Buccari. Il terminal della discordia

Per i residenti lo scalo rinfuse locale è una bomba ecologica. «Per renderlo davvero funzionale ci vorrebbe un completo restyling», spiega il responsabile Marin Predović

Carbone e minerali ferrosi sono le principali materie prime movimentate

“Dipendesse da me, il terminal sarebbe chiuso. Con molteplici vantaggi per il Paese, la Città e la Regione. Ma soprattutto per i cittadini. Non riesco a comprendere chi sostiene il porto. Men che meno i servizi e le istituzioni la cui principale attività è la tutela ambientale. Per me sono dei criminali che stanno distruggendo la mia Città mettendo a rischio la salute delle persone”. In un’intervista di qualche anno fa il sindaco di Buccari, Tomislav Klarić, esprimeva tutta la sua rabbia e indignazione nei confronti del terminal rinfuse, giudicato obsoleto e inquinante, oltre a rappresentare un freno allo sviluppo della città orientato sempre di più verso il turismo. Una querelle che va avanti sin da quando nel 2005 Klarić prese in mano la città. Dal canto suo, la società Luka Rijeka, che ha in gestione la struttura, si è sempre difesa tirando in ballo la redditività del servizio e la necessità di salvaguardare i posti di lavoro.
Nel frattempo, tre mesi fa è arrivata l’ennesima doccia fredda per il sindaco: il Ministero delle Infrastrutture, Luka Rijeka e l’Autorità portuale di Fiume hanno sottoscritto un contratto per il progetto di restyling del terminal del valore complessivo di 6,1 milioni di euro, che rientra nel più ampio piano di rilancio del porto di Fiume. Per Klarić, una doppia beffa difficile da digerire. Non soltanto perché lo Stato ha teso la mano alla società portuale, ma anche e soprattutto perché a mettere la firma su quel contratto è stato il ministro Oleg Butković, suo amico e collega di partito (HDZ).
Carbone, minerali ferrosi, cemento
Approfittando delle belle giornate di sole, decidiamo così di effettuare un giro d’ispezione nel terminal per verificare di persona lo stato in cui versa il tanto discusso porto rinfuse. E ci basta soltanto varcare l’ingresso per comprendere la rabbia del primo cittadino: edifici amministrativi vetusti, gru corrose dalla ruggine, magazzini logori dal tempo, binari dei treni consumati…

Marin Predović

“Che cosa volete che vi dica? Purtroppo ci tocca lavorare in queste condizioni – afferma il responsabile del terminal, Marin Predović, mentre ci accompagna nel nostro sopralluogo –. La nostra attività consiste nello scaricare dalle navi rinfuse secche quali carbone e minerali di ferro, che quindi vengono caricati sui treni e partono alla volta delle destinazioni finali. Ungheria e Slovacchia su tutte, e in parte minore anche Austria. Scarichiamo anche cemento, in questo caso però destinato esclusivamente ai cementifici croati. Si tratta comunque di materiali ancora molto utilizzati in vari settori, per cui non è che quest’attività non abbia un futuro. Oltre al fatto che siamo, assieme a quello di Ploče (Porto Tolero), l’unico scalo di questo genere in Croazia. Semmai il problema è che per rendere il terminal veramente funzionale, ci sarebbe bisogno di una completa opera di ristrutturazione che preveda l’implementazione di nuove infrastrutture e tecnologie, ma soprattutto più pulite onde ridurre al minimo l’impatto sull’ambiente. Tuttavia, è chiaro come ciò implichi costi proibitivi”.
L’operazione di rilancio del porto di Fiume è suddivisa in sette grandi progetti infrastrutturali. Uno di questi comprende, appunto, Buccari. L’accordo firmato a febbraio con il ministro Butković s’inserisce nel network Por2Core – BCTB, che attraverso il fondo europeo CEF finanzierà l’85 p.c. del progetto, mentre a eseguire l’intervento sarà il consorzio di aziende formato da GP Krk, Colas Rail Hrvatska e Colas Rail S.A.S.
Punto di partenza

L’effetto coronavirus ha inevitabilmente condizionato i traffici del mese di marzo

“È un passo avanti – auspica Predović –. Considerando le necessità del terminal nel suo insieme, non è molto, ma è già un piccolo punto di partenza. La mole dei lavori è comunque abbastanza ampia e gli interventi di maggior portata comprendono la completa ricostruzione di tre binari e l’asfaltatura della strada che percorre tutto il terminal. Si dovrebbe partire a giorni, ma si procederà a rilento data l’emergenza sanitaria. La conclusione è prevista tra i 12 e i 18 mesi. Molto dipenderà però dall’andamento della situazione legata al virus. I lavori, comunque, non disturberanno le regolari attività del porto”.

