«Essenziale garantire il dibattito anche senza il consenso tra le parti»

Lo storico Tvrtko Jakovina è stato ospite del Convegno dedicato allo Stato libero di Fiume: «Sono piacevolmente sorpreso che la Città abbia dimostrato una tale apertura, ceduto l’Aula consigliare e partecipato all’incontro»

Tvrtko Jakovina

Uno degli storici (ma anche consigliere politico, scrittore e pedagogo universitario) più attivi nei dibattiti a livello nazionale è senza ombra di dubbio Tvrtko Jakovina, il quale ha partecipato al Convegno dedicato allo Stato libero di Fiume, che si è tenuto la settimana scorsa in occasione del centenario del Trattato di Rapallo. Jakovina ha parlato dello Straccetto fiumano, dello Stato fiumano e di ciò che rende Fiume specifica e unica nel panorama internazionale dell’epoca.

Lo storico ci ha concesso un’intervista per parlare del suo intervento, del convegno in generale, ma anche dei suoi piani per il futuro, nonché della situazione politica internazionale al giorno d’oggi.

 

Com’è stato il Convegno sullo Stato libero di Fiume?
“Mi ha fatto molto piacere vedere che il tema del Trattato di Rapallo e di tutte le sue conseguenze è stato trattato e non sia passato inosservato, come spesso succede in casi come questo. Nella nostra società, purtroppo, temi di questo genere vengono considerati poco interessanti perché troppo distanti nel tempo. Siamo troppo impegnati a parlare dello Stato Indipendente di Croazia (NDH) e di tutto ciò che è venuto dopo per accorgerci quanto sia interessante e travagliata la storia che ha preceduto la Seconda guerra mondiale. La questione di Fiume e di buona parte della costa croata sembrava essere stata decisa già nel 1915 con il Patto di Londra, stipulato tra il governo italiano e i rappresentanti della Triplice Intesa, con il quale al Regno d’Italia vennero promessi cospicui compensi territoriali non completamente riconosciuti nel successivo trattato di Versailles alla fine della Prima guerra mondiale. Ciò ha scatenato tutta una serie di eventi che hanno portato Fiume al centro dell’attenzione mondiale. Pensate che nel 1920 il New York Times ha scritto di Fiume bel 196 volte! Quante volte viene menzionata Fiume nel New York Times oggi? Di questo dobbiamo parlare, degli avvenimenti locali e delle loro conseguenze a livello globale”.
Il convegno è riuscito ad avvicinare la complessità della storia fiumana a un pubblico di non specialisti?
“La conferenza non è servita a questo, perché questo tipo di forum punta a un pubblico di storici. Molti Paesi europei non sono disposti ad affrontare di petto la storia, ma rimangono ermetici nel rapportarsi con le questioni storiche in pubblico. Penso che il modo migliore per aprire un dibattito proficuo sia pubblicare materiali seri, ma leggibili negli atti dei convegni, oppure allestire mostre tematiche nei musei. Le conferenze non servono a dialogare con i cittadini, ma sono essenziali per preparare il terreno a un dibattito più ampio”.

Nel corso di quest’anno in cui Fiume è Capitale europea della Cultura si è tentato di toccare alcuni dei “tasti dolenti” della nostra storia, ma ne sono scaturite numerose controversie, attacchi e accuse. Si può fare storia in maniera meno conflittuale?
“Secondo me ciò non è necessariamente una cosa negativa. I dissensi e i disaccordi sono necessari, proprio come l’adesione al voto, che immancabilmente rileva due parti contrapposte. Sono quasi sempre insoddisfatto dei risultati delle elezioni, ma nonostante questo ci convivo e me ne faccio una ragione. Nel corso di questa pandemia abbiamo potuto vedere che anche gli specialisti di altri settori, che potremmo definire ‘biologici’, possono essere di parte e riflettere le visioni di un partito politico. La politizzazione è un fenomeno comune, specialmente nelle società deboli, e anche la storia purtroppo ne risente. La storia è una scienza che viene spesso asservita alla politica, come tante altre, però se gli scienziati sono responsabili e rispettano la metodologia e i principi della loro scienza, i problemi di vedute, le differenze di pareri e opinioni non rappresentano un problema. Il conflitto si può evitare, anche se i pareri tra due interlocutori sono diversi, soprattutto se si tratta di eventi avvenuti cent’anni fa”.
Questo vale per i professionisti; ma come affrontare tali temi con il cittadino medio?
“I cittadini spesso interpretano alcuni temi e votano seguendo le proprie emozioni piuttosto che la ragione. Proprio per questo motivo dovremmo trattare i temi difficili spesso e con diversi approcci, per dimostrare che un dibattito civile e argomentato è sempre possibile. Solo in questo modo possiamo sperare di calmare gli animi, di superare gli ostacoli e di lasciare finalmente nel passato alcuni temi che tuttora sono scottanti. Ovviamente una visione obiettiva non può esistere, perché anche al momento della firma del Trattato di Rapallo esistevano numerose correnti di pensiero. Il presidente americano Woodrow Wilson, ad esempio, era scandalizzato, proprio come i britannici, che consideravano che lo spirito slavo abbia ceduto alle pressioni. Anche in Italia i pareri erano discordanti. Alcuni lo consideravano una vittoria, altri un tradimento, come ad esempio D’Annunzio, Mussolini e altri, che reputavano che il Trattato di Rapallo dovesse rifarsi agli accordi del 1915. Il dibattito storico deve tener conto di tutte queste sfumature e deve trattarle in maniera ponderata, fondando il dibattito su documenti e fatti e senza escludere le correnti contrapposte. Sforza è morto da una settantina d’anni, Trumbić è morto nel 1934, non esiste più né la Jugoslavia né il Regno di Jugoslavia, quindi è inutile infervorarsi e non dormirci la notte su temi come questo”.

