Fiume. Lavori in via Krešimir peggio del coronavirus

Abbiamo effettuato un giro per negozi e ristoranti cinesi della città per verificare se l'epidemia del coronavirus stia condizionando la loro attività e se abbiano registrato o no un calo dei clienti

Il Panda Shop in Potok

Voli cancellati, passeggeri ai quali vengono puntati alla testa termometri a infrarossi per misurare la febbre, navi da crociera bloccate nei porti con gli ospiti in quarantena nelle cabine, la corsa in farmacia per l’acquisto di mascherine. Media e social non parlano d’altro e se non è psicosi, poco ci manca. Il mondo guarda con apprensione al diffondersi del coronavirus che ha provocato oltre 630 decessi, più di 31mila contagiati e raggiunto 27 Paesi del mondo. Ed è solo un bilancio provvisorio che si aggrava di ora in ora. Ma l’emergenza non è esclusivamente di tipo sanitario. La preoccupazione è soprattutto per l’impatto negativo che l’epidemia potrebbe avere sull’economia globale. A partire dal turismo. Soprattutto per un Paese come la Croazia che vive proprio di turismo e che punta fortemente al mercato cinese.
Guardando invece in casa nostra, a Fiume la minaccia del virus sembra l’ultimo dei problemi (e scovare persone con la mascherina è davvero un’impresa), ma le conseguenze iniziano già ad avvertirsi. L’arrivo di alcuni gruppi di turisti provenienti dall’Asia è saltato, tra questi anche dall’India e dalla Corea del Sud che avrebbero dovuto prendere parte alla sfilata del Carnevale.
Negli ultimi 10/20 anni in città sono sorti diversi negozi cinesi. Decidiamo quindi di farvi un giro per capire se il coronavirus stia condizionando la loro attività. Il nostro tour si concentra tra Brajda e Potok, dove in un’area molto ristretta si trovano ben quattro esercizi commerciali. La prima tappa è il negozio Zhizhi a fianco del sottopassaggio di Žabica.
Entriamo. Alla cassa troviamo sedute due commesse, ma nel negozio non ci sono clienti. Effetto coronavirus?

La titolare del ristorante Weiyue, Wen Hong Zhou

Boicottare è da ignoranti
“Ma quale coronavirus!? – sorridono Natalija e Valentina, le quali però preferiscono non posare davanti ai nostri obiettivi –. Ogni anno in questo periodo abbiamo un calo del numero dei clienti, in parte dovuto anche al fatto che al momento non sono previsti sconti. In realtà abbiamo sì registrato un generale calo, ma non certo per via del virus quanto invece per i lavori in via Krešimir. Non vediamo l’ora che terminino. Paura? No, nessuna”.
All’angolo vicino al mercato eccone un altro, il Kina. Qui però ci sono degli acquirenti.
“È vero, stiamo registrando una flessione, ma è tutta colpa dei lavori in via Krešimir – racconta Tea, che vi lavora da due anni ­–. Più che altro abbiamo perso i clienti occasionali, mentre su quelli abituali possiamo sempre contare. Boicottare i negozi cinesi per la storia del coronavirus è da ignoranti”.
Un concetto ribadito anche da un giovane ragazzo che ha appena acquistato un caricabatterie per il cellulare. “Trovo assurdo questo atteggiamento e la psicosi che si sta creando. Le commesse non sono nemmeno cinesi e il virus mica si tramette con i prodotti in vendita”.
Poco più avanti, in via Alessandro Manzoni, entriamo nel Ghan Shop. Anche qui la commessa di turno, che però preferisce rimanere anonima, punta il dito contro l’intervento nella vicina via Krešimir.