La mole di lavoro del terminal è abbastanza ampia

Un’altra cosa che salta subito all’occhio mentre giriamo per lo scalo è la banchina vuota. La cosa tuttavia non ci sorprende più di tanto. Infatti, nel primo trimestre di quest’anno il traffico è crollato del 45 p.c. rispetto allo stesso periodo del 2019. Al di là dell’effetto coronavirus, che ha inevitabilmente condizionato i traffici nel mese di marzo, la parabola discendente della Luka Rijeka sembra un trend inarrestabile che va avanti da tempo. Fino a un anno fa tutti puntavano il dito contro la malagestione da parte della società OT Logistics ma oggi, a distanza di 12 mesi, la situazione non è cambiata. Anzi. Nonostante l’addio del gruppo polacco, i numeri sono continuati a scendere.
Dal 1º gennaio al 31 marzo i traffici complessivi sono calati del 28 p.c. e il trimestre si è chiuso in rosso di 5,2 milioni di kune. Nonostante questi risultati, Duško Grabovac, subentrato come amministratore delegato ad interim della Luka Rijeka in seguito alla rottura con i polacchi, il mese scorso è stato confermato alla guida della società con un mandato di cinque anni.
Ci vorrà del tempo

Per il terminal di Buccari non è un momento facile

“Non è un momento facile. Nel 2019 il traffico è stato di poco inferiore al milione di tonnellate, ossia circa il 15 p.c. in meno rispetto all’anno precedente, mentre attualmente siamo a quota 300mila tonnellate, e dunque un po’ in ritardo rispetto alla tabella di marcia prestabilita. La crisi generata dal virus non ci sta certo dando una mano. L’ultima operazione risale alla fine di aprile quando avevamo scaricato 74mila tonnellate da una nave giunta dagli Stati Uniti, mentre il prossimo scalo è atteso alla fine del mese. Luka Rijeka? I polacchi hanno fatto disastri. Grabovac non può fare miracoli, però sta facendo il possibile per risollevarci. È uno molto capace. Credo sia la persona giusta al posto giusto. Ci vorrà comunque del tempo. Tagli agli stipendi? Si parla di una riduzione fino al 10 p.c., ma spero vivamente non si arrivi a ciò perché già così i nostri compensi sono bassi”.
In tanti indicano il terminal come una grande fonte d’inquinamento, il cui impatto non solo si abbatte sull’ambiente circostante, ma anche e soprattutto sulla pelle dei residenti. Anzi, sui loro polmoni. Negli ultimi anni sono state effettuate diverse rilevazioni sull’incidenza delle attività dello scalo sulla qualità dell’aria. Dai report è emerso che quest’ultimo risulti la principale fonte emissiva.
Polveri sottili e sversamenti
“Io sono il primo sostenitore di un terminal a basso impatto, ma ripeto, riadattare l’infrastruttura presume costi molto elevati. Il progetto che sta per partire ridurrà almeno in parte le emissioni. Il problema principale si manifesta in estate quando il clima è secco e allora nel momento in cui si alza il vento, le particelle di carbone vengono sospinte fino in città. Ci vorrebbero quindi gli spruzzatori per tenere umide le superfici, solo che questo sistema costa. Alle volte si verificano anche piccoli sversamenti in mare, sebbene prestiamo la massima attenzione. Quando poi chiazze oleose arrivano in fondo al golfo, i cittadini avvertono la Capitaneria di porto che si precipita immediatamente da noi per verificare. Ma non posso biasimarli perché probabilmente farei la stessa cosa”, conclude Marin Predović.

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