Mario Sušanj: «Coronavirus, schiaffo alla civiltà»

A colloquio l'epidemiologo, capo per il territorio della Liburnia, il quale sostiene che la reazione della Croazia all’attuale crisi sanitaria sia stata altamente professionale e tempestiva. «Atteggiamento che ha portato al quadro che abbiamo»

L’epidemiologo Mario Sušanj ha lodato il comportamento responsabile dei suoi concittadini in tempi di coronavirus

Dopo quattro giorni consecutivi senza nuovi casi di contagio in Regione, abbiamo voluto conoscere la situazione vigente sul territorio della Liburnia, più concretamente ad Abbazia. Dopo una breve passeggiata lungo la Slatina, ci rendiamo conto di trovarci nel bel mezzo di quella che potrebbe venir definita “città fantasma”. Un silenzio assordante avvolge la Perla del Quarnero. Nemmeno i gabbiani, di solito presenti in zona, si fanno più sentire. Anch’essi osservano la quarantena? Visto che non è consigliato stare in luoghi chiusi, incontriamo l’epidemiologo dell’Istituto regionale di salute pubblica, filiale di Abbazia, Mario Sušanj, dinanzi al simbolo della città, la celebre Ragazza con il gabbiano, per scoprire dall’esperto il quadro epidemiologico che interessa il territorio liburnico.
Decisiva la vicinanza dell’Italia
“Al momento ad Abbazia registriamo 8 contagiati e 2 guariti. In totale nella Liburnia ci sono 12 ammalati e 3 guariti. La metà di questi, però, non sono abitanti della zona. Si tratta di cittadini stranieri o di persone che non vivono qua, ma che hanno raggiunto i rispettivi alloggi turistici o villini. La situazione è sotto controllo. Devo dire che tutta la Regione litoraneo-montana si è trovata in una situazione a dir poco difficile già dall’inizio della pandemia, quando giungevano persone contagiate dalla Cina, marittimi, turisti, esperti dei vari campi. Per fortuna, e posso dirlo apertamente, il nostro Centro epidemiologico regionale si è organizzato in maniera impeccabile in modo da risultare da subito pronti ad accogliere e a mettere sotto controllo i primi contagiati. Siamo stati purtroppo i primi in Croazia a essere colpiti dalla crisi sanitaria, vista la vicinanza dell’Italia, la grande circolazione di cittadini che viaggiano spesso oltreconfine anche per motivi di lavoro, di turisti e parenti vari. Tutto d’un tratto abbiamo dovuto affrontare una massa di persone entrate nel Paese, che in un primo momento non siamo riusciti a controllare. Il problema maggiore ha riguardato il fatto che il Friuli Venezia Giulia è rimasto una delle ultime zone per così dire libere. Ci sono state tantissime persone giunte da noi dalle zone rosse senza trasmetterlo al momento del loro arrivo al confine. ‘Siamo stati a Trieste a fare la spesa’, era stata la loro risposta più frequente. Nonostante questi comportamenti estremamente irresponsabili, abbiamo avuto davvero un basso numero di contagi. Quando però c’è stato il grande rientro di coloro i quali lavorano all’estero come in Germania, Austria e altri Paesi d’Europa, i contagi si sono diffusi anche in altre regioni croate. Alcune di queste hanno avuto da subito un’ottima collaborazione tra il Centro epidemiologico, gli ospedali e la Polizia di frontiera, e sono riuscite a contenere il virus. Altre, purtroppo, non ci sono riuscite. Il problema più significativo è stato il rientro di massa, in pochissimo tempo, di persone dalle zone già colpite. È stato impossibile controllare tutto. Osservando, però, alcune nazioni a noi vicine, economicamente molto più sviluppate e che possono contare su risorse sanitarie per noi inimmaginabili, ci rendiamo conto che hanno avuto delle terribili omissioni. Hanno commesso errori in termini di collaborazione tra il settore sanitario e i servizi civili. In questo contesto, il nostro lavoro a livello nazionale è stato ed è tuttora davvero lodevole e possiamo andarne fieri, a dimostrazione che un buon quadro economico non basta per tenere sotto controllo una situazione del genere. La Svizzera, la Norvegia, il Belgio, la Spagna e l’Italia ne sono un esempio lampante. Noi, epidemiologi, abbiamo seguito increduli tutto ciò che succedeva all’estero, in Paesi che di solito prendiamo come esempio per tutto. E invece, li abbiamo visti in gravi difficoltà. Il nostro Centro epidemiologico è da sempre molto ben organizzato. Abbiamo una tradizione di tutto rispetto, anche in passato avevano tentato di ‘eliminarci’ motivandolo col fatto che ‘le malattie infettive stanno scomparendo e il problema, ora, sono le malattie croniche’. Ciò che sta succedendo è, invece, soltanto una prova di quanto le malattie infettive siano attuali e di quanto sia sbagliato eliminare il settore nel quale lavoro. Bisogna