SECONDO ME Se essere donna è una sconfitta

Nelle intenzioni sarebbe dovuta essere una giornata tech-free: niente Internet, niente TV, niente di niente. Sarà deformazione professionale, sarà l’abitudine – pessima – di accompagnare il caffè alla stampa: quasi automaticamente la mano è andata verso il pc: quando la lucetta ha iniziato ad ammiccare era tardi. Da diciannove mesi, la giornata comincia con i numeri. 5-14-19-391. Cinque positivi, quattro guariti, 19 ricoverati e 391 in isolamento fiduciario? Ormai, come per i cani di Pavlov, nel trovarsi davanti numeri parte il riflesso condizionato di associarli alla pandemia da Covid. E messe così, le cifre avrebbero potuto bene reggere. Ma nel mondo succede anche altro. Questi, infatti, sono i numeri di un altro male, forniti ieri in occasione della Giornata nazionale della lotta contro la violenza sulle donne, nata dal sangue di tre donne uccise in un’aula di Tribunale (Zagabria, 22 settembre 1999) da un… un… viene difficile trovare le parole giuste, da uno (qualificatelo pure voi) che non voleva accettare che la moglie divorziasse. Così ha ucciso la moglie, la giudice e l’avvocato (donna) che ne tutelava gli interessi. Non è un male circoscritto al nostro cortile di casa, quello della violenza sulle donne: la Giornata, in Croazia, nasce dopo quella internazionale, così le occasioni diciamo istituzionali di sottolineare il problema sono almeno due.
Vediamo i numeri che hanno bucato lo schermo: 5 donne ammazzate in Croazia nei primi otto mesi di quest’anno, 14 l’anno scorso, 391 negli ultimi 19 anni. Ma neanche la punta di un iceberg: meno ancora! I numeri sommersi, quelli della violenza che è agonia quotidiana sono più terribili e vasti di quello che nelle proporzioni potrebbe essere un iceberg. Difficili da quantificare per il silenzio delle vittime. Quel silenzio che nasce dalla paura (del proprio aguzzino) e dal dolore (per la violenza fisica o psichica subita) e che si ciba della vergogna (di venire condannate o non credute) e della sfiducia (nelle istituzioni).
Ironia della sorte, è di questi giorni una sentenza bis, in Croazia, con la quale il Tribunale ha snellito la pena a un 48.enne, colpevole di avere ripetutamente violentato la figliastra, che all’epoca aveva 6 anni. Sei anni! In aprile di quest’anno era stato condannato a 14 anni, ora, in seconda istanza, gli anni che dovrà trascorrere in carcere sono diventati 11. Tre anni di sconto li ha avuti in virtù della partecipazione alla Guerra patriottica. Un difensore uno che avesse alzato la voce per dire che forse il fatto sarebbe dovuto essere messo in conto in quanto aggravante, perché non è così che si comporta un difensore. Che prima di tutto dovrebbe essere, come tutti, un Uomo. Per la cronaca, la Corte era composta da tre donne. Ogni commento è superfluo. In un attimo di scoramento viene da ritenerlo anche inutile.
Ben venga ogni battaglia atta a dare dignità e sicurezza alle donne, come del resto a tutte le fasce deboli (vecchi, bambini, infermi), ma oggi parliamo di sorelle e sorelline (ancora più fragili e impaurite e indifese) in Eva. La violenza consumata tra le mura domestiche. Anche gli animali in pericolo corrono verso la tana in cerca di salvezza. Gli animali! Dietro molte mura domestiche la vita scrive tragedie indicibili. Non so, sinceramente, come venirne fuori: oggi sono solamente delusa, arrabbiata, triste. Penso alla colpevole distrazione istituzionale. Oggi è un bel dire da parte di tutti ferme parole di condanna contro la violenza sulle donne. Che non si ferma solo perché è Giornata. Le pene devono essere giuste. Senza sconti alla cassa, presentando coupons raccolti nel tempo. Il livello di civiltà raggiunto dovrebbe dare una qualche garanzia. Sennò, a che vale? Ormai il calendario ha tutti i sacrosanti giorni occupati da qualcosa o qualcuno da ricordare, tutelare, salvaguardare, donne o rane pescatrici che siano. Ne usciamo con la coscienza ammaccata. In primo luogo perché è stata necessaria una Giornata per sensibilizzare (passi per la rana pescatrice o il movimento senz’auto): già questa è una sconfitta. In anni di accese lotte è stata guadagnata una certa qual parità (ma sarà poi vero?) e il diritto di farsi chiamare direttrice, sindaca, ministra, architetta… Sarà utile, non dico, ma quante munizioni spese in una questione che, non arrabbiatevi con me, era pura convenzione linguistica. Bisognerebbe fermare i ceffoni, i pugni, i ricatti, la violenza sessuale, l’attacco alla dignità e tanto altro ancora. Ce la faremo? Beh, no. Ci vorrebbe l’incorreggibile ottimismo delle miss qualcosa che sognano, sorridenti e in bikini, la pace nel mondo. Inafferrabile.
La violenza è come il Covid. Pandemica. Non così spiccatamente presente come i numeri del SARS-CoV-2, la polemica sul green-pass e sui vaccini; silenziosa e vigliacca fa le sue vittime. Solitamente si pensa o si dice che chi fa violenza l’ha in qualche modo subita. Non è una scusa nè una scusante: significa solo che la sconfitta e il fallimento sociale e istituzionale hanno camminato più a lungo.
Mi viene da pensare, oggi, a quelle donne che anche volendo non possono guardare alle istituzioni perché è da lì che soffia il vento cattivo e nemico. Penso alle donne in Afghanistan, ad esempio, a quelle che hanno iniziato a sognare e hanno dovuto uccidere il sogno, a quelle che non sapranno nemmeno che cosa sia un sogno. Che non avranno un primo giorno di scuola, ad esempio. Che non potranno leggere un libro. Accendere il pc. Andare al mare. Giocare in strada. Non so se ognuno debba fare ordine nel proprio cortile, ora che abbiamo globalizzato tutto. So che si possono importare patate e automobili, ma non cultura e altra civiltà. Solo domande e nessuna risposta. Ma oggi, l’ho detto, sono solo delusa, arrabbiata e triste.

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