polmonare, Per un anno e mezzo sono stato a casa. In quel frangente ho scritto una bella lettera a Vladimir Bakarić che era il mio capo dicendo “Caro compagno sono spiacente, quando mi sarò risanato ci rivedremo”, Non ho mai ricevuto risposta. A quel punto ho aspettato due o tre mesi, poi mi sono detto, per questa gente tu conti zero, anzi meno di zero, e ho deciso di fermarmi nella mia attività politica e dedicarmi alla cultura della mia Comunità nazionale e attraverso quella svolgere un’attività che sapesse anche di politica, di recupero d’identità. Ecco adesso rispondo alla domanda: i due risultati partono quasi dalla stessa radice perché più volte durante la mia attività come direttore del Crs mi è stato proposto dagli amici dell’Unione degli Italiani e poi dell’Unione Italiana, ma soprattutto dagli amici italiani, triestini e romani, di assumere anche l’incarico di presidente dell’UI e io ho risposto che non sapevo fare due lavori. Sapevo fare bene uno e io mi sentivo in quel momento indispensabile al Crs e ho continuato a lavorare nel Centro di ricerche storiche. Il risultato – l’attribuzione del dottorato honoris causa – è arrivato a conferma del successo dell’operato dell’Ente. La risposta è senza risposta, ma credo di aver spiegato perché almeno per me le due cose sono strettamente legate.

Impegnarsi era pericoloso

Lei è stato a suo tempo vicepresidente dell’Assemblea dell’Unione Italiana. La massima organizzazione rappresentativa della CNI però ha voluto premiare tutto il suo impegno complessivo in campo politico a favore della minoranza. Gli inizi, nei decenni del secondo dopoguerra, chiaramente non sono stati facili. Come descriverebbe ora quel periodo.

Parlavo con degli amici in questi giorni che mi chiedevano come si vivesse allora. Io da dirigente giovanile e da attivista di partito, non che non sapessi tutte le cose che conosco oggi – io non sono laureato in storia, ma in italiano e inglese; mi sono occupato poi intensamente di storia certamente – semplicemente non sapevamo niente e quindi il non saper niente ci rendeva addirittura pericolosamente incoscienti. Quando penso alle cose che ho fatto e che ho detto mi rendo conto di aver corso per un lungo periodo sul filo del rasoio. Lo stesso defenestramento di Borme, nel 74, avvenuto il 24 giugno, lo conferma: lui stesso non credeva alle sue orecchie e ai suoi occhi ripensando a cosa era accaduto quel pomeriggio. Dopo l’espulsione abbiamo passeggiato per la riva rovignese, io, Borme e Antonio Pellizzer, abbiamo pensato “qui finiamo in galera”. L’impressione di molti amici italiani era che la dirigenza dell’Unione che aveva osato occuparsi di politica, riacquisire il territorio e non essere soltanto un’associazione di mandolinistiche e cori, era proprio questa. Se ti impegnavi era pericolosissimo. Borme era stato cacciato dal partito perché questa era la conditio per essere defenestrato da presidente dell’Unione. Pellizzer aveva avuto anche delle limitazioni nella sua attività, io invece sono rimasto nel partito, mi hanno lasciato dentro… ero più pericoloso fuori, Mi hanno tolto tutti gli incarichi politici lasciandomi soltanto la direzione del Crs. E quando 20 anni dopo al segretario del partito ho detto che aveva fatto un errore a non espellermi, mi ha risposto: “No, è stata una mia scelta”. Chiaramente dovevo essere espulso anch’io. Eravamo amici, e lui aveva ritenuto moralmente più giusto lasciarmi nel partito, mi ha salvato. E ha salvato il Crs: se mi buttava fuori il Crs non sarebbe più esistito, sarebbe stato liquidato.

C’è qualche contatto politico che porrebbe in primo piano, magari l’allacciamento iniziale dei rapporti con la Nazione madre per il tramite dell’UPT?

Certo, era l’argomento principe della contestazione quello lì. Io ero rimasto l’unico contatto tra il prof. Borme e l’UPT per cui loro erano molto attenti, sapevano che se fossi stato colpito anch’io il Crs avrebbe chiuso i battenti. La notizia era uscita sul Meridiano di Trieste il giovedì. Proprio quel giorno ero giunto a Trieste e il prof. Luciano Rossit si era rivolto a me: “Sì, adesso si faccia anche fucilare, lei che è la testa d’uovo deve fare attenzione a cosa dice”. Dunque l’attenzione era focalizzata sul Crs e sulla mia persona perché loro erano più consapevoli di noi di quello che avveniva in Jugoslavia e noi invece eravamo piuttosto all’oscuro dei fatti.

