«Kamov parla sempre in prima persona»

La regista dell’«Opera secondo Kamov», Caterina Panti Liberovici, spiega le particolarità dello spettacolo in via d’allestimento al TNC «Ivan de Zajc»

Caterina Panti Liberovici

Al Teatro Nazionale Croato “Ivan de Zajc“ avrebbe dovuto tenersi ieri la première dell’“Opera secondo Kamov” di Zoran Juranić, il cui libretto è stato scritto dal grande scrittore fiumano Janko Polić Kamov per suo fratello, il compositore Milutin Polić. Uno dei programmi di rilievo nell’ambito del progetto Fiume Capitale europea della Cultura, la première è stata rimandata in seguito alla chiusura al pubblico delle istituzioni culturali operanti nella Regione litoraneo-montana. Lo spettacolo avrebbe dovuto essere uno degli eventi di maggior richiamo nel mese di chiusura del progetto CEC, ma il quadro epidemiologico in Regione lo ha impedito. Nonostante sia chiuso al pubblico da ormai tre settimane, in seno al TNC procede il lavoro allo spettacolo e si attende con impazienza che la situazione migliori per poter accogliere quanto prima il pubblico in platea.

Un’artista nota a livello internazionale
Una delle figure più importanti nella realizzazione dell’allestimento è la regista Caterina Panti Liberovici, che si è dedicata a uno studio approfondito degli scritti di Kamov prima di approcciarsi alla regia dello spettacolo. La regista italiana ha dimostrato un’attitudine per la musica fin da giovanissima, quando intraprese lo studio del clarinetto, del canto e dal canto corale al Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Torino. Successivamente studiò recitazione alla Scuola del Teatro Stabile di Torino, nella classe di Luca Ronconi. La sua affinità per il teatro musicale venne ben presto riconosciuta e premiata, nel 1994, con una borsa studio del Teatro alla Scala di Milano. In veste di aiuto regista di Luca Ronconi acquisì, tra il 1994 e il 2006, una preziosa esperienza alla Scala. In quel periodo lavorò come libera artista, regista nei teatri italiani ed europei.

A partire dal 2010 lavora all’Opera di Francoforte, dove ha avuto tanto successo con l’allestimento delle “Cantatrici villane” di Fioravanti al Bockenheimer Depot. Durante il suo lavoro alle Opere di Milano e Francoforte è stata assistente di registi di rilievo come Keith Warner, Vincent Boussard, Johannes Erath, Florentine Klepper, Jürgen Flimm, David Alden, Franco Zeffirelli, Graham Vick, Hugo de Ana e Federico Tiezzi. Come ospite è stata assistente al Teatro Regio di Parma, al Teatro Regio di Torino, a La Fenice di Venezia, al Teatro Comunale di Bologna, all’Arena di Verona e al Teatro Massimo di Palermo. Ha partecipato a diversi progetti operistici in tutta l’Europa, come pure al Teatro Nazionale Croato di Zagabria nel 2003. Oltre alla regia, Caterina Panti Liberovici si dedica anche a progetti educativi che comprendono allestimenti operistici destinati a un pubblico giovane e al lavoro con giovani cantanti dello Studio operistico dell’Opera di Francoforte. Ha realizzato alcune opere destinate ai bambini a Francoforte, tra cui l’opera “Il barbiere di Siviglia” del 2013, successivamente premiata. Abbiamo interpellato la regista dell’”Opera secondo Kamov” per apprendere di più sull’allestimento in preparazione allo “Zajc”.

Ivana Srbljan e la regista durante le prove

La potenza della parola
In che modo ha concepito la regia dell’«Opera secondo Kamov»?
“Il centro dello stile di Kamov consiste nella potenza della parola. Una scrittura che sgorga direttamente dalle circonvoluzioni tortuose del cervello o dell’intestino, eppure profondamente libere, audaci, spietate. La scrittura di Kamov non è il mezzo per riferire un pensiero, ma il pensiero stesso che si fa inchiostro. E il luogo in cui l’inchiostro prende vita è la carta. Così è nata l’idea dello spettacolo. Uno spazio pensato come la pagina bianca da cui nascono i personaggi e la storia”.