La politica distorce alcuni temi storici per usarli nell’interpretazione del presente, arrivando quasi al revisionismo, il che può creare insicurezza nei cittadini. Perché succede questo?
“La politica croata è essenzialmente una politica storica e tutto ciò che i partiti al potere hanno fatto, principalmente l’HDZ, è una reinterpretazione dei fatti storici. Questo non dovrebbe rappresentare un problema in sé, se non fosse che nel nostro caso è stato applicato un modello binario del tipo ‘positivo-negativo’ o ‘bianco-nero’. E qui sta la differenza sostanziale tra i termini ‘reinterpretazione’ e ‘revisionismo’. Noi non abbiamo reinterpretato ma revisionato la storia nazionale e ciò ha portato a una polarizzazione politica che finirà proprio come quella jugoslava, con la demolizione di simboli, monumenti e la distruzione di altre prove dell’esistenza dell’altro. Non possiamo aspettarci che tali persone, dalla mentalità chiusa, passino dal positivo al negativo senza voler cancellare le tracce di tale passaggio. Questo è un fatto negativo che dimostra la debolezza della politica e l’impossibilità di affrontare il futuro col bagaglio del presente. Facciamo un esempio concreto. Pochi giorni fa il Governo ha redatto un piano di sviluppo entro il 2030, il quale non ci ha rivelato niente di nuovo. Si punterà su un turismo sostenibile, un’agricoltura sostenibile, qualità dell’aria e del cibo, natalità, e tanti altri temi di cui eravamo già a conoscenza. Le risposte, però, non sono queste. La Croazia ha fondato dieci nuove Università, ma questi atenei non producono esperti in nessun settore. Di questo dovremmo parlare, perché le decisioni prese finora non vanno incontro agli storici né hanno alcuna utilità per lo Stato. Perché al giorno d’oggi, con un’infrastruttura tanto complessa e un tale numero di professionisti, il numero di dibattiti e convegni è ai minimi storici? Senza confronto non esiste crescita”.

Può essere ricercata la causa di questo fenomeno in un isolamento volontario degli esperti, che si sono chiusi in una “torre d’avorio” e rifiutano la discesa nell’arena politica?
“Certo, però in parte la causa sta anche nel reclutamento di personale pubblico in base a criteri e vedute politiche. Quando abbiamo persone che svolgono funzioni importanti a livello nazionale, che non vogliono fare ricerca, ma aspettano soltanto lo stipendio a fine mese, allora i risultati mancano. Quando la politica permea tutta la società, le persone deboli che temono il conflitto e la messa in forse, si ritirano e evitano di proposito le situazioni scomode e gli scontri con il potere. Noi abbiamo organizzato il convegno ‘Tito-Stalin Split’ sul conflitto sovietico-jugoslavo del 1948, del quale non si è quasi parlato nei media, anche se è uno degli eventi più importanti della Guerra fredda. Questa mancanza di interesse è dovuta alla completa politicizzazione della professione, che evita temi scomodi. Dovrebbero essere il sistema o comunque gli organi di Governo a organizzare questo tipo di dibattiti e non i docenti di storia delle facoltà”.

Dunque non esiste il consenso degli esperti riguardo ai temi storici?
“Il consenso non deve essere necessariamente presente. Basta che ci sia un dibattito scientifico, argomentato e aperto. Il consenso deve esistere nella scelta del dialogo e del tipo di dialogo, ma non nei contenuti dello stesso. Sono piacevolmente sorpreso che la Città di Fiume abbia dimostrato una tale apertura, abbia ceduto l’Aula consiliare nella quale si è tenuto il Convegno sullo Stato libero di Fiume e vi abbia preso parte, in quanto il tema avrebbe potuto destare dei sentimenti contrastanti. In questo anno in cui Fiume si è autoproclamata Porto delle diversità, sostenendo un tale incontro ha dimostrato ancora una volta di avere un’apertura che le altre città croate non hanno. Ed è questo il messaggio dell’intervento di Grubiša al convegno”.