Che ricordo ha del periodo della democratizzazione della società, della nascita dell’Unione Italiana odierna?

Mentre crescevano i gruppi d’opinione a partire dalla Slovenia, sfociati nella nascita del Gruppo 88 e della Costituente io ero pure attivo, ma nell’ombra. Essendo direttore del Crs non potevo e non dovevo compromettere la sua esistenza, perché non sapevamo se magari sarebbe andato tutto a rotoli dopo un anno o due. Quindi dovevo essere molto guardingo e anche Borme stesso mi diceva: “Stia da parte, mi segua”. Mi lasciai coinvolgere di più con la famosa tribuna “Italiani in Jugoslavia, ieri oggi domani”, tenutasi a Capodistria, alla quale partecipai con un intervento. Ebbene il giorno dopo quella storica tribuna mi chiamarono Claudio Geissa e Franco Juri per dirmi: “Guarda che c’è un problemino, dovremmo incontrarci”. C’incontrammo, per cercare di non dare nell’occhio, in un albergo nella campagna vicino a Sossici che si chiamava California. Ci sedemmo nel ristorante e mi mostrarono la denuncia che di notte, tornato a Lubiana, il compagno Joža Hartman, presidente dell’ASPL della Slovenia, aveva sporto contro tre persone protagoniste della tribuna capodistriana. Le tre persone erano Juri denunciato per nazionalismo, uno sloveno, Gregorič, mi sembra, per clericalismo, e io accusato il doppio, per clericalismo e nazionalismo. Abbiamo ancora al Crs la fotocopia sbiadita di questa denuncia. Ci dicemmo di non spaventarci subito, di cercare di parare il colpo, tanto qualcosa stava già traballando. Ricordo che ci alzammo, chiamai il cameriere per pagare il conto. E il cameriere si avvicinò e mi disse queste testuali parole: “Compagno Radossi, lei può venire in questo locale a mangiare e bere quanto e quando vuole, pagare mai”. Poi mi accorsi che erano albanesi. Godevamo anche del loro appoggio… Poi le cose andarono più lisce, ci fu un vivace dibattito tra le nostre file “Unione sì, Unione no”, molto ben descritto e documentato nel volume “La Comunità Nazionale Italiana: storia degli italiani e delle loro istituzioni in Istria, Fiume e Dalmazia dal 1944 al 2006” di Luciano ed Ezio Giuricin. In definitiva furono giorni complessi e difficili. Il prof. Borme cominciò a uscire dal silenzio in cui era stato costretto. Mi ricordo che il 26 giugno 1991 mi recai a Trieste. Dopo mezz’ora si udirono degli spari. Attraversai il confine con mille canne di fucili e cannoni probabilmente puntate verso le strade. Non potevamo sapere che ci sarebbero state vittime. Rimasi per una settimana bloccato a Trieste, ricevuto da Adriano Biasutti, allora presidente della Regione FVG. Ricordo che mi chiese: “Cosa pensa da quale parte sta la ragione?”. Gli dissi, “Guardi non si sbilanci troppo presidente, che non le conviene, si tenga guardingo, meglio lanciare un appello alle due parti a fermarsi”.

Il rapporto con i regionalisti

Negli anni Novanta l’etnia in Istria ha sviluppato un rapporto privilegiato con i regionalisti. Con il senno di poi è stata una scelta azzeccata?

Con il senno di poi meno azzeccata di quanto non si pensasse inizialmente. Il punto di partenza della Dieta democratica istriana era il punto di partenza della CNI. All’inizio c’era quella volontà d’autonomia che aveva sostenuto tutta l’azione della Ddi e dell’Unione Italiana. Poi le cose sono andate un po’ diversamente. La corrente liberalnazionale, quella dei narodnjaci tanto per intenderci, ha acquisito parecchie posizioni nella Ddi per cui, ad esempio a Rovigno, la municipalità ha ora tagliato i fondi al Crs dopo 50 anni di finanziamento grazie all’accordo elettorale tra il partito regionalista e la Comunità degli Italiani rovignese. La CI è agganciata alla Ddi che fa quello che la Comunità propone – in questo caso a sproposito – per assicurarsi l’elettorato, ovvero i voti che le servono. Quindi quella scelta si è rivelata molto meno azzeccata di quanto si potesse pensare allora. Comunque, la conclusione è una: è il male minore, non ci sono altre soluzioni. O la Dieta o peggio.