reagire in modo preciso e flessibile per affrontare situazioni che cambiano di minuto in minuto. È indispensabile pertanto avere un Comando della Protezione civile a livello nazionale ben organizzato, guidato da persone competenti, che sappiano dare direttive chiare, e non da politici. La Croazia può contare su un organo di questo tipo, che ha saputo tener testa a questa situazione. Il risultato è che abbiamo meno ammalati e meno decessi rispetto ad altre nazioni europee. La nostra reazione è stata tempestiva, anche se ci sono state cose in cui pure noi abbiamo sbagliato. Spero rimanga così anche in futuro. Siamo l’unico Paese che, oltre al Covid-19, ha avuto anche un terremoto devastante a Zagabria”.
Sembra che la natura si stia ribellando. Sarà vero?
“Questa pandemia di proporzioni bibliche ci ha colti di sorpresa. Nessuno se l’aspettava, visto che l’ultima di questo tipo aveva riguardato l’influenza spagnola tra il 1918 e il 1921, che aveva causato la morte di oltre 50 milioni di persone in tutto il mondo. Da allora la medicina ha fatto passi da gigante, è avanzata la tecnologia, sono stati elevati lo standard di vita, l’igiene. La natura ha voluto però punirci nuovamente contrastando la civilizzazione. Viviamo in un’era altamente tecnologica, siamo pronti a mandare l’uomo su Marte, siamo collegati con tutto il mondo grazie alla digitalizzazione, però non siamo ancora in grado di combattere i microorganismi. Per il coronavirus al momento non c’è vaccino e dal punto di vista sanitario possiamo soltanto offrire delle terapie respiratorie di supporto. Per il resto, stiamo combattendo con armi medievali: la quarantena e il distanziamento sociale. Un parodosso e una frustrazione incredibili, ai quali ci siamo dovuti adeguare. Sono fiero di far parte del team epidemiologico dell’Istituto regionale di salute pubblica, che lavora in prima linea, senza sosta. Siamo stremati, ma soddisfatti dei risultati raggiunti”.
Come hanno reagito gli abitanti della Liburnia alle varie misure di sicurezza?
“Faccio parte del Comando della Protezione civile e quindi sono sul campo dal primo giorno della pandemia. Ho potuto seguire l’evolversi della situazione. Le persone si sono a mano a mano adeguate, come anche noi, rispettando tutte le ordinanze. Misure che spesso non sono state del tutto condivise, essendo spesso in contraddizione con determinati diritti dell’uomo, però devo congratularmi con i miei concittadini per la loro disciplina. Ci sono state, in minima quantità, anche persone che hanno dimostrato grande irresponsabilità, egoismo e menefreghismo, a dimostrazione che in ogni situazione di crisi c’è sempre chi dà il meglio e chi il peggio di sé stesso”.
Alcuni scienziati americani sostengono che le nazioni che in passato sono vissute sotto il regime comunista, che prevedeva l’obbligo delle vaccinazioni, siano state colpite in minor misura dal Covid-19. Secondo lei, è un’ipotesi plausibile?
“Non sono assolutamente d’accordo con questa tesi. È vero che in quel periodo le vaccinazioni erano obbligatorie, però ogni Paese al mondo ha un proprio programma relativo ai vaccini. Ci sono nazioni in cui vige da sempre la democrazia, però le persone hanno più fiducia nella sanità e di conseguenza decidono di vaccinarsi anche se non è obbligatorio. I nuovi vaccini vengono introdotti di volta in volta e ognuno ha un proprio metodo per illustrarli alla cittadinanza. È difficile al momento dire se alcuni vaccini che già conosciamo siano efficaci contro il coronavirus. Per scoprirlo serviranno lunghe e complesse ricerche e finanziamenti non indifferenti”.
Potrebbero essere a minor rischio le persone vaccinatesi contro l’influenza stagionale?
“Non ho alcuna prova per affermarlo. Si tratta di un virus del tutto nuovo. Secondo una teoria, il vaccino contro l’influenza stagionale contiene in sé una specie di immunità generale valida anche contro questo virus. Non ci sono però prove valide per sostenere una tesi del genere. Bisognerebbe dimostrarlo su migliaia di pazienti. Sono ipotesi che devono venir studiate e illustrate in maniera molto approfondita”.
Ex fotoreporter della «Voce»
Mario Sušanj, classe 1968, è un medico specializzato in epidemiologia che lavora presso l’Istituto regionale di salute pubblica. Da tre anni e mezzo opera sul territorio della Liburnia, con sede fissa ad Abbazia. Sposato, padre di due figli, Mario è una persona con tantissimi interessi, che durante gli anni di studio si è cimentato anche come fotoreporter presso la nostra casa editrice. Un periodo, come affermato da lui stesso, che ricorda con grandissimo piacere.

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