Lei ha studiato molto gli scritti di Janko Polić Kamov. Qual è la sua opinione dell’operato di questo scrittore e soprattutto del libretto che ha scritto, dal momento che non si considerava un particolare estimatore dell’opera?
“Sì, ho fatto ricerche molto approfondite sulla vita e le opere di Kamov, cercando di compensare con uno studio capillare una lingua che purtroppo non parlo. Le mie ricerche e le suggestioni che ne ho colto non sono però quelle di un critico letterario, bensì di un regista con l’intento di raccontare una storia in forma teatrale. Degli scritti di Kamov (che ho amato subito, travolta dalle immagini dirompenti che la sua scrittura evoca) sono rimasta colpita dall’aderenza a sé stesso: trovo in ogni suo verso un’eco di un momento personale, precisi riferimenti, anche se criptati, al suo vissuto. Come se non potesse mai riferirsi ad altro che a sé stesso, ai suoi pensieri, alla sua rabbia, al suo desiderio. Kamov parla sempre in prima persona. Seguendo questo filo, suggeritomi dalla sua scrittura, ho ritrovato nel libretto ancora una volta un momento della sua vita, un’angolazione del suo volto o forse della sua anima inquieta. Il libretto non ha nulla di realistico, nessun personaggio ha un percorso psicologico, ma ognuno parla la lingua di Kamov e questo mi ha permesso di tratteggiare una storia attraverso gli stati emotivi del testo poetico. Si può rischiare di pensare che Kamov non sia un drammaturgo, a meno che non si accetti la sfida di considerare le sue parole i veri protagonisti della storia. E così ho fatto”.

Superamento della «comfort zone»
Qual è la sua opinione riguardo ai solisti e all’Opera del Teatro «Ivan de Zajc»? Com’è l’atmosfera durante il lavoro?
“Le settimane di prova sono state un lungo processo nel ricercare uno stile interpretativo che, da una teoria, passasse alla pratica attraverso l’assimilazione di un testo poetico e di una musica nuova per tutti. Ritengo che questo percorso ci abbia tutti avvicinati, proprio perché inusuale e di ricerca, in cui ad ognuno (i solisti e io stessa) è stato richiesto di superare la ‘comfort zone’. Nei solisti del Teatro (così come nello staff organizzativo e di palcoscenico) ho trovato dei compagni di viaggio liberi e disponibili a lasciarsi coinvolgere, a comprendere e condividere il progetto”.

Come descriverebbe la musica di Juranić?
“Purtroppo, a questa produzione manca ancora il lavoro con l’orchestra, ora in isolamento a causa di due casi positivi verificatisi la settimana scorsa. Un’opinione della musica non può prescindere dall’orchestrazione. Per quello che mi è dato capire dalla riduzione al pianoforte, è una musica ricca di colori e atmosfere, molto mutevoli, anche repentine. S’intuisce una ricchezza strumentale sinfonica e potente. Speriamo di avere presto l’occasione di proseguire il nostro lavoro e finalmente di svelare un magnifico mistero! In quale misura è impegnativa per i solisti? La musica contemporanea richiede esperienza e familiarità, per cui l’impegno di ogni cantante è stato molto soggettivo. Pur essendo musica tonale e ritmicamente non complicata, immagino che lo sforzo di ognuno sia consistito nella memorizzazione e nella ricerca d’interpretazione”.

La flessibilità incontrata a Fiume
Ha curato la regia di diversi spettacoli in Croazia. Può fare un paragone tra il modo di lavorare in Croazia e, ad esempio, alla Scala di Milano?
“Le mie produzioni in Croazia risalgono a vent’anni fa. Nel 2001 e 2002 a Osijek e a Zagabria tra il 2002 e il 2004. Sicuramente molte cose sono cambiate nel tempo sia nei teatri, sia nella mia esperienza professionale. In più, tutti i teatri oggigiorno stanno vivendo una situazione molto difficile a livello organizzativo, a causa di tutte le variabili pressoché quotidiane a cui la pandemia ci sottopone. Un paragone è da valutare anche con questi parametri. Ciò che forse potrebbe essere ritenuto spiazzante per molti colleghi, è invece per me un punto molto positivo di quest’esperienza a Fiume: la reattività alle problematiche e la flessibilità. Caratteristiche probabilmente non realizzabili in una struttura delle dimensioni del Teatro alla Scala, che invece si sono dimostrate vitali per la produzione della nostra opera”.

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