E oggi, come vede il possibile rapporto con i regionalisti e le altre forze del territorio?

La Ddi ha dimostrato ora dei vuoti spaventosi e non ne siamo noi i responsabili. La colpa è di quello che sta avvenendo dentro la Dieta democratica istriana e quindi del suo rapporto con il territorio e con l’elettorato nell’ambito del quale ci siamo anche noi. Credo che una revisione, diciamo un aggiornamento, dei rapporti reciproci sarebbe utile. Torno a ripetere, non c’è alcuna altra soluzione in questo momento. Il nazionalismo comunque è presente in misura diversificata: in certi momenti addirittura nella sinistra croata è più forte che nella destra. Perché alla destra fa comodo non essere troppo nazionalista, mentre è al potere. Quindi dobbiamo vedere come rapportarci con la politica che si è fatta molto più furba, molto più corrotta: meno politica e più politichese.

Una scelta vincente

Lei ovviamente è stato il fondatore del Crs e suo direttore per 50 anni, fino a non molto tempo fa. Quello dello storico è stata una professione o anche e soprattutto una passione?

Soprattutto una passione. Io come storico sono nato grazie a un piccolo o grande difetto o pregio: sono filatelico.

Gli storici dalle nostre parti – il riferimento è a quelli della maggioranza – a volte se non spesso sembrano politicizzati, al servizio di una determinata politica nazionale. Lei come ha conciliato queste due anime e in genere come andrebbero conciliate…

Quando decidemmo di fondare il Crs, puntualizzammo subito di voler evitare di essere l’ancilla della politica e di voler raccontare invece le cose così come sapevamo farlo. Eravamo allora delle persone fuori testa quasi; si era deciso di fondare un Centro di ricerche storiche, ma praticamente non c’era un un laureato in storia in alcuna delle scuole della CNI. Il concorso degli studiosi delle maggioranze croata e slovena però partì subito perché gli storici capirono che le nostre pagine permettevano loro di pubblicare articoli che non sarebbero stati ospitati sulle loro riviste, quelle in croato e sloveno. Fu la carta vincente. Infatti gli organi politici del partito erano preoccupati per questo fatto, perché studiosi illustri, in Istria ad esempio il prof. Miroslav Bertoša, poi Vesna Girardi Jurkić, che è stata all’epoca del Presidente Tuđman ministro della Cultura e direttrice del Museo archeologico di Pola, il direttore del museo di Parenzo Ante Šonje altrettanto, il direttore dell’Archivio di Fiume Danilo Klem, un croato, sloveno nato a Trieste, che apprezzava moltissimo il Crs. Dunque, riuscimmo con quest’impostazione ad attirarli nella nostra orbita. Ebbene quelle persone erano riuscite a spogliarsi di una buona dose del nazionalismo che veniva imposto agli storici dal partito in quest’area; osavano scrivere a volte delle cose che all’epoca non si dovevano dire e qualche volta avevano subito pure qualche brontolio da parte delle autorità. Anche adesso abbiamo tantissimi studiosi della maggioranza che collaborano con noi. Quest’adesione professionale, ma anche “ideale” degli studiosi croati e sloveni, è stata il nostro punto di forza.

La storia che rilievo riveste per la CNI anche con lo sguardo rivolto al futuro? L’impressione comunque è che nel caso di una minoranza con un passato tribolata come la CNI la storia sia un qualcosa di più rilevante che per una maggioranza e non possa non andare di pari passo con la politica e la cultura…

Molto più rilevante. La minoranza deve aggrapparsi al passato. Basti vedere il lato linguistico. Noi siamo disperatamente aggrappati ai nostri dialetti. Il Crs ha fatto tutto quello che poteva fare in questo campo, ha pubblicato otto vocabolari dei dialetti del nostro territorio, ovvero di un popolo che è in diminuzione, non parlo ancora di estinzione. Scherzando, l’Istria è stata posseduta finora da suppergiù 17 padroni. Non c’è ragione di pensare che non ce ne sarà un diciottesimo: si chiamerà magari Europa. Dopo mille anni di Roma, settecento di Venezia, cento e rotti di Austria, 45 di Jugoslavia le prospettive sono quelle che sono; sarà lo spirito nuovo; forse, che ci salverà, diventeremo tutti anglofoni e magari ci si beerà a curare i dialetti…

