Fiume, un esempio da seguire

La parte occidentale di Fiume. Foto Goran Žiković

La visita all’Archivio Museo storico di Fiume è stata anche una occasione di incontrare due vecchi conoscenti, i dottori Amleto Ballarini e Marino Micich. Ci eravamo conosciuti ancora nel 1996, durante il convegno organizzato dal compianto Ezio Mestrovich sulla cultura e la storia di Fiume, al quale avevano partecipato molti degli intellettuali del gruppo etnico italiano e anche rappresentanti degli esuli e del Libero Comune di Fiume in Esilio. Fui invitato, a titolo personale, da Mestrovich, il quale mi aveva proposto di preparare un intervento su Fiume esempio di multiculturalità, nella prospettiva di un futuro europeo della Croazia.
Avevo accettato la sfida e avevo deciso di parlare di Fiume come un esempio di città un pò “melting pot”, cioè crogiolo di culture differenti che s’incontrano e che, nonostante le vicissitudini e i traumi storici, riesce a imporre ai nuovi venuti un’identità fiumana inclusiva. E che poi durante gli anni difficili del comunismo dogmatico del dopoguerra e anche nel periodo dell’ammorbidimento del regime negli ultimi anni, aveva mantenuto sotto la facciata uniforme del pensiero unico un pluralismo d’idee e culture, grazie proprio alla Comunità nazionale italiana.
E qui mi riferivo anche alla mia esperienza personale in merito al dialogo portato avanti proprio dagli intellettuali del gruppo etnico italiano, cioè da quei “rimasti” che operavano nel campo della cultura, specialmente nella letteratura, nel campo della prosa e nella poesia, mantenendo viva la voce di una Fiume intrisa di cultura italiana nonostante le tendenze assimilatrici, consapevoli o no, da parte della maggioranza croata.
Questo mio intervento mi permise di intavolare un dialogo, dopo il convegno, con il dottor Amleto Ballarini e così lo incontrai dopo sedici anni al Museo e fui lieto di continuare un discorso “multiculturale” sulla storia di Fiume e sul suo futuro in ambito europeo.
Tutto ciò rese il mio compito a Roma più facile, perché già conoscevo della gente impegnata in un dialogo bilaterale. Inoltre ero, in un certo qual senso, coinvolto nello sviluppo dei contatti tra gli esuli e la città di Fiume. Quando ritornai da New York alla fine del 1990, dove avevo diretto il Centro culturale e d’informazione della Jugoslavia, fui interpellato varie volte dal mio amico di scuola, a quel tempo sindaco di Fiume, Željko Lužavec, su come procedere per sviluppare un dialogo tra la città di Fiume e gli esuli e le loro associazioni. Per un pò di tempo gli fornii dei consigli, su sua richiesta, in questo campo e anche nell’ottica di un possibile rafforzamento dell’apertura internazionale di Fiume, in armonia con il suo passato.
Poi i contatti vennero meno quando lui si iscrisse all’HDZ, il partito del presidente Tuđman, ma notai con piacere che anche il suo erede, il sindaco Slavko Linić, continuò a mantenere vivi e a sviluppare questi contatti.
Affinché questi rapporti potessero maturare, ci vollero anche degli sforzi per il superamento di vari pregiudizi e stereotipi. Da parte croata il pregiudizio maggiore era quello ereditato dall’ideologia del pensiero unico, ossia che gli esuli tutti operassero solamente per porre in forse i confini stabiliti tra l’Italia e la Croazia con gli Accordi di Osimo; dall’altra parte c’era una certa diffidenza verso il nuovo corso della Croazia dopo il 1991. A peggiorare la situazione e le percezioni sulle intenzioni dell’altra parte erano state anche determinate mosse di certe forze politiche italiane: molta pubblicità sulla stampa croata l’aveva avuta il viaggio di vari esponenti politici italiani a Belgrado per trattare con Slobodan Milošević, specialmente la missione di una delegazione italiana capeggiata dal senatore Arduino Agnelli, nel 1993, quando durante la visita nella Repubblica Federale di Jugoslavia il senatore italiano aveva visitato anche i territori della cosiddetta “Repubblica Srpska Krajina”, auspicando l’allacciamento di relazioni bilaterali tra l’Italia e la “Repubblica Srpska Krajina”, considerata dai croati territorio occupato dai serbi. Il governo di Roma aveva dovuto smentire che il senatore Agnelli operasse con il consenso delle autorità italiane. Anche la stampa italiana aveva duramente attaccato Agnelli. Ci fu anche la teatrale manifestazione di Gianfranco Fini, a quel tempo leader del Movimento sociale italiano, che con un convoglio di barche partite da Trieste si era avvicinato alla costa istriana, mandando messaggi del tipo: “Ritorneremo!”. Poi c’erano le dichiarazioni del ministro nel governo Berlusconi, Mirko Tremaglia, che aveva affermato che l’Istria, Fiume e la Dalmazia erano dei territori occupati, storicamente italiani. Per fortuna, l’esempio del dialogo tra gli esuli di Fiume e la città di Fiume ebbe la meglio e prevalse, da parte croata, la consapevolezza che fosse necessario seguire questa via per superare le divisioni, nonostante Fiume e l’Istria venissero ancora ritenute dei focolai di opposizione alla politica nazionalista del Presidente Tuđman.

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