Dragan Stamenić e Guo Jian Yan del ristorante Peking di Cosala

Spedizioni in ritardo
“Il calo è iniziato nel momento in cui sono partiti gli scavi. Adesso questo è un po’ più accentuato perché gennaio e febbraio sono i mesi in cui di norma c’è un calo fisiologico dei clienti, quindi dubito che questa situazione possa venire attribuita al coronavirus. L’aspetto che più mi preoccupa è il fatto di avere dei ritardi nelle spedizioni delle merci dalla Cina. Ora come ora è difficile prevedere quali conseguenze ciò potrebbe avere nei prossimi mesi”.
Il quarto e ultimo negozio che visitiamo è il Panda Shop in via Viktor Car Emin. Più che dalla via Krešimir, qui sono penalizzati dal progetto CEC 2020.
“La ricostruzione del complesso Benčić e la conseguente chiusura del vicino parcheggio non ci hanno dato di certo una mano – raccontano Sanja e Sanela –. Il coronavirus non ci preoccupa più di tanto, anche perché la maggior parte dei prodotti che vendiamo vengono importati dall’Italia e dall’Ungheria. E a proposito dell’Italia, abbiamo letto che lì la clientela nei ristoranti è letteralmente crollata”.

Il negozio Zhizhi vicino al sottopassagio in Žabica

Due ristoranti
Ed è vero. Nel vicino Stivale la vicenda del coronavirus sta avendo un forte impatto, tant’è che tutti media riportano di una generale fuga dai ristoranti cinesi. Decidiamo quindi di fare un giro anche in quelli che si trovano a Fiume, che sono soltanto due. Il primo è Weiyue in via Zagabria, vicino alla Riva Bodoli. Ad accoglierci è la titolare Wen Hong Zhou, la quale ci saluta in… italiano.
“Ho vissuto per un certo periodo in Italia. Sono in Croazia da dieci anni, ma faccio ancora abbastanza fatica con il croato, è una lingua molto difficile – ammette sorridendo –. Non abbiamo registrato nessun calo, anzi, qui la gente non ha la minima paura del coronavirus. Torno raramente in Cina e per fortuna i miei familiari abitano lontano da Wuhan. Se la gente per strada mi guarda con soggezione? Un po’ sì, ma solo perché a Fiume ci sono pochi cinesi e non certo perché hanno paura che li possa contagiare (ride)”.
La salutiamo e saliamo a Cosala dove si trova il secondo ristorante cinese, Peking, il primo a essere stato aperto a Fiume nell’ormai lontano 2009. Qui ci accolgono il cameriere Dragan Stamenić e la titolare Guo Jian Yan.
Tutta colpa dei media
“Gli affari vanno benissimo – assicura Dragan, mentre è impegnato a prendere le ordinazioni e a servire gli ospiti –. A dire il vero, all’inizio ero un po’ preoccupato perché pensavo che la vicenda potesse influire sul numero dei clienti, ma fortunatamente non è così. Qui nessuno ha paura del coronavirus. In tutta onestà, credo che per l’ennesima volta i media abbiano ingigantito il tutto”.
E che forse ad alimentare la psicosi sia il “quarto potere”, lo fa intendere anche la proprietaria Guo Jian Yan.
“Torno raramente a casa, ma sono spesso in contatto con i miei parenti che abitano un po’ più a sud di Shanghai, quindi piuttosto lontani da Wuhan, fonte del focolaio. C’è un po’ di preoccupazione, ma in generale la situazione è abbastanza tranquilla”.
A un certo punto, a catturare la nostra attenzione è una coppia che seduta a un tavolo sta sfogliando il menù e parla in italiano. Ci avviciniamo.

Il Ghan Shop in via Manzoni

Preoccupazione a Treviso
“Siamo venuti a Fiume per rifarci il sorriso – rispondono i coniugi trevigiani Patrizia Favero e Moreno Barbon –. In Italia gli impianti dentali costano un botto, perciò abbiamo optato per una delle cliniche in Croazia. Come mai proprio in questo ristorante? Perché ci piace molto il cibo cinese. Paura del coronavirus? Zero. Però in Italia c’è molta preoccupazione e anche a Treviso la gente sta evitando sempre di più i ristoranti cinesi”.
Insomma, alla fine della fiera abbiamo capito che la psicosi legata al ceppo di Wuhan non sfiora proprio per niente i fiumani e che l’unica preoccupazione dei negozianti sono i lavori in via Krešimir. E la ricostruzione del Benčić.

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