Il richiamo a Kennedy

Per concludere, come sintetizzerebbe il suo percorso di vita e quale messaggio lancerebbe ai connazionali…

Con un messaggio che il prof. Antonio Borme ha sempre avuto come ispirazione e che ho trovato espresso molto bene in un grande uomo del XX secolo. Quando ero presidente della Gioventù mi chiamavano Kennedy. Quando l’hanno assassinato ho detto ai ragazzi di non chiamarmi più Kennedy. Ebbene Kennedy ha pronunciato quella famosa frase: non chiedere cosa può fare l’America per te, ma cosa puoi fare tu per l’America. A ogni nostro connazionale si può chiedere cosa possa fare. Però se una manciata di entusiasti s’impegna, fa, dice e si muove, questo non è sufficiente. Dentro come diceva il prof. Borme ci dev’essere la qualità. Era proprio la qualità il suo cavallo di battaglia così come la rappresentanza qualificata. Chi vuole rappresentare gli interessi della Comunità, oltre a quanto detto da Kennedy deve soprattutto farsi un autoesame. Inoltre chi delega deve valutare se colui che è stato delegato è o non è un rappresentante qualificato. La qualifica non è professionale ovviamente, ma nazionale.

Censimento. Bisogna puntare a togliere il quesito sull’appartenenza nazionale

Nel 91 c’era stata una rinascita anche numerica della minoranza – il riferimento è chiaramente al censimento dell’epoca –. Come vede l’attuale rilevamento della popolazione? Quali i suoi auspici e magari i suoi timori alla luce anche dell’andamento degli ultimi due censimenti?

Temo che ci potrebbero essere delle sorprese non buone, visto il calo che si è registrato negli ultimi rilevamenti. Un amico mi chiedeva: secondo te che cosa si può fare? L’unica cosa possibile, che è stata ripetuta in un’intervista anche dal presidente dell’UI Maurizio Tremul, è puntare a togliere dal censimento la dichiarazione di nazionalità, come nel caso degli sloveni nell’FVG. Dobbiamo avere i diritti che ci spettano semplicemente perché esistiamo e non in base al numero di dichiarati italiani. Andremo verso il precipizio se lasceremo immutato questo particolare. Il resto va benissimo, il quesito sulla madrelingua può andare bene, può essere anche utile per sapere quanti parlano l’italiano. La dichiarazione di nazionalità invece serve per misurare ciò che non si è nemmeno tentato di applicare, mi riferisco al Trattato italocroato sui diritti delle minoranze. Quanto è scritto in quel documento non è stato realizzato. Il concetto fondamentale era l’estensione graduale dei livello di tutela dell’ex zona B al resto del territorio d’insediamento storico della CNI. Nella realtà è avvenuto che invece di estendere i diritti questi si sono rarefatti. Anche a Rovigno abbiamo un bilinguismo soltanto apparente: la gente non parla più l’italiano. Invece mi sto accorgendo che nel Capodistriano gli sloveni parlano sempre di più l’italiano: ma lì c’è il polo di Trieste che è diventato un bacino di posti di lavoro per tanta gente. Che fare? Che Trieste diventi economicamente tanto forte e influente in tutta l’Istria e aiuti così l’uso della lingua? Ma i diritti non possono essere mai, in alcuna democrazia, condizionati alla consistenza numerica. Il censimento, secondo me, è sempre un grande pericolo.

Sciogliere ogni vincolo ideologico con il passato

Il lascito dell’Unione degli Italiani dell’Istria e di Fiume può essere ancor oggi valorizzato, cercando magari di non buttare via con l’acqua sporca anche il bambino o è meglio archiviare il tutto?

No, archiviare no, perché non si possono tagliare le radici. Se le recidi è finita. Comunque sciogliere ogni vincolo ideologico con il passato, questo sì. Dunque, qui né sì né ma. Però l’esperienza degli uomini e delle donne – Antonio Borme stesso è stato il deus ex machina della cultura e dell’attività prima a Rovigno e dopo a livello della CNI, quando divenne presidente della Commissione scolastica che sarebbe stata il fulcro dell’attività politica dell’Unione – misconoscere e cancellare tutto questo è impossibile. Però ripeto, sciogliere ogni vincolo ideologico è doveroso. Non si può fare altrimenti.

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