Damir Grubiša nel suo intervento ha parlato di fascismo e del suo avvento a Fiume. Qual è il suo parere a riguardo?
“Il XIX e l’inizio del XX secolo erano i secoli dei nazionalismi e il nazionalismo era alla base di tutti i trattati, i patti e le decisioni politiche dei primi due decenni del secolo scorso. Lo Stato libero di Fiume esisteva ed era riconosciuto universalmente, ma non ha mai preso pienamente vita a causa dei nazionalismi di parte italiana. Pure a Fiume si sono scontrati diversi progetti di matrice nazionalista”.
Nel XXI secolo siamo riusciti finalmente a superare i nazionalismi che ci attanagliavano in passato?
“Ancor oggi il nazionalismo è l’ideologia dominante. Si tratta di un’ideologia estremamente flessibile, che si adatta a tutte le epoche, evolve e si adegua ai tempi. Né le guerre, né le bombe atomiche, né il Covid-19 sono riusciti a minarlo. La cessazione del multilateralismo promossa da Trump, tipico di molte politiche nazionalistiche, compresa quella di Salvini, è una condanna a morte per i piccoli Paesi e per l’Europa come la vogliamo. La politica dell’’America first’ e dell’attenzione solo per i propri bisogni e interessi è un problema enorme per le piccole nazioni ed è una corrente di pensiero alla quale l’Europa aveva dichiarato guerra nel 1957. La politica illiberale dell’Ungheria e della Polonia sono decisamente da condannare. La scelta di Biden in America porterà al rallentamento di tali tendenze a livello mondiale, ma resta da vedere cosa ha in serbo per noi il futuro”.

Ha scritto la biografia di Budimir Lončar, ministro degli Affari esteri dell’ex Jugoslavia. Può illustrarci il volume?
“A settembre è uscito il libro e ieri (la settimana scorsa per chi legge) è uscita la seconda edizione. Il libro comprende un arco temporale di 97 anni e parla del diplomatico originario dell’isola di Preko e innamorato di Zara. Uno dei più grandi successi di Lončar e della diplomazia jugoslava in generale sono proprio i rapporti diplomatici con l’Italia. Nel 1949 De Gasperi e Giulio Andreotti sono a Trieste e, parlando dei rapporti internazionali e del patto sulla pesca appena firmato, il primo dice: ‘Abbiamo riappacificato i pesci, ora dobbiamo fare lo stesso con le persone’. Nel 1989 Giulio Andreotti e Gianni De Michelis, Anto Marković e Budimir Lončar, ritrattano i confini marittimi tra i due stati e Andreotti cita la celebre frase di De Gasperi. Il processo di riappacificazione e di dialogo internazionale è uno dei punti più alti della diplomazia di Budimir Lončar. Il libro ha ottenuto un grande successo e la seconda edizione è arricchita dalle trascrizioni cedute dall’Ufficio del Presidente Tuđman”.

Di quali progetti si sta occupando in questo momento?
“Mi sto occupando di un tema legato alla città di Fiume, ovvero la Galeb in quanto Museo di un segmento della politica mondiale. Nel mio testo mi occupo della Galeb dalla sua nascita a Genova, ma anche la sua storia di nave per il trasporto di merci, ovvero di frutta esotica, poi nave da guerra italiana, poi tedesca e infine jugoslava.Tratto ovviamente anche della politica che si faceva a bordo, soprattutto quella legata ai Paesi non allineati. Questo progetto mi porterà sicuramente negli Stati Uniti dove eseguirò parte delle ricerche. Per il momento anche altri progetti futuri sono legati agli Stati Uniti, dove mi si è presentata un’occasione di soggiorno a Washington e che vorrei cogliere per setacciare gli archivi”.

Recentemente ha lavorato come mentore al dottorato di Federico Tenca Montini…
“Sì, Tenca Montini è di Udine e ha scritto una tesi di dottorato per l’Università di Teramo, se non sbaglio. È venuto in Montenegro tramite Erasmus e si è appassionato ai Balcani, ha imparato il croato e ha deciso di occuparsi della Crisi di Trieste (1945-1954). Ha analizzato la questione con una profondità particolare, dovuta anche al suo patrimonio culturale. Il libro per il quale ho scritto la prefazione, è uscito in lingua italiana e ora dovrebbe uscire anche in croato e poi in sloveno. Si tratta di ‘La Jugoslavia e la questione di Trieste (1945-1954)’, edito da Il Mulino. Penso che le questioni di interesse comune debbano sempre venire trattate in questo modo, ovvero avvalendosi della collaborazione di esperti degli altri Stati”.

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